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	<title>minima &#38; moralia</title>
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	<description>un blog culturale di minimum fax [versione beta]</description>
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		<title>minima &#38; moralia</title>
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		<title>Andava tutto al macero</title>
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		<pubDate>Wed, 30 Nov 2011 11:36:55 +0000</pubDate>
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				<category><![CDATA[estratti]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Mantello]]></category>
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		<description><![CDATA[di Marco Mantello A proposito della discussione sulla pseudoeditoria, ripubblichiamo per gentile concessione di autore e editore un brano del romanzo di Marco Mantello, La rabbia, pubblicato quest&#8217;anno da Transeuropa. Nella Rabbia il padre, Leandro Van Sandt, è un affermato e anziano scrittore italiano, in preda a un esaurimento nervoso dopo la separazione dalla moglie, [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2390&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Mantello</strong></p>
<p><em>A proposito della discussione sulla pseudoeditoria, ripubblichiamo per gentile concessione di autore e editore un brano del romanzo di Marco Mantello, </em>La rabbia, <em>pubblicato quest&#8217;anno da Transeuropa. Nella </em>Rabbia <em>il padre, Leandro Van Sandt, è un affermato e anziano scrittore italiano, in preda a un esaurimento nervoso dopo la separazione dalla moglie, politica in carriera ascesa al rango di ministra con portafogli in un governo di fine anni ottanta.  Il figlio, Filippo Van Sandt, è un quarantenne insicuro e autodistruttivo, emigrato all&#8217;estero come un fuggitivo dopo la rinuncia ai concorsi universitari che avrebbero fatto di lui uno stimato professore di diritto&#8230;.<br />
Nella scena che riportiamo, Filippo viene spedito dal padre, oramai caduto in rovina presso il mondo letterario dopo lo scandalo del canicidio dei volpini della sua ex moglie, a una decisiva riunione della casa editrice Guermonti, con l&#8217;incarico di esporre agli amici di una vita un nuovo, mirabolante progetto editoriale, con il quale Leo intende rientrare nel giro che conta, dopo le ultime vicende della sua vita affettiva. Alcune settimane prima della riunione in Guermonti, ormai al culmine di una parabola di follia ambivalenza morale e rabbia, Leandro Van Sandt aveva spedito una lettera alla redazione tutta, anticipando i dettagli della sua proposta&#8230;</em></p>
<p>Era vero, Leo Van Sandt, a parte il cane, viveva per due sole cose: a. Sistemare Filippo in casa editrice come alternativa credibile «a quel fognaio di legulei dove si era ficcato». b. Far uscire per fine anno, nella prestigiosa collana dei «Paralleli», tre volumi tematici di rifiuti editoriali. Il suo «credito» e il suo «lascito» come diceva lui.<br />
Così l’indomani, martedì, porse a Filippo un voluminoso plico, pregandolo di portarlo a quella benedetta «riunione» romana.<br />
«Devono leggere tutti!» ripeteva sull’uscio in vestaglia e pipa, «E farmi le relazioni! Hai capito? E chiama Artusi su a Milano, per cortesia. Sa già tutto…»<br />
Su via del Sorriso, entrando al palazzo Guermonti, Filippo ebbe una fastidiosa sensazione di déjà-vu.<span id="more-2390"></span><br />
Erano anni che non vedeva quella gente. Scese giù in seminterrato, bussò alla porta della Redazione, entrò e si mise a sedere, in attesa. Non c’era ancora nessuno e quel tavolo bianco, le sedie vuote, somigliavano tanto a come si sentiva adesso. Un uomo vuoto. E senza personalità.<br />
Sul tavolino della corrispondenza giacevano libri di autori sconosciutissimi, tutti con dedica. Sul muro invece, davanti all’unico Macintosh spento, stavano affisse le missive delle “troie”, dei “kamikaze” e dei “paranoici”. Le frasi più spassose erano evidenziate in giallo. Tutta gente che chiedeva qualche cosa a nome di sé stessa, o di qualcun altro. Pubblicazioni, favori, appuntamenti&#8230; Fuori, lungo le scale, a gruppi di due, tre voci in avvicinamento, salivano le quotazioni degli «Allora che cazzo vuol dire?», dei «Sì ma adesso non personalizzare», mentre i «Prego dopo di te, ma che scherziamo?» risultavano del tutto in ribasso.<br />
Parioli Alti entrò per primo. Aveva una faccia scocciatissima.<br />
«Ciao Filippo. Come stai?» gli disse sbaciucchiandogli la guancia.<br />
Pareva non si vedessero dall’altro ieri.<br />
Erano arrivati anche Livia Ruini, Roberto Musillo e Federico Berchèt. Era un giorno decisivo, si discuteva di «rinnovamenti» e da Milano era sceso Riccardo Artusi in persona. Filippo non lo vide subito. Fissava con insistenza una di quelle lettere affisse al muro. Brillava di un giallo solare, per quanto era piena di sottolineature.<br />
«Come sta tuo padre?» gli chiese subito la Ruini, «Ho provato a telefonargli ma il cellulare è sempre staccato…».<br />
«Vieni a sederti qua, giovane Van Sandt» disse Artusi dal tavolo.<br />
Ma Filippo fissava ancora quella lettera, sulla bacheca dei matti. Quelle parole gli mormoravano qualcosa di familiare. Quel modo di fare le “s”, l’istrionico allungarsi delle “i” e delle “t”, quelle vocali microscopiche e piatte come encefalogrammi… c’era anche la data, la firma, tutto…</p>
<p><em>Forse i meno giovani di voi ricorderanno che al Parallelo dei Rifiuti ci pensavo da quarant’anni. Prima di entrare in consiglio di amministrazione ho lavorato alle Proposte e ne ho chiusi e aperti tanti, di manoscritti. Non era come oggi. Oggi con Facebook e i blog letterari si semplifica tutto il lavoro. È come avere gratis un’area di smaltimento e allo stesso tempo una banca dati per le indagini di mercato. Ai miei tempi, invece, toccava leggere tutto e fare le cartelline scritte di valutazione. Eravamo letteralmente sommersi dall’immondizia. Ci scrivevano le madri di ragazzi suicidati, quasi che l’insano gesto dovesse di per sé attribuire loro un talento. Ricordo il romanzetto di un maggiore della Folgore. Fascistissimo. Non riusciva mai a farsi spedire in una delle tante missioni umanitarie miste a guerra, in cui si imbarcava di tanto in tanto la nostra patria. Perciò pensò bene di spedire a noi il romanzetto scritto nell’attesa. Nella foto – se l’era fatta scattare sulla spiaggia di Sabaudia – stava in mezzo a un gruppo di ambulanti, effettivamente etiopi. Li aveva avvolti capo e piedi a un tricolore e sorridevano, con quei denti cariatissimi e irregolari…</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Per le parti tagliate, come già dovreste sapere, ho inserito l’espressione «omissis». Certa robaccia, a furia di omissis, si è ridotta a nulla.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Raccomando, nella prima sezione, un’attenta lettura del memoriale</em> <em>di Giuseppina Sunis (Sulle strade dell’Asinara).Per il caso Bomi, invece, andrebbe fatto un discorso a parte. Bomi non ha scritto nulla nella sua vita, salvo le lettere. Sono in tutto sedici</em></p>
<p><em>e ricoprono un decennio di storia italiana. La prima volta, nel ’61, fu piuttosto aggressivo. Sosteneva che mi fossi «barricato dietro la fama».Poi nelle missive posteriori, il ciarlatano del sistema – il sottoscritto- si trasformò improvvisamente nel suo unico e fidato amico, a cui rivelare a cuore aperto la cesura insopportabile fra l’impiego in una farmacia di Sora e la vocazione letteraria. Fu l’unica volta che violai la sacra regola del silenzio. Gli risposi. All’inizio ero polemico, volevo capisse che tutti lavoriamo duramente col nostro talento. Gli scrissi anche che esisteva una contraddizione di fondo fra il modo in cui mi giudicava, in quanto personaggio pubblico e il fatto che esigesse da me una con ferma circa le sue doti artistiche. Negli ultimi tempi aveva assunto toni ricattatori. Sembrava che tutto, nella vita di Carlo Bomi, dipendesse da una mia parola. Trovavo immorale che delegasse un estraneo a stabilire se il farmacista meritasse di sopravvivere allo scrittore. </em></p>
<p><em>«La propria coscienza» gli scrissi, «è l’unico tribunale attendibile. Se lei stesso attesterà la sua inettitudine, allora si dedichi ad altro.» Quando lessi nella sua ultima lettera che l’insegna con la croce lampeggiante «Farmacia Bomi» somigliava a suo dire alla bara di Thomas Mann, gli proposi di contattare uno psichiatra e soprattutto</em></p>
<p><em>di cambiare aria, di andarsene per un po’ a Roma, a Milano, magari all’estero.</em></p>
<p><em>Con l’ultima lettera mi spedì lo «schema dei paragrafi». L’ho cercato tanto, a casa, ma non lo trovo più. Ricordo che era pieno di cancellature, emendato e stravolto come una faccia. Ecco pareva un viso, nella sua indecifrabile incompletezza.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Della seconda sezione fanno parte i fratelli minori e i terzogeniti della buona borghesia romana. Tutta gente che conoscete, e che vi conosce.</em></p>
<p><em>A parte il fotoreporter, ho inserito l’intero gruppo degli Illuminati.</em></p>
<p><em>Bisognerebbe che qualcuno li contattasse e certo non lo faccio io. Dopo i fatti dell’ultimo anno, relativi alla mia vita affettiva e per me dolorosissimi, avrete sicuramente letto il modo in cui mi hanno mandato a fare in culo sul numero di aprile. Ci fanno pure le vignette satiriche, l’ultima si intitolava: «Il canaro». Allora ho pensato: sai che ti dico? Pubblichiamoli tutti con Guermonti.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Il potere e le conoscenze si trasmettono per via anale. Niente ipocrisie. Molti di voi, del resto, lo sanno, che i ruoli si invertono, che sono i più forti a mettersi a pecora, o a lasciarsi picchiare.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Nella terza sezione ci ho messo i morti.</em></p>
<p><em>Sono ordinati in base a un rigoroso ordine cronologico, con le foto,le date e le prefazioni, dove racconto la prima volta che arrivarono in casa editrice e fecero anche i seduttivi, pur di farsi pubblicare un pezzo. «Non ce n’è bisogno» gli dicevo, «se è buono esce lo stesso.» Delimitare un’esperienza, renderla inattaccabile dalla morte e dalla sua retorica, ecco è questo, per me, il senso ultimo dell’eternità. Il problema però, con alcuni di loro, era che si mangiavano l’un l’altro già da vivi. Da vivi, sì, nella vita e fuori dalla recita, dalle posture, dalle marchette sulle riviste patinate, fuori da quel bisogno che avevano di misurarselo a contratti di edizione. Potevano diventare la parte migliore del paese. E invece sono tutti morti.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>A scanso di malintesi, ho inserito postume delle risposte alle loro lettere. Cioè altre lettere. Non faccio altro che scrivere lettere, negli ultimi tempi ma queste in particolare le ho buttate giù in due giorni, di fretta e furia. Molte sono tornate indietro, perché gli indirizzi risalivano anche a quarant’anni fa. Potremmo farne, se siete d’accordo,un’appendice a parte.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Ora su questa cosa del Parallelo sarebbe facile costruirci un individuo collettivo, uguale e contrario a ciò che ero io a trent’anni. Un coglione, arrogante, presuntuoso parvenu. Uno che spiattellava sui principali quotidiani del paese che l’indolenza paga, che nel processo di selezione darwiniana delle anime esistono razze di uomini a cui la società offre il privilegio di vedere il proprio narcisismo realizzato. I ciarlatani presenti fra le vostre fila, come sono sempre stato io stesso, d’altronde, un ciarlatano intimamente puerile, capiranno perfettamente il punto. Per questo, quando leggerete, per favore non rideteci sopra, non giudicateli per le loro ingenuità. Ma per la loro speranza. Siate umili perché la poesia è dalla loro parte, e non certo nel vostro senso della realtà.</em></p>
<p><em>(…)</em></p>
<p><em>Ho impiegato il mio tempo libero a mettere insieme un’edizione</em> <em>critica del fallimento. Credo che la scelta dei testi sia la peggiore possibile. Vi invito a prenderne visione, e farmi delle relazioni scritte. Se qualcuno ha consigli, suggerimenti, obiezioni, ben vengano, tanto di tempo, fino alla fine dell’anno, ne abbiamo. Per tutto il resto, chiarimenti o dubbi, dovreste rivolgervi a Riccardo Artusi. Sa già tutto.</em></p>
<p><em>Un caro saluto dal Vostro</em></p>
<p><em>Leandro Van Sandt</em></p>
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		<title>Se i Coen avessero preso le distanze dai Coen</title>
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		<pubDate>Sat, 08 May 2010 08:04:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionisur</dc:creator>
				<category><![CDATA[cinema]]></category>
		<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[Cormac McCarthy]]></category>
		<category><![CDATA[fratelli Coen]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura americana]]></category>
		<category><![CDATA[Non è un paese per vecchi]]></category>
		<category><![CDATA[voice over]]></category>

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			<content:encoded><![CDATA[<p>di <b>Giuseppe Zucco</B><br />
<br />
<a href="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/04/noneunpaese.jpg"><img src="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/04/noneunpaese.jpg?w=450&#038;h=117" alt="" title="nonèunpaese" width="450" height="117" class="aligncenter size-full wp-image-2260" /></a></p>
<p>Alla letteratura secca e tagliente di Cormac McCarthy, una tra le migliori penne americane, i fratelli Coen hanno sostituito un cinema altrettanto misurato e levigato. Al posto di frasi chirurgiche, di un altissimo senso del ritmo, di un uso della punteggiatura che corteggia le pause di respiro del lettore, di un linguaggio che rasenta l’oralità e la nitidezza delle descrizioni – una scrittura così raffinata che si fa <i>immagine</I> e apre alla <i>visione</I> della storia e alla comprensione dei motivi che la fondano – ora si trovano delle immagini nette ma non ugualmente necessarie.</p>
<p>L’operazione dei fratelli Coen è stata semplice, apparentemente. Libro alla mano, lo hanno letto da cima a fondo, ne hanno selezionato le parti adatte per una trasposizione cinematografica, e infine hanno sfilato via lo scheletro narrativo dalla carne viva del romanzo. Inseguimenti, sparatorie e fiumi di sangue: quella era la cosa più facile da mettere in scena. Molto più complesso tratteggiare i personaggi, scolpire con la luce i protagonisti, mettergli tra le pieghe del viso un’espressione esatta che raccontasse un passato, un futuro, il guado del proprio presente.</p>
<p>E ci sono riusciti con Llewelyn Moss, l’uomo che trova una valigia ripiena di dollari e fugge via. Ci sono riusciti con Anton Chigurh, rendendo quasi umana l’incarnazione paranoica del Male, che non ha storia né tempo, che sparisce così come arriva, che ritornerà di sicuro – un Javier Bardem senza eguali, perfettamente in parte, spietato sotto un caschetto buffissimo, talmente buffo da restituire il Male per quello che è: ridicolo e noioso, ripetitivo nella morte che si trascina dietro.<br />
<span id="more-2259"></span><br />
Ma non ci sono riusciti con Bell, lo sceriffo. Nel libro, McCarthy affida al vecchio sceriffo un ruolo chiave. Bell parla in prima persona. In capitoli scarni, il vecchio pensa a voce alta. Nei suoi pensieri c’è l’impronta di un mondo giusto che declina e tende a scomparire. Bell è una figura quasi <i>biblica</I>: raffigura l’etica, l’antidoto all’inferno, il senso di giustizia che scava la pelle e disegna sul viso una maschera dura di serietà ed esattezza nel fare le cose e giudicare il mondo. Bell è una figura <i>tragica</I>: è il punto di cesura tra due mondi che divergono, una figura che assume su di sé la fine di un’epoca, quella in cui si poteva contare sul buon senso, e gli atti criminali venivano risolti, e le cose erano fatte bene, e resistevano al trascorrere del tempo.</p>
<p>(Del resto, è impensabile che la figurina dello sceriffo disegnato dai fratelli Coen potesse pronunciare alcune tra le frasi più fiduciose e aperte alla speranza mai scritte da McCarthy: </p>
<p><I>Quando uscivi dalla porta sul retro di quella casa, da un lato trovavi un abbeveratoio di pietra in mezzo alle erbacce. C’era un tubo zincato che scendeva dal tetto e l’abbeveratoio era quasi sempre pieno, e mi ricordo che una volta mi fermai lì, mi accovacciai, lo guardai e mi misi a pensare. Non so da quanto tempo stava lì. Cento anni. Duecento. Sulla pietra si vedevano le tracce dello scalpello. Era scavato nella pietra dura, lungo quasi due metri, largo suppergiù mezzo e profondo altrettanto. Scavato nella pietra a colpi di scalpello. E mi misi a pensare all’uomo che l’aveva fabbricato. Quel paese non aveva mai avuto periodi di pace particolarmente lunghi, a quanto ne sapevo io. Dopo di allora ho letto un po’ di libri di storia e mi sa che di periodi di pace non ne ha avuto proprio nessuno. Ma quell’uomo si era messo lì con una mazza e uno scalpello e aveva scavato un abbeveratoio di pietra che sarebbe potuto durare diecimila anni. E perché? In cosa credeva quel tizio? Di certo non credeva che non sarebbe mai cambiato nulla. Uno potrebbe anche pensare questo. Ma secondo me non poteva essere così ingenuo. Ci ho riflettuto tanto. Ci riflettei anche dopo essermene andato da lì quando la casa era ridotta a un mucchio di macerie. E ve lo dico, secondo me quell’abbeveratoio è ancora lì. Ci voleva ben altro per spostarlo, ve lo assicuro. E allora penso a quel tizio seduto lì con la mazza e lo scalpello, magari un paio d’ore dopo cena, non lo so. E devo dire che l’unica cosa che mi viene da pensare è che quello aveva una sorta di promessa dentro al cuore. E io non ho certo intenzione di mettermi a scavare un abbeveratoio di pietra. Ma mi piacerebbe essere capace di fare quel tipo di promessa. È la cosa che mi piacerebbe più di tutte</I>.)</p>
<p>Tutto questo, nel film, non c’è. Se ne trova traccia al principio, nel <i>voice over</I>, e poi nel finale, bellissimo e implacabile, aderente al millimetro al libro. Ed è il finale che ha lasciato perplessi gli spettatori che hanno guardato il film, ma non hanno letto il libro. Perché arriva e continua come se fosse scollegato dal resto &#8211; un film dove piove sangue, e i vetri scoppiano in pezzi, e le pallottole bucano chiunque.</p>
<p>Sarebbe stato un capolavoro se dalla trama delle immagini fosse spuntata la figura tragica di Bell, lo sceriffo. Se i Coen fossero riusciti ad eguagliare la profondità e l’incisività della scrittura di Cormac McCarthy. Ma rimane comunque un film di ottima fattura, un western quando il western non è più praticabile, nel mondo impazzito degli anni ottanta. </p>
<p>Ci sarebbero potuti riuscire, i Coen, solo se avessero praticato il distacco da se stessi: se i Coen, per un attimo, avessero preso le distanze dai Coen. Invece hanno preferito guastare la tragicità degli eventi raccontati punteggiandoli con la loro comicità nera e graffiante – uno su tutti, valga l’esempio del rapporto e dei dialoghi tra lo sceriffo ed il suo sottoposto. Ma non ci si libera mai veramente da se stessi. E se in alcuni casi è una salvezza, qui il gioco mostra i suoi limiti.</p>
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		<title>Fratelli d&#8217;Italia?</title>
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		<pubDate>Fri, 07 May 2010 08:58:35 +0000</pubDate>
		<dc:creator>leogrande</dc:creator>
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		<category><![CDATA[affaritaliani.it]]></category>
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		<description><![CDATA[Questo articolo è uscito per la rivista pugliese La voce del popolo. di Alessandro Leogrande Negli ultimi mesi del 2009 il sito affaritaliani.it ha pubblicato a puntate un romanzo di fantapolitica: Fratelli d’Italia?. L’autore è tuttora anonimo, anche se dimostra di essere ben informato sui meccanismi del Palazzo. Il libro ha suscitato un certo interesse [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2363&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">
<i>Questo articolo è uscito per la rivista pugliese </I>La voce del popolo.</p>
<p>di <a href="http://www.minimumfax.com/persona.asp?personaID=511"><b>Alessandro Leogrande</B></A></p>
<p><a href="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/05/lega_nord.jpg"><img src="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/05/lega_nord.jpg?w=450" alt="" title="lega_nord"   class="aligncenter size-full wp-image-2364" /></a></p>
<p>Negli ultimi mesi del 2009 il sito <a href="http://www.affaritaliani.it/" target="_blank">affaritaliani.it</A> ha pubblicato a puntate un romanzo di fantapolitica: <i>Fratelli d’Italia?</I>. L’autore è tuttora anonimo, anche se dimostra di essere ben informato sui meccanismi del Palazzo. Il libro ha suscitato un certo interesse perché prevede (è scritto in forma di romanzo) che nel 2013 la Lega realizzerà la secessione del Nord, a partire dalla secessione del Veneto. Molto prima delle elezioni regionali di marzo, <i>Fratelli d’Italia?</I> aveva previsto che Zaia avrebbe stravinto le elezioni in Veneto, e che – da questa posizione – avrebbe creato le basi per una crescente autonomia.<br />
<span id="more-2363"></span><br />
A Roma, scrive l’autore di <i>Fratelli d’Italia?</I>, Berlusconi è sempre più debole e la politica nazionale sempre più impantanata. Al governo Berlusconi succede una specie di governo di unità nazionale, una sorta di Grande centro (questo vi dice qualcosa?). La Lega rumoreggia sempre più, ma in fondo è tranquilla, perché dopo aver conquistato la presidenza delle più importanti regioni del Nord ha creato le basi per la propria autonomia dal progetto berlusconiano. Anche caduto il Cavaliere, è in grado di sopravvivervi (anche questo, vi dice qualcosa?). Così, inaspettatamente, a inizio 2013, avviene il patatrac, che Anonimo descrive in questo modo: «Un mese più tardi, eravamo a gennaio, quattro grandi comuni del Sud – Napoli, Taranto, Reggio Calabria, Palermo – presentarono i bilanci. Erano tutti tecnicamente in bancarotta e, qualora non ci fosse stata una copertura straordinaria da parte dello Stato centrale, a marzo non sarebbero stati in grado di pagare gli stipendi. Il governo in un primo tempo minacciò di commissariarli, poi mandò –metodo assai irrituale – degli ispettori permanenti per vagliare le procedure di spesa, ripromettendosi di coprire il buco di bilancio attraverso una serie di storni da altri capitoli. Il giorno successivo, il Governatore del Veneto annunciò in un’intervista che se un solo euro destinato ad opere nel Nord fosse andato a coprire bilanci dissestati dei comuni del Sud il Veneto avrebbe trattenuto le imposte destinate allo Stato centrale. Zaia lo spiegò con il solito involucro di pacatezza e semplicità in cui trapelava latente una minaccia che andava aldilà, sempre aldilà, delle sue dichiarazioni, quali esse fossero. Una minaccia priva di contorni, e tuttavia gelidamente seria. Il governo centrale, dunque, veniva sfidato nelle sue prerogative in modo diretto. Era accaduto più volte nella recente storia, ma mai, fatta eccezione per il periodo del terrorismo e delle Brigate Rosse, in modo tanto esplicito. La Lega all’improvviso non giocava più, non parlava più di inno di Mameli, di immigrati, o di dialetti. Era scesa sul terreno dello scontro senza mediazioni. (…) Il Veneto – una delle due Regioni italiane (insieme alla Sardegna) che nello Statuto vedeva i propri abitanti riconosciuti ufficialmente come ‘popolo’ – aveva innescato il processo di secessione dallo Stato italiano».<br />
Anche questo lungo brano riportato (a parte il riferimento concretissimo ai comuni del Sud a rischio bancarotta, Taranto è stata già commissariata tre anni e mezzo fa) vi dice qualcosa? Nei capitoli successivi del romanzo la secessione viene realizzata davvero, con tutti i crismi. Ma lasciamo il 2013 e «torniamo» al 2010: il paese è davvero così diverso dalle scenario descritto?<br />
L’Italia è un paese ormai frantumato e le condizioni per una sua spaccatura sono state già create. Il peso della Lega sulla politica nazionale è enorme (controllano già il ministero degli interni e il ministero delle riforme proprio nel momento in cui si celebra il 150° dell’Unità d’Italia). Ma con la conquista del Piemonte, e soprattutto del Veneto, è stato fatto un enorme balzo in avanti. La Lega, in Veneto, è già un partito-Stato, che controlla da cima a fondo quasi tutte le amministrazioni e l’economia (basti leggere il reportage <i>L’apartheid</I>  di Toni Fontana per capire come hanno già realizzato la loro autonomia con misure segregazioniste contro gli immigrati). È vero, hanno già creato le precondizioni per sopravvivere alla fine del berlusconismo e per essere del tutto autonomi da un eventuale governo di centro o di centrosinistra. Fino a quando la cornice unitaria («scomparsa la sinistra dal Nord», come dice Bossi) non li disturba, non se ne preoccuperanno. Ma poi…</p>
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		<title>Morire di stato</title>
		<link>http://minimaetmoralia.wordpress.com/2010/05/06/morire-di-stato-6/</link>
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		<pubDate>Thu, 06 May 2010 08:49:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianlucacataldo</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Dal Lago]]></category>
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		<description><![CDATA[14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve. di Gianluca Cataldo L’odierno clima politico trova naturale [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2358&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">
<b>14/01/2010 Decesso di undici rimpatriati in Libia</B></p>
<p><i>La data fa riferimento all’articolo di Fabrizio Gatti, uscito per L’espresso all’inizio del nuovo anno. Per non perdere l’abitudine. Vi avvertiamo che le immagini del video sono davvero scioccanti ma è probabile che sia esattamente questa la reazione che serve.</I></p>
<p>di <b>Gianluca Cataldo</B></p>
<p align="center">
<span style="text-align:center; display: block;"><a href="http://minimaetmoralia.wordpress.com/2010/05/06/morire-di-stato-6/"><img src="http://img.youtube.com/vi/u9myd7C3_Q4/2.jpg" alt="" /></a></span></p>
<p align="justify"></p>
<p>L’odierno clima politico trova naturale linfa in quello che Bauman definisce, nel saggio <i>Paura liquida</I>, «lo Stato dell’incolumità personale».<br />
Una paura diffusa, eterea, è definibile come paura di secondo grado. È tale una paura derivata che, indipendentemente dall’attualità di una minaccia, orienta il comportamento di un uomo, in seguito a una modificazione delle sue aspettative e della personale percezione del mondo.<br />
Probabilmente il miglior termine che descrive questa declinazione dell’animo è una particolare forma di sensibilità, ossia: l’insicurezza. Chi accetta, nella propria vita, l’inclusione di tale variabile farà costantemente ricorso a meccanismi di difesa da questa paura ubiqua. Le paure derivate, dunque, si auto-alimentano.<br />
Il negativo dell’insicurezza è la <i>sicurezza</I>, un simulacro politico cui si sono votati i partiti di destra – e non solo –  di mezza Europa.<br />
Il Devoto-Oli Ed. 2008 definisce <i>sicurezza</I> la «condizione oggettiva esente da pericoli, o garantita contro eventuali pericoli».<br />
Attribuisce al termine <i>simulacro</I> il significato letterario di immagine divina o meglio, dal punto di vista tecnico, di «[...] modello al vero di una macchina o di una parte di essa, riproducente per lo più la sola forma esteriore».<br />
L’incolumità, invece, rimanda alla sfera personale del proprio corpo e delle sue estensioni.<br />
La stessa Europa che vive nell’incubo di una costante emergenza-sicurezza è, oggi, il continente statisticamente più al sicuro della storia dell’umanità. «Viviamo senza dubbio [...] nelle società più sicure finora mai esistite »[1], eppure, nella sua assuefazione alla paura, la Società ha dimenticato di liberarsi dalle ansie e dalle paure derivate, nate e nutritesi in seno all’insicurezza.<br />
Bauman analizza, a questo punto, le tre aree che hanno prodotto insicurezza nell’epoca pre-moderna:<br />
1)	La tecnologia ha sedato la natura rendendo stabile e sicuro il nostro habitat<br />
(salvo vistose eccezioni quali l’uragano Katrina o l’alluvione a Giampilieri).<br />
2)	La cura di malattie e persino dei difetti congeniti del corpo ha raggiunto<br />
livelli di protezione elevatissimi.<br />
3)	Inimicizia e ostilità tra gli uomini.<br />
Riguardo alla terza area la promessa di sicurezza non è stata adempiuta e, anzi, se ne è persino complicata la realizzazione. Si può affermare che la paura nei confronti degli altri esseri umani rappresenti oggi il <i>genus</I> fondamentale dell’insicurezza moderna.<br />
<span id="more-2358"></span><br />
<i>L’altro</I> ci appare fonte di pericolo. E, se questa affermazione può sembrare banale, le implicazioni interiori della dicotomia noi-altro assumono dignità filosofica nelle parole di Escobar: «Di qua, [...], c’è lo spazio del posseduto, il luogo chiuso della sicurezza, il mondo sottratto con l’artificio al non-umano e trasformato in un ambito di nessi conosciuti. Di là, [...], c’è il mondo che non c’è dato, [...], dove non siamo più»[2]. Come meglio si vedrà più avanti, l’affermazione personale e il circoscrivere un ruolo nella società passano attraverso la definizione dei confini della propria soggettività.<br />
Di fronte a una situazione così frammentaria e inafferrabile reagiamo prendendo dei provvedimenti, e in tal modo «conferiamo immediatezza, concretezza e credibilità alla minacce, vere o presunte, da cui secondo noi derivano le paure»[3].<br />
Bauman, seguendo il solco del suo storico ragionamento sulla liquidità, dice che, nel pieno della fase <i>solida</i> della modernità, la distinzione di classe si risolveva anche in una differenziazione sul controllo. Un bambino di una famiglia operaia era controllato dalla costruzione di un modello sociale basato su gerarchia di potere, di genere e di anzianità. In una famiglia della classe media il controllo avveniva, al contrario, attraverso la manipolazione di principi astratti.<br />
Nella società «liquido-contemporanea», invece, gli uomini conducono le proprie attività all’interno di una costante esigenza di riconoscimento: non si cerca di promuovere un codice di condotta basato su principi astratti o modelli concreti, ma di colmare un deficit di legittimità. Si cerca di testare i limiti dell’estensione di una scelta individuale.<br />
La redistribuzione sociale delle paure caratterizza la società contemporanea più dell’utopica – quanto auspicabile – redistribuzione del reddito. A mio avviso, la differenza di classe è colmata da una diffusione omogenea delle paure fra i votanti. E poiché votanti sono tanto le classe medio-ricche che quelle medio-povere, tale redistribuzione è uniforme, nel caso dell’Italia, su tutto il territorio nazionale.<br />
Il risultato è l’impressione di una violenza costante.<br />
Tuttavia questo eccesso di paura ha bisogno di essere incanalato, focalizzato su un bersaglio sostitutivo.<br />
Sulla paura-della-Società, credo che lo Stato intervenga in tre modi:<br />
1)	Tacitazione delle paure.<br />
Come nota Bauman, si cerca la convivenza con la paura. Lo Stato tenta quindi di obliterare le paure che derivano da pericoli incontrollabili o non più controllabili (es: i danni causati dal cambiamento climatico, la crisi finanziaria che ha investito l’intero pianeta nel 2009).<br />
2)	Sfruttando le paure dal punto di vista commerciale.<br />
Il successo di format come il Grande Fratello può spiegarsi anche alla luce del fatto che fanno perno su una grande paura dell’uomo contemporaneo, oltre che, a parer mio, sulla perversione voyeuristica da gossip. Questa paura è il timore di essere esclusi dalla società di cui si fa parte.<br />
I reality danno una visione semplicistica e caricaturale di quelli che sono i fenomeni di esclusione di un sistema più ampio e privo di telecamere. L’intero format è diretto verso la nomination, prima, e l’eliminazione, poi, di un concorrente, a cui seguono lunghe settimane di discussione da talk show per sviscerare le motivazioni e le dinamiche di questa esclusione.<br />
3)	Sfruttamento politico.<br />
Il terzo modo di relazionarsi con le paure è quello che interessa lo «Stato dell’incolumità».<br />
La tutela dell’ordine e della sicurezza sono diventati, soprattutto in questi ultimi anni, il principale argomento di campagne elettorali basate sull’incapacità di affrontare problemi reali quali la disoccupazione e la precarietà.<br />
È possibile guadagnare legittimità politica barattando la paura con un simulacro-di-sicurezza. E cioè un modello che riproduca soltanto la forma esteriore di una condizione oggettiva garantita da eventuali pericoli. Un modello vacuo per due ragioni fondamentali: o perché il contenuto della paura è ineliminabile poiché incontrollabile; oppure, più sottilmente, perché tale contenuto è stato creato.<br />
Tale sistema di creazione è stato accuratamente esposto da Alessandro Dal Lago nel saggio <i>Non-persone</i>, con la denominazione di «Tautologia della paura». Sebbene il sociologo romano tratti nel suo saggio d’immigrazione, io reputo che tale sistema possa risultare applicabile anche in molti altri settori.<br />
Dal Lago definisce «“tautologico” questo meccanismo quando la semplice enunciazione dell’allarme [...] <i>dimostra</I> la realtà che esso denuncia »[4].<br />
La capacità di una definizione di diventare motivo oggettivo di allarme dipende da alcuni fattori.<br />
In primo luogo dall’accordo degli attori incaricati di produrre le definizioni e, secondariamente, dalla loro legittimità. Quindi, il terzo fattore strategico determinante è rappresentato dalla capacità della stampa di imporre la definizione, attraverso la costruzione di un elemento di pubblico interesse.<br />
Lo sbandieramento dell’allarme in prima pagina è, a sua volta, legittimato dall’intervento degli attori che rivendicano la rappresentanza della società. Quest’interpretazione politica attribuisce all’allarme risalto nazionale, e legittima l’interlocutore politico come risolutivo della paura.<br />
I passaggi identificati da Dal Lago, nella figura della «Tautologia della paura»[5] , sono i seguenti:<br />
·	Risorsa simbolica: «I … sono una minaccia per i cittadini».<br />
·	Definizioni soggettive degli attori legittimi: «Abbiamo paura. I … ci<br />
minacciano».<br />
·	Definizione oggettiva dei media: «I … sono una minaccia, come risulta<br />
dalla voci degli attori [legittimi] (sondaggi, inchieste, eccetera), nonché dai fatti che stanno ripetutamente accadendo».<br />
·	Trasformazione della risorsa simbolica in «frame» dominante (è<br />
dimostrato che i … minacciano la nostra società, e quindi «le autorità devono agire» eccetera).<br />
·	Conferma soggettiva degli attori legittimi: «Non ne possiamo più, che<br />
fanno i sindaci, la polizia, il governo?»<br />
·	Intervento del «rappresentante politico legittimo».<br />
·	Eventuali misure politiche che confermano il «frame dominante».<br />
A questo punto il «frame dominante» può essere invocato a ogni nuova emergenza.<br />
Tornando a Bauman, egli conclude il saggio in esame con una inquietante riflessione.<br />
Lo Stato sociale ha avuto, in seno alla democrazia, un ruolo strumentale in vista del raggiungimento di una fiducia nel futuro e dell’ottimistica sicurezza delle persone circa la loro capacità di agire. Ha garantito – o ha cercato di farlo – quella parte della società storicamente esclusa da questi due elementi, da cui attinge linfa la democrazia.<br />
«Lo Stato dell’incolumità personale, invece, fa leva sulla paura e sull’incertezza e [...] sviluppa interessi costituiti a moltiplicare le fonti del proprio nutrimento [...]. Indirettamente, esso mina le fondamenta della democrazia»[6].</p>
<p>[1] ROBERT CASTEL, <i>L’insicurezza sociale. Che significa essere protetti?</I>, Einaudi, 2004<br />
[2] ROBERTO ESCOBAR, <i>Metamorfosi della paura</I>, Il Mulino, 2007<br />
[3] ZYGMUNT BAUMAN, <i>Paura liquida</I>, Laterza, 2006<br />
[4] ALESSANDRO DAL LAGO, <i>Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale</I>, Feltrinelli, 2009<br />
[5] ALESSANDRO DAL LAGO, <i>Non-persone. L’esclusione dei migranti in una società globale</I>, Feltrinelli, 2009<br />
[6] ZYGMUNT BAUMAN, <i>Paura liquida</I>, Laterza, 2006</p>
<p align="center">
<a href="http://espresso.repubblica.it/dettaglio/morire-nel-deserto/2119367&amp;ref=hpsp" target="_blank"><b>Qui</b></a> l&#8217;articolo di <b>Fabrizio Gatto</B></p>
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		<title>Caro Presidente</title>
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		<pubDate>Wed, 05 May 2010 08:34:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lagioia</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[cervelli in fuga]]></category>
		<category><![CDATA[Igiaba Scego]]></category>
		<category><![CDATA[Napolitano]]></category>
		<category><![CDATA[precariato]]></category>
		<category><![CDATA[Presidente della Repubblica]]></category>
		<category><![CDATA[Unità]]></category>

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		<description><![CDATA[di Igiaba Scego Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2354&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">
di <b>Igiaba Scego</B></p>
<p><i>Ieri sono stata ricevuta dal Presidente Napolitano per questa lettera, mi ha detto parole giuste ed equilibrate. Ma come fare ora a non disperdere queste voci che si levano da più parti? Io ho scritto una lettera ora. Ieri sono state scritte altre lettere da altri. Domani saranno scritte nuove lettere dal contenuto gemello. Ma la politica sul precariato non cambia. Che fare?</I></p>
<p><b>L&#8217;Unità &#8211; Edizione Nazionale &#8211; 30/04/2010</B></p>
<p>Caro Presidente della Repubblica sono una cittadina di questo paese, mi chiamo Igiaba Scego, classe ‘74 e volevo informarla che mi sto arrendendo. Tempo fa Lei ha rincuorato i precari, i disoccupati, i ricercatori senza affiliazione a non gettare la spugna. Ci ha detto «Coraggio non vi arrendete. Non uscite dall’Italia». Ci ha rivolto parole dolci e sincere. Purtroppo Signor Presidente io mi sto arrendendo. E vorrei tanto avere quel coraggio che ho sentito nelle sue parole. Ma questi sono giorni molto difficili. Temo di non essere la sola a sentirsi così. Faccio parte, e non è una vuota statistica, di una generazione a cui sono state tarpate le ali. Sono una precaria della cultura. Sto diventando una precaria della vita. Sono settimane che penso a lei. Mi sono detta «Il nostro Presidente deve sapere». Mi sono chiesta per settimane come ci si deve effettivamente rivolgere al Presidente della nostra Repubblica. Alla fine ho optato per un <i>Caro Presidente</I> perché la parola caro è una parola legata all’intimità della sua figura che ci è padre (e sempre amico), ma anche all’intimità della disperazione quieta che le sto per illustrare. Io sono figlia di somali nata a Roma. Sono cittadina italiana. La Somalia, il paese dei miei genitori, della mia altra lingua madre, della mia pelle, delle mie tradizioni più intime si è liquefatto. La Somalia come stato non esiste più dal 1991. La guerra ci sta portando all’apocalisse, alla fine di ogni sogno. Ma ecco la perdita della Somalia mi ha fatto capire quanto invece è importante per me fare qualcosa, anche piccola, per salvare l’Italia e i sogni della mia generazione.<br />
<span id="more-2354"></span><br />
Ho due paesi. Uno l’ho (momentaneamente spero) perso, l’altro non lo voglio perdere. Ma come fare Signor Presidente? Come fare a non arrendersi quanto tutto sembra remarci contro? Io non voglio partire, non voglio fare il cervello in fuga. Non voglio scrivere l’ennesima lettera ad un giornale della persona che non ce la fa più e chiude baracca e burattini per tentar la sorte all’estero. Non voglio rinunciare al sogno di poter fare qualcosa in uno dei due paesi che sento veramente mio. Ma questo precariato, questa incertezza costante, mi stanno uccidendo&#8230; letteralmente. Ho un curriculum d’eccellenza, ma non serve. Sto cominciando ad avere problemi di salute per le troppe preoccupazioni. Tempo fa un amico di famiglia mi ha chiesto: «Ma tu, per lo stato italiano, cosa sei?». E poi: «Che lavoro fai?». Ho cercato di cavarmela con la solita parola: «Precaria». Ma lui ha chiesto «dettagli». Ho blaterato alcune cose. «Ho finito un dottorato di ricerca. Sono una scrittrice, una giornalista, una ricercatrice senza affiliazione. Sono letta. Collaboro con alcune riviste e alcuni giornali. Faccio mediazione culturale nelle scuole. Ho tenuto lezioni anche in un carcere minorile». Insomma, mi sono messa a fare una lista: «Lo sai che anche all’estero fanno tesi su di me?» ho detto. Ho cominciato a descrivere il mio personale arcipelago di lavori. La via crucis dell’essere precario. Nella speranza che l’amico rimanesse impressionato e la smettesse con le sue domande moleste che, a ogni sospiro, rischiavano di far crollare il castello di carta che m’ero costruita, ho aggiunto che sono laureata, ho fatto un corso di specializzazione, un master universitario, uno stage alla Radio vaticana, due programmi per radio Tre, e che vanto una collaborazione attiva con i giovani studenti del centro sociale Esc. E non mi sono fermata lì. «Ho lavorato in teatro. Scritto saggi. Ho tradotto opere dallo spagnolo». E visto che intendeva aprire di nuovo la bocca, ho continuato: «Conosco il lavoro duro, proletario, perché ho fatto la barista, ho venduto scarpe dietro una bancarella, ho venduto dischi, fatto la hostess nei convegni, l’animatrice con gruppi di bambini». Insomma ho parlato tanto. Mi si è seccata la gola. L’amico di famiglia aveva una domanda di riserva. Quella che temevo più di tutte: «Ma ci vivi con tutta ‘sta roba?». Potevo forse mentirgli? Gli ho risposto: «No, non ci vivo. Devo fare miracoli ogni mese. Vorrei un figlio un giorno, ma non ho idea di cosa gli darò da mangiare. Ora poi la mia situazione s’è fatta più drammatica: c’è la crisi e il poco lavoro». Signor Presidente ho un cervello e delle competenze, ma mi riterrò fortunata, se trovo un call center per sfamarmi nei prossimi mesi. Perché, in questo paese, a una come me offrono solo stage non retribuiti. Non importa se si è preparati. Non importa se si hanno esperienza e cervello. Amo profondamente l&#8217;Italia. Ultimamente, però, è cresciuta in me una rassegnazione ai limiti della depressione più cupa. Intorno a me la gente parte. la voglia di migrare tra chi ha 30 anni cresce. L’Italia è tornata ad essere di nuovo il paese degli emigranti. L’ultima dei miei amici ad aver fatto la sua valigia di cartone è Gordana Gaetaniello. Ora sta in India. Nel suo futuro c&#8217;è l&#8217;Australia. Gordana è l’ennesimo cervello in fuga. Io l’Italia me la porto dovunque nel cuore. Sembra romantico detta così. Ma di fatto è quello che sento. Mi scorre nelle vene. Come la Somalia del resto. Il Bel Paese non sta bene caro Presidente. È un malato grave, ma come dico sempre agli amici non è terminale. Possiamo riprenderci e avere un’altra chance. Io vedo un paese pieno di potenzialità. Gente capace, tante idee, voglia di fare. Però vedo anche il muro che hanno messo su diciamo i poteri forti (non è colpa solo della politica). Le faccio un esempio. L’università. Io ho un dottorato di ricerca e conosco tante persone piene di idee. Il sistema Italia non permette loro di fare ricerca. Molti dei miei amici hanno scelto la strada dell’emigrazione, altri hanno abbandonato il sogno e ora fanno i commessi, i camerieri o perdono il loro talento in un call center. L’Italia ha pagato per formare quelle persone e arrivati al momento della raccolta disperde questo patrimonio immenso. L’università è come un rampollo scapestrato di una ricca famiglia. Il rampollo ha tanti soldi, ma non sa spenderli bene, butta via tutto e rimane in mutande. L’università italiana è un po’ così. Il sistema è bloccato e ci sono pochi fondi. Servirebbe una riforma seria. Servirebbe aprire una questione morale autentica. Mettersi in gioco. Prendersi le proprie responsabilità. Sarebbe bello cominciare ad interrogarci su tante cose. Con onestà, trasparenza, fermezza. Io credo che il cambiamento potrà avvenire in Italia solo se si farà piazza pulita di tutti i comportamenti ambigui. Il mio più grande sogno è poter un giorno insegnare ai giovani studi postcoloniali e migrazioni. Non voglio andare via Signor Presidente. In un momento storico così delicato, dove l’Italia è cambiata, dove c’è una società multiculturale reale, un mutamento antropologico, sento che potrei fare da ponte. Spiegare quello che sta succedendo. Non voglio andare via Signor Presidente. Mi aiuti a restare. Ci aiuti a restare.<br />
30 aprile 2010 pubblicato nell&#8217;edizione Nazionale nella sezione «Economia»</p>
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		<title>Seminario suoi luoghi comuni</title>
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		<pubDate>Tue, 04 May 2010 08:41:58 +0000</pubDate>
		<dc:creator>francesco pacifico</dc:creator>
				<category><![CDATA[libri]]></category>
		<category><![CDATA[scrittura]]></category>
		<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Pacifico]]></category>
		<category><![CDATA[Franz kafka]]></category>
		<category><![CDATA[La matrice]]></category>
		<category><![CDATA[narrazione]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[Risoluzioni]]></category>
		<category><![CDATA[seminario sui luoghi comuni]]></category>

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		<description><![CDATA[16. La matrice di Francesco Pacifico Ecco un racconto di Kafka, trascritto per intero Risoluzioni di Franz Kafka Sollevarsi da una misera condizione dev’essere, anche con voluta energia, facile. Mi strappo dalla poltrona, giro correndo intorno alla tavola, metto in moto la testa e il collo, faccio divenir fuoco gli occhi, tendo intorno ad essi [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2348&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><font size="+1"><b>16. La matrice</B></font></p>
<p>di <a href="http://www.ibs.it/code/9788804594376/pacifico-francesco/storia-della-mia-purezza.html"><b>Francesco Pacifico</B></A></p>
<p><i>Ecco un racconto di Kafka, trascritto per intero</I></p>
<p align="center"><b><i>Risoluzioni</B></I> di <b>Franz Kafka</B></P></p>
<p align="justify">Sollevarsi da una misera condizione dev’essere, anche con voluta energia, facile. Mi strappo dalla poltrona, giro correndo intorno alla tavola, metto in moto la testa e il collo, faccio divenir fuoco gli occhi, tendo intorno ad essi i muscoli. Combatto ogni impulso, saluterò A. con calore, quando ora verrà, sopporto amichevolmente B. nella mia stanza, e mando giù tutto quello che vien detto in casa di C., nonostante il dispiacere e la fatica, a lunghe sorsate.<br />
Ma anche in questo caso a ogni errore che non si potrà evitare, l’insieme – il facile e il difficile – si arresterà e io sarò costretto a rigirarmi in cerchio.<br />
Perciò la miglior soluzione è di accettare tutto, contenersi come una massa pensante, e, anche se ci si sente come soffiati via, non lasciarsi trascinare a compiere un passo non necessario, guardare il prossimo con occhio animalesco, non provar pentimenti, insomma soffocare colla propria mano quel che ancora resta della vita come fantasma, e cioè aumentare ancora l’ultima pace sepolcrale e non lasciar sussistere nient’altro.<br />
Un movimento caratteristico di un simile stato d’animo è di passarsi il mignolo sulle sopracciglia.<br />
<span id="more-2348"></span></p>
<p>Non ci sono «vicende narrate». Non è una storia su un personaggio cui accadono alcune cose in successione e che si trova in un punto all’inizio e in un altro punto alla fine. Non c’è un personaggio che agisce o che osserva. Potremmo vedere questi quattro paragrafi come un lavoro di preparazione: ecco secondo quali principi agisce un certo personaggio; ecco come vede il mondo («perciò la miglior soluzione è di accettare tutto»). Da qui si potrebbe partire dunque per scrivere una storia incentrata su un personaggio dai contorni abbastanza definiti. E invece, il racconto è già finito così.<br />
Allora cosa fa di «Risoluzioni» un racconto? E cosa implica il fatto che questo sia in effetti un racconto?<br />
Io la vedo in questo modo: il semplice prevedere che un personaggio reagirà in una certa maniera al contatto con la realtà lo rende reale, attivo, dinamico, come se stesse già agendo sotto i nostri occhi. Ogni frase del primo paragrafo è la matrice per numerosi potenziali momenti romanzeschi. Nel secondo paragrafo il protagonista potenziale stabilisce in quale situazione incontrerà un impasse: se vogliamo, lo si può vedere come un secondo atto; e dunque vedere il terzo paragrafo come un potenziale terzo atto. Anche se tenderei a pensare che anche il terzo paragrafo è una matrice di ulteriori idiosincrasie di questo personaggio ancora tutto da usare. Il quarto paragrafo è un’immagine accuratissima, che sta lì come esempio ma è la materia – quel mignolo e quelle sopracciglia – in cui va a infilarsi tutto lo spirito del breve racconto.<br />
Una cosa del genere vale come radiografia di cos’è la letteratura a stringere. Kafka ha stretto il più possibile, per produrre questo lievito letterario. È uno choc, nella sua semplicità: facendoci capire qual è la tensione che sta alla base del narrare, facendocelo capire senza usare i soliti ferri – senza scene, scenografie, dialoghi – pone secondo me la seguente provocazione: a cosa serve usare scene, scenografie, dialoghi, discorso indiretto libero e così via se non c’è alla base l’essenza irriducibile di un personaggio: i suoi limiti, i suoi tic mentali, il suo essere assolutamente particolare? A che serve mettersi a scrivere se non si sa di chi si sta scrivendo? A volte ci si mette frettolosamente a scrivere un racconto, o un romanzo: ci si ficcano dentro le cose che occorre ficcarci dentro, ma magari non ci si è ancora calati in quel genere di concentrazione che produce dentro di noi un personaggio: e così sembra esserci tutto quel che serve, e invece non c’è niente.</p>
<p>Leggi le precedenti puntate del <b>Seminario suoi luoghi comuni</B><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/04/27/seminario-sui-luoghi-comuni-7/"><b>15. But I digress</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/04/20/seminario-sui-luoghi-comuni-6/">14. Amore e morte</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/04/13/seminario-sui-luoghi-comuni-5/#more-2226">13. Come sfruttare orribilmente tua sorella e uscirne sconfitto</a><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/03/30/seminario-sui-luoghi-comuni-4/">12. Se la montagna non va a maometto</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/03/23/seminario-sui-luoghi-comuni-3/">11. La livella</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/03/16/seminario-suo-luoghi-comuni/">10. Prima che il gallo canti mi avrai frainteso tre volte</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/03/09/seminario-sui-luoghi-comuni-2/">9. La realtà nonostante l&#8217;autore</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/03/02/scene-di-lotta-di-classe/">8. Scene di lotta di classe</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/02/23/pettegolezzi/">7. Pettegolezzi</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/02/16/culto-della-personalita/">6. Culto della personalità</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/02/09/il-giovane-moralista/">5. Il giovane moralista</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/02/02/le-leggi-della-fisica/">4. Le leggi della fisica</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/01/26/idiosincrasie-di-un-protagonista/">3. Idiosincrasie di un protagonista</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/01/19/compassione-per-la-comparsa/">2. Compassione per la comparsa</A><br />
<a href="http://minimaetmoralia.minimumfax.com/2010/01/12/seminario-sui-luoghi-comuni/">1. Il viale per lo struscio</A></p>
<br />  <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gocomments/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/comments/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godelicious/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/delicious/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gofacebook/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/facebook/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gotwitter/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/twitter/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/gostumble/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/stumble/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/godigg/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/digg/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/" /></a> <a rel="nofollow" href="http://feeds.wordpress.com/1.0/goreddit/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/"><img alt="" border="0" src="http://feeds.wordpress.com/1.0/reddit/minimaetmoralia.wordpress.com/2348/" /></a> <img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2348&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></content:encoded>
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		<title>Da Verne all&#8217;Islanda cristiana. Il fascino dei vulcani è per sempre</title>
		<link>http://minimaetmoralia.wordpress.com/2010/05/03/da-verne-allislanda-cristiana-il-fascino-dei-vulcani-e-per-sempre/</link>
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		<pubDate>Mon, 03 May 2010 08:16:46 +0000</pubDate>
		<dc:creator>edizionisur</dc:creator>
				<category><![CDATA[Uncategorized]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio Grosso]]></category>
		<category><![CDATA[Apocalisse bianca]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Longo]]></category>
		<category><![CDATA[il Riformista]]></category>
		<category><![CDATA[Islanda]]></category>
		<category><![CDATA[Jules Verne]]></category>
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		<category><![CDATA[Sotto al vulcano]]></category>
		<category><![CDATA[Viaggio al centro della terra]]></category>
		<category><![CDATA[vulcani]]></category>

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		<description><![CDATA[Questo pezzo è uscito il 25 aprile sul Riformista di Francesco Longo Gli ebrei furono liberati dalla schiavitù egiziana perché il Signore mandò una nube che li condusse dritti fino al Mar Rosso. La colonna di fumo aveva questa caratteristica: «la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte». Sull’attuale [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2342&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">
<i>Questo pezzo è uscito il 25 aprile sul </i><a href="http://www.ilriformista.it/" target="_blank">Riformista</A></p>
<p>di <a href="http://www.laterza.it/scheda-autore.asp?id_autore=4091&amp;pr="><b>Francesco Longo</B></A></p>
<p><a href="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/05/vulcano_minima.jpg"><img src="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/05/vulcano_minima.jpg?w=450" alt="" title="vulcano_minima"   class="aligncenter size-full wp-image-2343" /></a></p>
<p>Gli ebrei furono liberati dalla schiavitù egiziana perché il Signore mandò una nube che li condusse dritti fino al Mar Rosso. La colonna di fumo aveva questa caratteristica: «la nube era tenebrosa per gli uni, mentre per gli altri illuminava la notte». Sull’attuale nube vulcanica islandese è facile trarre suggestive interpretazioni circa arcani moniti divini o moniti di Madre Natura, ma due cose sono certe. Primo: i vulcani hanno spesso attirato l’attenzione degli scrittori. Secondo: certe volte la religione e la letteratura si incontrano: sui vulcani. E si potrebbe anche aggiungere che la letteratura a volte si avvera, proprio come le preghiere o gli scongiuri.<br />
Un vulcano islandese alzò la voce nell’anno mille, quando non esistevano ancora i processi mediatici, ma il cristianesimo se la passava lo stesso maluccio. Nei giorni in cui l’immagine della chiesa è ai minimi storici, nell’alto dei cieli si è alzata una nube che ha fatto strisciare a terra gli aerei. Una leggenda vuole che nell’anno mille, in Islanda, un vulcano fu determinante per il futuro della religione cristiana. All’epoca, il parlamento si riunì a Thingvellir, sopra una vecchissima distesa di lava, per prendere una decisione cruciale per il futuro della nazione. Era infatti arrivato il momento di decidere se adottare la religione cristiana o se proseguire ad adorare i loro antichi dei. Il parlamento riunito si spaccò in due fazioni. Ogni ala denunciava l’altra sostenendo che gli avversari erano fuori legge. Mentre la discussione era ancora accesa, irruppe un messaggero che sconvolse la disputa. Avvertì che la lava del vulcano aveva iniziato a sgorgare e che presto il villaggio del capo della comunità cristiana sarebbe stato spazzato via. Per i pagani era la prova dell’esistenza dei loro dei che non volevano essere cacciati. I loro discepoli tirarono queste conclusioni: «Cristiani: i nostri dei sono irritati dalla vostra proposta». Era possibile però leggere il fenomeno anche in un altro modo. Per il capo dei cristiani infatti c’era qualcosa che non tornava. La riunione avveniva su una colata di lava precedente. E il cristiano concluse così la sua arringa: «per quale motivo al tempo di quella antica eruzione i vostri dei sarebbero stati irritati? Forse proprio perché non esisteva ancora il cristianesimo sull’isola!». Si passò alla votazione. Il capo cristiano era stato più convincente. I voti dissero chiaramente che l’Islanda doveva voltare le spalle ai vecchi idoli e convertirsi al cristianesimo. Insomma il vulcano avrebbe portato la chiesa cristiana sull’isola.<br />
<span id="more-2342"></span><br />
I vulcani islandesi, prima ancora di mettere in ginocchio l’economia europea e di gettare cenere sulle compagnie aeree, erano già famosi nell’immaginario collettivo. È proprio in un vulcano islandese che entrano i tre protagonisti del romanzo di Jules Verne <a href="http://www.ibs.it/code/9788806177676/verne-jules-fruttero/viaggio-al-centro-della.html"><i>Viaggio al centro della terra</I></A>. Il visionario scrittore francese immaginò che il cono dello Sneffels fosse il varco per calarsi nel cuore del pianeta. Il vulcano di <i>Viaggio al centro della terra</I> dormiva allora da seicento anni. Gli esploratori protagonisti dell’avventura scendono nei suoi labirinti per raggiungere le viscere del mondo. Curioso che dopo lungo peregrinare nel dedalo dei cunicoli sotto la crosta terrestre, i tre escano a rivedere le piante proprio nel nostro vulcano Stromboli, già allora celebre per la sua bellezza.<br />
Il vulcano letterario più celebre è certamente quello di Malcom Lovry, del famoso romanzo <a href="http://www.ibs.it/code/9788807807718/lowry-malcolm/sotto-il-vulcano.html" target="_blank"><i>Sotto al vulcano</I></A> (Feltrinelli), ma in questi giorni di nube, il libro più inquietante da leggere è certamente il libro di Alessio Grosso intitolato <a href="http://www.ibs.it/code/9788842532750/grosso-alessio/apocalisse-bianca.html" target="_blank"><i>Apocalisse bianca</I></A> (Mursia, pp. 342, euro 10,50). Si tratta del tipico caso di profezia che si auto avvera (almeno per metà). Il libro, che si presenta come <i>il primo meteo thriller italiano</I>, racconta la storia di un vulcano islandese (il Laki) che scoppia in una violenta eruzione e la nube minaccia l’Europa. «Potete osservare nel cielo quelle nuvole bianche gigantesche, che si vedono crescere a vista d’occhio. Presto raggiungeranno lo stadio di massima maturità e sulla pianura la loro ombra ridurrà la luce del giorno». In questo libro catastrofico Alessio Grosso (caporedattore di MeteoLive) prevede danni alla salute e all’economia, terremoti, tsunami e soprattutto cambiamenti climatici. A Roma, a fine luglio, si tirano fuori i cappotti. Nel romanzo catastrofico, intrigante e affascinante, seppure non letterariamente rilevante, c’è spazio anche per una po’ di storia della vulcanologia, e si racconta dello scoppio del Laki di fine settecento. «Nel 1783, il Laki eruttò circa trenta miliardi di tonnellate di lava provocando, sull’isola, la morte di novemila persone, oltre a gran parte del bestiame. E non si limita a questo! Le ceneri del vulcano si sparsero in tutto il mondo, abbassando la temperatura». Con tanto di gelate estive.<br />
I vulcani sono amati dalla letteratura e dalle forme di religiosità naturale. In Italia il cristianesimo non ha mai del tutto cacciato via la religiosità naturale, e comunque, spesso, il confine tra devozione e superstizione appare labile. Nel 1971 l’Etna sputava nell’aria grandi blocchi di pietre che venivano giù dalla sua bocca. Gli abitanti del paese di Sant’ Alfio, costruito sulle pendici del vulcano, corsero a prendere le reliquie del loro santo e le portarono lì dove la lava stava minacciando la loro esistenza. Si inginocchiarono e cominciarono a recitare le preghiere perché l’eruzione non portasse via le loro case. Le loro preghiere furono esaudite.<br />
Ancora in Islanda, stavolta nell’anno 1104, il vulcano Helka si attivò. La popolazione iniziò una passaparola di dicerie. I cristiani dell’isola non avevano dubbi: si stava aprendo la porta dell’inferno. Allora come oggi, sembrava che la moralità avesse raggiunto condizioni penose e i monaci cistercensi colsero l’occasione della minaccia vulcanica per invitare tutti alla conversione. Cosa c’era di più convincente per gli eretici che far vedere con i loro occhi com’era fatto l’inferno?<br />
La storia delle nubi rimane la stessa, da sempre. Per alcuni è tenebra, per altri è luce. In alcuni crea scompiglio, per altri è una torcia. Ogni volta che il cielo si scura l’uomo si interroga, e il gioco delle interpretazioni diventa facilmente letteratura.</p>
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		<title>Intervista a David Simon</title>
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		<pubDate>Sat, 01 May 2010 06:55:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>fabioguarnaccia</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">
di <b>jesse pearson</B></p>
<p>Domenica 11 aprile ha debuttato su HBO <i>Treme</I>, la nuova serie di David Simon. Simon è considerato uno dei più importanti autori-produttori americani dopo aver realizzato <i>The Wire</I>, riconosciuta da molti come la serie più «spessa» degli anni duemila – D.F. Wallace si è spinto a dire che rappresentava per lui quanto di meglio si potesse trovare, in termini di scrittura, negli USA. Alla serie sono stati dedicati corsi universitari a Berkeley e ad Harvard, interessati ad esplorarne tanto la scrittura quanto la riflessione sociologica e politica. Alla faccia del telefilm.<br />
Dopo attese e rimpianti per la sua chiusura alla quinta stagione, è arrivata la nuova creatura di Simon. Ambientata nella New Orleans post-Katrina (pochi mesi dopo il Disastro), <i>Treme</I> ha per protagonisti un gruppo di musicisti (Treme è il quartiere dove è nato il jazz) e si propone di raccontare la città attraverso le loro vite. Di seguito riportiamo una lunga intervista a David Simon pubblicata (insieme a molte altre cose interessanti) all’interno del <a href="http://www.viceland.com/it/a6n1/htdocs/index.php" target="_blank">Quarto annuale di narrativa</A> di Vice.<br />
Ah, l&#8217;intervista contiene importanti spoiler su <I>The Wire</I>. </p>
<p>Prima di <i>The Wire</I>, David Simon era un reporter del <i>Baltimore Sun</I>. Durante questo periodo, scrisse due libri meticolosamente documentati e profondamente umani riguardo alla sua città. <i>Homicide</I> (Giano, 2010) è il risultato di un anno speso con la squadra omicidi di una città in cui uccidere sembra essere uno dei modi migliori per trovare lavoro. <i>The Corner: A Year in the Life of an Inner-City Neighborhood</I> (1997) è invece il risultato di un anno trascorso tra famiglie, tossici e spacciatori di una delle zone più malfamate di Baltimora. <I>Homicide</I> ha portato alla lunga serie <i>Homicide: Life on the Street</I>, che non era male, meglio di tanti altri polizieschi, ma in fondo non era altro che un poliziesco. <i>The Corner</I> invece è confluito in una miniserie della HBO che era un diretto antecedente di quello che sarebbe stato poi affrontato in <I>The Wire</I>.<br />
Dopo <I>The Wire</I>, Simon ed Ed Burns, un ex-poliziotto e insegnante di Baltimora, hanno adattato il libro di Evan Wright, <I>Generation Kill</I> in una miniserie per la HBO. La serie rappresenta la documentazione più efficace mai prodotta sulla vita quotidiana di un marine nell’attuale guerra in Iraq.<br />
E adesso, oggi, Simon sta girando a New Orleans la sua nuova serie per la HBO. È intitolata <I>Tremé</I>, e dicono che parli vite dei musicisti locali, ma abbiamo la sensazione che sarebbe come dire che <I>The Wire</I> parla del commercio di stupefacenti. Sicuramente è partita da quello, ma data l’ossessione di Simon per la città americana e il decrescente valore istituzionale della vita in quel grande Paese che è l’esperimento americano, diamo quasi per scontato che <I>Tremé</I> avrà la stessa portata e lo stesso impatto di <I>The Wire</I>. In altre parole, ci piacerebbe essere ibernati fino al giorno del debutto di questa serie. Scusate, ma non ci stiamo dentro.<br />
<span id="more-2337"></span><br />
<B>Molti degli sceneggiatori di <i>The Wire</I> non avevano un background televisivo.</B><br />
Vedi, se c’è una cosa che ha distinto <i>The Wire</I> dalle altre serie drammatiche è il fatto che gli sceneggiatori non venivano dalla televisione. Nessuno di noi è cresciuto pensando di voler andare ad Hollywood per scrivere una serie TV o un film. Ed Burns era un poliziotto, poi un insegnante. Nello staff c’erano anche giornalisti. C’erano scrittori. C’erano anche commediografi. Eravamo tutti partiti da qualcos’altro. </p>
<p><b>Probabilmente è stato questo a fare la differenza.</B><br />
Non eravamo cinici sul fatto che ci fossero state date dieci, dodici, tredici ore, qualsiasi cosa la HBO ci abbia dato per ogni stagione. Tutto questo era un regalo incredibile. La saga del <i>Padrino</I>, anche includendo il terzo film, quello deboluccio, sarà… Cosa? Nove ore?<br />
E guarda quanta parte della storia sono riusciti a raccontare. Noi siamo riusciti ad avere di più in ogni singola stagione. Quindi diciamolo, è meglio che tu abbia qualcosa da dire. Suona semplice, ma è un discorso che non esiste in molte serie televisive. Molte persone credono che il nostro lavoro di sceneggiatori si limiti a mettere in piedi lo show come se fosse un brand, e quindi ad ottenere il maggior numero di spettatori e di pupille possibili. Quindi se a loro piace x, dagli x, se a loro non piace y, cerca di non usare y.</p>
<p><B>Giusto. Tra le stagioni delle serie tv sono chiaramente visibili i cambiamenti basati sulle note della rete, riguardo agli argomenti considerati più popolari tra gli spettatori.</B><br />
Noi non abbiamo mai avuto in mente questa dinamica. Quello che ci chiedevamo era «Cosa vogliamo dire in 12 ore di televisione?» E questo è un impulso giornalistico, nato dagli sceneggiatori di <i>The Wire</I>, che erano giornalisti e, da un altro punto di vista, dagli scrittori che hanno contribuito allo show utilizzando un impianto realistico, documentandosi. Gente come Pelecanos, Price, Lehane. </p>
<p><B>Questi tre sembrano avere il background perfetto per aggiungere elementi preziosi alla serie.</B><br />
Non stavamo cercando l’Isaac B. Singer della situazione. Amo quello che scrive, ma avevamo bisogno di autori realistici, interessati soprattutto all’ambiente urbano. Ma non sto confondendo <i>The Wire</I> con il giornalismo. Ho troppo rispetto per il giornalismo per fare una simile dichiarazione. Ma l’impulso, l’impulso iniziale dietro la serie? Era la stessa ragione per cui uno si siede a scrivere un articolo o un editoriale.</p>
<p><b>«Buono» sembra essere la parola d’ordine. Non voglio ridurre <i>The Wire</i> ad un unico grande tema, ma possiamo dire che la spinta maggiore della serie era l’idea delle istituzioni contrapposte agli individui?</B><br />
Si, la serie ne è pervasa. Una delle cose che abbiamo cercato di dire è che la riforma stava diventando tanto più problematica quanto gli interessi economici, il capitalismo, che è una sorta di ultimo dio dell’olimpo, incominciava a radicarsi nel mondo postmoderno. La riforma è diventata sempre più problematica perché lo status quo è programmato in funzione di massimizzare il profitto e di esaltarlo, in particolare quello a breve termine, anche a discapito dei benefici a lungo termine per la società e/o gli esseri umani. Che è il tipico problema che viene fuori con il capitalismo e l’industria. Ma non sono un marxista, anche se spesso mi scambiano per tale.</p>
<p><b>No, io non penserei questo di te. A parte che, come scrittore, ti vedo più come critico e osservatore.</B><br />
Un conto è riconoscere il capitalismo per il potente strumento economico che è, e prenderne atto. Nel bene e nel male ci siamo dentro, e ringraziamo Dio, perché non c’è nessun altro sistema capace di assicurare tali livelli di benessere collettivo. Ma scambiarlo per una struttura sociale è un’incredibile corruzione intellettuale ed è una situazione che l’occidente ha accettato solo dal 1980, da Ronald Reagan. Gli esseri umani, soprattutto in questa nazione, valgono sempre meno. Quando il capitalismo trionfa, inequivocabilmente il lavoro diminuisce. È un gioco a somma zero. Quando Eisenhower era presidente, le persone pagavano tasse più alte a beneficio della società, e tutti avevamo l’impressione di essere inclusi. Ma so che non vuoi parlare di questo.</p>
<p><b>No, anzi, approfondiamo l’argomento. Non riguarda tecnicamente la scrittura, ma è rilevante per comprendere fino in fondo quello che scrivi.</B><br />
Quello che sto cercando di dire è che il tema complessivo era: abbiamo dato noi stessi a quel dio dell’olimpo che è il capitalismo e adesso ne stiamo raccogliendo la tempesta. Questa è l’America che il capitalismo sfrenato ha costruito. È l’America che ci meritiamo, perché abbiamo permesso che accadesse. Non ci meritiamo niente di meglio. <i>The Wire</I> ha cercato d’inquadrare le dimensioni del fenomeno dal punto di vista della gente per dire, «Questo è quello che avete costruito. Guardatelo». È un ritratto accurato dei problemi inerenti alle città americane.</p>
<p><b>Assolutamente.</B><br />
Esistono zone economicamente sviluppate in queste città? Sicuramente. Puoi scalare la piramide del capitalismo e trovare i quartieri della medio-alta borghesia e le scuole private. Puoi trovare dove sono andati a finire i soldi. Ma <i>The Wire</I> si è differenziato nelle scelte, perché ha scelto di focalizzarsi sull’altra America, quella lasciata indietro. Questo era il tema complessivo, e ha funzionato per cinque stagioni. In questo senso le istituzioni sono contrapposte agli individui. </p>
<p><b>Perché la riforma sembra così impossibile?</B><br />
Viviamo in un’oligarchia. Il latte materno della politica americana è il denaro, e la ragione per cui non possono riformare i finanziamenti, la ragione per cui non possiamo avere fondi pubblici per le elezioni piuttosto che donazioni private, la ragione per cui K Street è K Street a Washington, è per assicurarsi che nessun sentimento popolare sopravviva. Lo puoi testimoniare guardando il sistema sanitario, con la marginalizzazione di qualsiasi sforzo teso a incorporare razionalmente tutti gli americani sotto un unico stendardo che dice, «Ci siamo dentro, insieme».</p>
<p><b>Nella seconda stagione di <i>The Wire</I>, la storia del sindacato degli scaricatori di porto mi ha colpito personalmente. Entrambi i miei nonni erano operai in acciaieria e anche i miei zii, e c’erano molti licenziamenti e preoccupazioni riguardo ai turni. Era un ritornello costante. Questo accadeva fuori Philadelphia, allo stabilimento della Fairless Works US Steel. Adesso è chiuso del tutto, l’area in cui sono nato è diventata una zona industriale senza industrie e i problemi legati alla droga sono peggiori che mai. E questa è la condizione postindustriale, vero? Guardando la seconda stagione mi sono chiesto come la droga si relaziona alla condizione postindustriale.</B><br />
Il mio collega Ed Burns l’ha spiegato meglio di chiunque altro: «Quando l’economia va male, più persone finiscono per spacciare». È molto semplice. La droga, in America, è un’industria in crescita. Non solo nell’America nera, ma in tutto il Paese. Pensa alla metamfetamina. Sostanzialmente, essendo il commercio di stupefacenti un imperativo economico, è anche l’unica industria ancora funzionante in alcune zone dell’America, e diventando così l’unica forma d’impiego dove non esistono altre possibilità lavorative, non può non avere la sua fondamentale attrattiva. Ma in questo senso va oltre il denaro. In questa cultura l’individuo è definito in base al lavoro che svolge. Credo sia la condizione umana, non penso sia diverso da qualsiasi altra epoca storica. Sei quello che fai. Sei una professione. Sei un mestiere.<br />
Quando non hai più un mestiere, inizi ad avere un tale bisogno di dare un senso alle tue giornate al punto da colpire la vera essenza del tuo essere. Un aspetto che secondo me molte persone non capiscono riguardo alla gente che vende droga e alle persone alle prese con la dipendenze è che quella scelta non offre solo denaro. Dal punto di vista delle persone a cui piace farsi, offre uno scopo. </p>
<p><b>È così, la droga ti chiama quando sei disperato.</B><br />
Pretendiamo di educare quel 10, 15 percento della società americana ai margini affinché possa raggiungere gli standard dell’economia attuale, ma è solo un pretesto. Non stiamo dando loro un’educazione adeguata per far sì che abbiano la possibilità di fare il salto nell’economia dei servizi. Li stiamo solo preparando per la strada e in ultimo per la prigione. E possono essere ignoranti, ma ti assicuro che non sono stupidi. L’hanno capito. E se l’hanno capito, che cosa ti aspetti? Hanno capito di essere nati per la strada.<br />
Ogni tossico che ho conosciuto sapeva esattamente cosa avrebbe dovuto fare la mattina appena sveglio, proprio come una persona qualunque con una qualsiasi professione. Si sarebbe dovuto guadagnare 10 dollari in un mondo che non vuole dargli un cazzo. Doveva farsi e aveva bisogno di almeno 10 dollari entro la fine della giornata.<br />
Nel momento in cui un ragazzo accetta le carte economiche che sono state pattuite dal’America post-industriale, finisce per sedersi nella veranda e dire, «Bene, io non sono necessario…» In un certo senso, questo è molto più brutale della dipendenza e della morte, ma noi non l’abbiamo capito. Dalla nostra veranda, dalla nostra veranda medio o alto borghese, dalla veranda del politico, cose come «Just Say No» suonano importanti.</p>
<p><b>Sì, quella è stata una campagna davvero efficace.</B><br />
Fa appello alla moralità che possiamo facilmente acquisire e utilizzare.</p>
<p><b>E dà per assunto che tutti abbiamo le stesse opportunità.</B><br />
Esatto. Tipo, «E allora a che cazzo avrei dovuto dire sì, cretino?»</p>
<p><b>Il dipartimento di polizia, la scuola, l’industria, i media sono tutte istituzioni a cui <i>The Wire</I> si è rifatta. Mi sono sempre chiesto di quali istituzioni si sarebbe trattato se ci fosse stata una sesta stagione. Forse la finanza, o la sanità?</B><br />
Io avrei fatto l’immigrazione. Il problema è che c’è stato un ritardo di quasi due anni tra la terza e la quarta stagione. La HBO ci ha messo un po’ per rinnovare la serie, erano indecisi al riguardo. Dal momento in cui l’hanno fatto a quando ci siamo riuniti per definire il programma sono passati due anni. Da quel momento, per noi, fermarci, riorganizzarci e iniziare la ricerca sull’immigrazione…</p>
<p><B>Questo ci riporta in parte alla prima domanda, a come una serie come <i>The Wire</I> possa gradualmente tessere, attraverso le stagioni, una trama complessa ma allo stesso tempo chiara e coerente. Mi chiedo come l’immigrazione avrebbe potuto inserirsi nel quadro complessivo.</B><br />
Se pensi alla cura nella stesura della trama, capisci che per arrivare ai ragazzini della quarta stagione avevamo bisogno di un personaggio come Marlo. L’arco del personaggio di Marlo nel corso delle due stagioni, e tutta la storia dei corpi nelle case abbandonate, è stata attentamente pianificato. E in seguito avevamo bisogno di passare da quello ai media. Era un tutt’uno. La quarta e la quinta stagione sono connesse più di qualsiasi altra stagione di <i>The Wire</I>.</p>
<p><b>È bello tornare indietro, stagione per stagione, e vedere i fatti iniziare a connettersi. L’unico dibattito valido su quale stagione sia migliore dell’altra abbia più che altro a che fare con quale sia la versione più riuscita di «Way Down in the Hole». Il mio voto va a quella dei Blind Boys of Alabama e a quella di Steve Earle.</B><br />
[<i>ride</I>] Secondo me sei libero di dire che abbiamo trattato questo aspetto meglio di quell’altro, o che abbiamo seguito una storia meglio di un’altra. È legittimo, anche perché so che la serie non è perfetta. Ad un certo punto la sceneggiatura viene limitata dalle scadenze, dal budget e da mille altre cose. Ma il problema è che il tema dell’immigrazione non poteva essere l’ultima stagione. L’ultima stagione doveva essere concentrata sui media, perché l’ultima critica doveva essere… Diciamo che la critica va oltre i media. È più che una critica ai quotidiani, è una critica a noi stessi.</p>
<p><b>Intendi in quanto consumatori dei media.</B><br />
Sì. I quotidiani hanno sempre meno ambizioni ed esigono sempre meno da loro stessi in quanto arbitri di cosa è realmente importante, o riguardo ai nostri problemi e a come indirizzarli. <i>The Wire</I>, alla fine, stava cercando di dire, «Guarda, se qualcosa ti ha dato ai nervi nelle prime quattro stagioni, non pensare neanche per un momento che qualcuno s’interesserà alla questione, tanto meno i cani da guardia della società, perché gli sono stati già tolti i denti». L’hanno fatto da soli. Dovevamo dirlo alla fine perché sostanzialmente quello che stavamo dicendo era, «Questa è l’America che avete costruito, e se pensate che il primo allarme prima o poi si accenderà, be’, aspetta e spera».</p>
<p><b>E se qualcuno dovesse lanciare un qualche allarme, sarebbe bello che fossero i giornalisti a farlo.</B><br />
Ripeto, non era solo una critica ai quotidiani, ma anche alle persone che li leggono e, per estensione, alle persone che guardano la televisione. In sostanza, per citare Pogo, «Abbiamo scoperto il nemico, e il nemico siamo noi».</p>
<p><b>Esatto, e questo ha avvolto il tutto. Dopo sarebbe stato come dire «E oltre a questo, c’è anche l’immigrazione». </B><br />
Sì, «E oltre a questo…» Abbiamo anche pensato alla sanità e a un paio d’altri argomenti. E ad ogni modo, per trattare d’immigrazione nella sesta stagione avremmo dovuto introdurla tra la terza e la quarta.</p>
<p><b>«Ho un’ultima storia da raccontare».</B><br />
Sì. «Anche se ho detto che sarebbe finita alla quinta stagione, intendevo la sesta». Non sarebbe mai potuto succedere per una serie di ragioni. Comunque ho sentito persone dire che la sesta stagione di <I>The Wire</I> sarebbe stata sull’immigrazione. Assolutamente no. Se ci fosse stata una quarta stagione subito dopo la terza, sarebbe quella sull’immigrazione.</p>
<p><B>Capito.</B><br />
È l’unico modo in cui avrebbe potuto funzionare. L’unica ragione per cui abbiamo detto no ad alcune tematiche è perché, a un certo punto, se analizzi alcuni ambiti le dinamiche iniziano ad essere le stesse, come ad esempio per quanto riguarda la sanità e l’istruzione pubblica. Quindi se analizzi questo punto, anche se stai usando un ospedale come set per le riprese, stai sostanzialmente analizzando le stesse problematiche istituzionali che si risolvono nell’impossibilità di riformare l’assetto politico economico e sociale…</p>
<p><b>Solo relative ad altre istituzioni.</B><br />
Esatto. E quante volte puoi creare Kima, McNulty, Daniels e Bunk, quante volte puoi farli camminare sulla collina per vedere il sasso rotolare? Ad un certo punto le caratterizzazioni, i mattoni e la malta, iniziano a mostrare le crepe. Quante volte McNulty può sfottere un alligatore nella fogna e poi fare una cosa onesta e poi fare una cazzata il minuto dopo?<br />
Ad un certo punto devi rispettare l’arco dei personaggi, quindi perpetuare una litania critica nei confronti della società non avrebbe avuto senso. Mi sarebbe piaciuto raccontare una storia riguardo ai limiti della sanità pubblica, ma forse è arrivato il momento lasciare l’universo di <i>The Wire</I> e farlo con un mondo diverso. </p>
<p><B>Una cosa che mi sono sempre chiesto, è come tu sia riuscito a creare personaggi incredibilmente articolati partendo da influenze reali, come nel caso di Omar. </B><br />
Il motivo per cui non parlo di Omar, è perché è il personaggio di cui tutti vogliono parlare. Alcune persone che abbiamo usato per la storia di Omar sono Anthony Hollie, Ferdinand Harvin, Cadillac e Low, e sono persone, gente conosciuta nelle strade di Baltimora. Non so se sono i loro veri nomi, ma erano una banda, e c’è anche Donnie Andrews, un uomo grosso che, nella serie, ha aiutato Omar a tendere l’ultima imboscata nell’appartamento. È stato ucciso durante quella sparatoria. Lui è il vero Donnie.</p>
<p><b>Ma chi, l’uomo che era con Omar e Butchie e che poi ha appoggiato Omar nella sua guerra contro Marlo? Wow, non ci credo.</B><br />
Esatto, è lui.</p>
<p><b>Anche l’attore che interpreta il pastore viene dalla strada, vero?</B><br />
Melvin Williams, Little Melvin, è stato uno dei principali trafficanti di Baltimora. Era famoso negli anni ’60, poi gli hanno dato trent’anni per spaccio di eroina e cocaina. E l’ha scoperto nell’84, quando era ancora in prigione, da cui è uscito nel 2001. Abbiamo pranzato tutti insieme e gli abbiamo affidato il ruolo.</p>
<p><b>Quindi dalla vita di tutte queste persone hai selezionato delle caratteristiche e delle storie per Omar? Omar ha molti tratti distintivi, ad esempio usa un fucile ed è gay.</B><br />
Ascolta. Il salto dalla finestra del quarto piano, durante la sparatoria, è qualcosa che Donnie ha realmente fatto. Quando si è trovato sprovvisto di munizioni durante un’imboscata, è saltato dal sesto piano delle Murphy Homes. Ci ha pensato? No, ma l’ha fatto, è sopravvissuto ed è stato in grado di andarsene zoppicando. Succede. In un’altra occasione è saltato dal ponte ferroviario di Poplar Grove. È una leggenda. A Baltimora ci sono tante persone che potrebbero raccontarti le storie di Donnie, non è qualcosa che si sta inventando. Se tu facessi quel salto, saresti morto. Se lo facessi io, mi spiaccicherei a terra come una pozzanghera.<br />
Altre caratteristiche di Omar, invece, sono solo saltate fuori. Nessuna delle persone che ho citato prima è omosessuale, ma a un certo punto li ho confusi tutti nella mia testa. Quando ero un reporter qualcuno mi ha detto che Cadillac e Low erano un team gay, che erano una coppia. Ho pensato che fosse vero, e questo, ad un certo punto, mi ha fatto pensare che Omar sarebbe stato un perfetto personaggio omosessuale perché non dipende da nessuno. È impossibile essere apertamente gay se fai il poliziotto. Al massimo puoi essere lesbica, ma non gay. Poi, vista l’omofobia che dilaga nelle organizzazioni criminali, è altrettanto impossibile essere dichiaratamente omosessuali in quell’ambiente.</p>
<p><b>A meno che, come Omar, tu non sia un fuorilegge anche per i fuorilegge.</B><br />
Giusto. Omar gioca in base alle sue regole. Quindi, in base a questo, scegli una storia e pensi che pensi si addica al personaggio. In questo caso, riguardo all’omosessualità di Omar, io avevo come punto di riferimento Cadillac e Low, ma quando, al quarto episodio, l’ho accennato ad Ed, lui mi ha risposto che Cadillac e Low non erano gay. In sostanza avevo solo capito male. Ci siamo anche inventati la tregua domenicale. Ci sono cose che abbiamo inserito solo perché erano divertenti, ma ad esempio non abbiamo inventato l’importanza dei cappelli da chiesa per le donne di Baltimora. C’è un bel libro fotografico sull’argomento intitolato, <i>Crowns</I>.</p>
<p><B>Mi sono sempre chiesto in che misura venga prestabilito l’arco finale del personaggio, e quando si inizi a definirlo.</B><br />
Devi sapere dove stai andando e in particolare uno dei problemi di cui soffre la televisione, sicuramente più del cinema e più della prosa, è che nel prodotto ci sono così tanti soldi che quando raggiungi un’audience, il tuo lavoro diventa mantenerla ad nauseam.</p>
<p><B>E questo cosa vuol dire?</B><br />
Vuol dire che se amano Omar, devi dargli più Omar. Se amano Stringer, devi dargli più Stringer.</p>
<p><B>Sì, certo. Non avrebbero mai deciso di uccidere Ross e Rachel in <i>Friends</I>.</B><br />
Giusto. E non uccideranno mai David Caruso nella sua serie, qualunque sia l’edizione di <I>CSI</I> in cui recita.<br />
Ma in definitiva, se qualcosa riguarda il personaggio, allora il personaggio deve essere servito ad ogni costo. E poi sai, noi amiamo i nostri attori. Non abbiamo mai ucciso un attore perché non lo sopportavamo. L’unica ragione per cui abbiamo scelto di far morire un attore è sempre stata la storia, quando accadeva, andavamo da loro e dicevamo, «Amiamo il tuo lavoro e un giorno lavoreremo ancora insieme. Non vedo l’ora che quel giorno arrivi, eccetto che forse non arriverà mai perché allora tu sarai già una fottuta star». Ma non è mai successo per ragioni di contratto. Non abbiamo mai giocato quel gioco con i nostri attori, e loro lo sapevano. Questo probabilmente ha reso il tutto ancora più terrificante per loro.</p>
<p><b>Il fatto che doveva essere fedele alla trama.</B><br />
Non dimenticherò mai quando andai da J.D. Williams, che interpretava Bodie, dopo la conversazione con McNulty, per dirgli, «Questo è il tuo episodio. Stai per uscire di scena». E lui mi rispose «Oh, lo sapevo. L’avevo capito».</p>
<p><b>Perché conosceva il personaggio alla perfezione.</B><br />
E a quel punto conosceva così bene la serie da sapere che ogni volta che qualcuno cominciava a parlare…</p>
<p><b>Moriva.</B><br />
E aveva ragione. Stavamo scrivendo una tragedia greca.<br />
Comunque inizialmente quello che stavo cercando di dire è che in televisione nessuno vuole scrivere i finali. Vogliono continuare a sfruttare il marchio. Ma se non scrivi un finale per la tua storia, sai cosa sei? Sei uno scribacchino. Non sei un narratore. Magari le tue capacità non si limitano a quelle dello scribacchino. Puoi essere un bravo scrittore, ma stai prendendo quella strada e niente ti fermerà, perché le storie devono avere un inizio, uno sviluppo e una fine.</p>
<p><b>Fa un certo effetto pensare che la HBO abbia scelto di portare avanti l’intera serie.</B><br />
Non sapevamo che ci sarebbero state cinque stagioni, e ovviamente all’inizio io non sono andato dalla HBO dicendo, «Costruiremo un’intera città e ci sarà questo super tema e tutto quello che costruiremo su questo punto sarà un’accusa nei confronti di…» Avrebbero riso di me e una volta uscito dalla stanza si sarebbero detti, «Ma quello di che cosa stava parlando?»<br />
Quindi la prima cosa che ho detto è stata, «Durante il corso di un’investigazione di polizia vedrete la frode che è la guerra alla droga. Vedrete come combattere la droga non abbia senso e come niente funzioni nel modo che pensiamo quando viene imposto il proibizionismo». Ed è stato solo quando ci siamo rivisti per la seconda serie che ho avuto una conversazione onesta con Chris Albrecht e Carol Strauss della HBO riguardo l’ambizione di analizzare un’intera città. Loro mi hanno detto che potevano darmi questo, questo e questo.</p>
<p><b>Questa è un’altra delle cose a cui stavo pensando. I personaggi come Clay Davis, Carcetti, Rawls o Levy finiscono tutti «bene». Cosa li unisce? Penso di sapere la risposta, ma sono curioso di sentire la tua.</B><br />
Tutti i personaggi all’interno delle istituzioni, completamente assorbiti dalla voglia di fare carriera e dal preservare la propria posizione, continuano a fare rigorosamente la scelta sbagliata quando si tratta del bene sociale, del bene comune. E sai cosa? Sono stato un reporter per tanti anni, e sono giunto alla conclusione che la città funziona così. Ho scritto un libro su quali sono gli errori riguardo alla droga, alla guerra alla droga. Mi sono documentato molto e ho capito che questa guerra è un vicolo cieco. Ho visto un membro del consiglio che era candidato a sindaco scendere per strada, con una copia del libro in mano, e dire che se fosse stato eletto avrebbe combattuto la droga con tutte le sue forze e sarebbe riuscito a vincere. Quell’uomo è diventato sindaco, ha combattuto la guerra alla droga come un guerriero e ha truccato le statistiche, in modo da far sembrare che il crimine fosse diminuito quando in realtà non lo era, e adesso è il governatore del Maryland.</p>
<p><b>Cristo.</B><br />
E a lui non è piaciuto <I>The Wire</I>. Non pensava fosse una buona cosa.</p>
<p><B>Non mi sorprende.</B><br />
Molti pensano che l’approccio di <I>The Wire</I> sia cinico. Io penso che sia molto cinico nei confronti delle istituzioni e della loro reale capacità di riformarsi. Non nego questo aspetto, ma non penso sia cinico nei confronti della gente.<br />
Che è ciò che lo rende guardabile. Abbraccia l’idea di umanità collettiva nel momento in cui dice, «Si, siamo tutti fottuti, ma siamo fottuti insieme, a modo nostro, e siamo stati noi stessi a farlo».</p>
<p><b>Adoro il senso dell’umorismo dei poliziotti, è in assoluto il più nero e affilato. Penso che questa sia la cosa che influenza di più il senso dell’umorismo in <I>The Wire</I>.</B><br />
Tutte le persone che hanno quotidianamente a che fare con la vita e la morte, o che vedono tutti i giorni la frode e il peccato nella condizione umana, hanno un senso dell’umorismo piuttosto sviluppato. I ragazzi che conoscevo che lavoravano al pronto soccorso di Baltimora, le infermiere e la gente del reparto di terapia intensiva, a modo loro erano molto divertenti. Se non credi che un ospedale possa essere un posto divertente, leggi <I>La Casa di Dio</I> di Samuel Shem. Probabilmente è stato una delle fonti per <i>St. Elsewhere</I> e altre serie. È stato scritto negli anni ’70 ed è un libro che danno a tutti quelli che vivono da un anno in America.<br />
Se sei umano, più ti avvicini ad una fiamma, più vedi le persone bruciarsi e più la cosa diventa divertente. O ti punti una pistola in bocca. Piangi o ridi.</p>
<p><B>Questo si rifà a quello che hai detto prima, quando hai paragonato la trama di <i>The Wire</I> a una tragedia greca che, sicuramente, ha degli elementi comici.</B><br />
Sì, prima di finire la prima stagione ho riletto Euripide, Sofocle ed Eschilo, questi tre. Li avevo letti all’università, ma non l’avevo fatto sistematicamente. Questa roba è incredibilmente attuale. Come dramma, le opere in sé sono un po’ artificiose, ma il messaggio che contengono e l’impulso drammatico sono profondamente contemporanei. Non l’abbiamo capito. Non ne cogliamo il potere perché siamo più rivolti al concetto shakespeariano di…</p>
<p><b>Sì, dell’individualismo.</B><br />
L’individuo e la lotta interiore dell’io. Macbeth, Amleto, Lear e Otello. Queste sono le tragedie, il ramo drammatico che porta ad O’Neill e al teatro moderno. Ma ho visto una rappresentazione de <i>I Persiani</I> di Eschilo a Washington, e sono rimasto a bocca aperta. La rappresentarono al culmine dell’insorgenza in Iraq, dopo che la disavventura in Iraq diventò evidente. Se l’avessi vista dopo aver letto il dramma ti sarebbe sembrata incredibilmente appropriata. Non so se conosci la storia.</p>
<p><B>Non l’ho mai letto, ma so di cosa parla.</B><br />
In sostanza è la storia di un popolo che torna nella capitale persiana chiedendosi cosa è successo all’esercito e, ovviamente, è successo qualcosa di brutto. Allora il giovane imperatore che vuole essere paragonato a suo padre, credo si tratti di Dario il Grande, decide di lottare per ottenere la vittoria sui greci negata al suo predecessore.</p>
<p><b>Suona familiare.</B><br />
Sì, e ovviamente l’hanno messo in scena in cravatta e completo repubblicani. Era un pubblico di Washington. Seguivo lo spettacolo, mi guardavo intorno mentre arrivavano queste battute, questi dialoghi. Mi guardavo intorno come per dire, «L’avete capita? L’hanno detto davvero?» Era una critica incredibilmente matura a Bush, a Cheney e a tutti gli altri.</p>
<p><B>Ho l’impressione che le persone vogliano sentirsi speciali, come fiocchi di neve, e l’approccio shakespeariano si rivolge principalmente a quello.</B><br />
Giusto! Celebriamo me stesso e la meraviglia che rappresento. Non ha niente a che fare con la società. I Greci, soprattutto gli ateniesi, erano consumati da domande riguardanti l’uomo e lo stato. Hanno dato a Socrate la cicuta perché le sue idee erano antitetiche alla loro nozione di stato. Ascolta, questo è totalitarismo sotto tutti i punti di vista, ma non per lui, Socrate era cinico riguardo alla democrazia ed era iconoclasta riguardo i principi democratici. Questo è andato al cuore del pensiero greco. Era tipo, «Non fottere con questo argomento». Adesso, questo concetto è stato elevato e l’idea alla base dell’intrattenimento americano è l’individuo che s’innalza al di sopra delle istituzioni. Quante volte siamo costretti a guardare una storia in cui qualcuno…</p>
<p><B>Si ribella, contro ogni probabilità?</B><br />
«Tu non puoi farcela». «Sì, posso». «No, non puoi». «Te la farò vedere!» E alla fine viene riconosciuto come un ribelle dal cuore tenero che in fondo aveva ragione, e alla fine la città realizza che ballare non è poi così male. Di storie del genere posso dirtene un milione. È la storia che vogliamo sentirci raccontare ancora e ancora. E sai perché? Perché nel profondo dei nostri cuori quello che sappiamo del XXI secolo è che ogni giorno valiamo sempre meno.</p>
<p><b>«Raccontami ancora di quel pugile che è venuto fuori dal ghetto ed è diventato un campione».</B><br />
«…E quel musicista il cui genio non era mai stato riconosciuto? E lui? E la vittoria di quel tizio contro la dipendenza. È fantastico. Raccontamela ancora…» Ascolta, non mi interessa la vittoria se te la sei guadagnata. Ma se tutto quello che fai è una vittoria, se è la sola idea alla base del tuo lavoro, e ti sto parlando del 90 percento della televisione americana…</p>
<p><b>Infatti preferisci evitare che personaggi come McNulty e Kima ricadano sempre nella stessa struttura narrativa. Ma questa non è altro che la caratteristica principale del modo di raccontare storie oggi. Trovo ironico che nella quinta stagione ci siano una paio di scene in cui deridi i quotidiani alla ricerca di una sensibilità dickensiana, quando molti critici hanno paragonato <i>The Wire</I> a Dickens.</B><br />
È stato divertente giocare sul paragone con Dickens perché ho capito cosa intendevano. Hai questa analisi della società attraverso le classi, nel modo in cui Dickens avrebbe scritto nei suoi romanzi. Ma è così anche per la Mosca di Tolstoj, o per la Parigi di Balzac. È stato scritto molto su tanti luoghi diversi, da molti scrittori, e non sarò io a fare un paragone. Sto solo dicendo che se usi questi tropi puoi andare ben oltre Dickens. La cosa che mi ha fatto ridere riguardo al paragone con Dickens, è che lui è famoso per aver mostrato i difetti dell’Inghilterra industriale, e per aver mostrato come i soldi e il potere si allontanassero sempre più dai poveri. Proponeva una struttura sociale migliore rispetto a quella dell’Inghilterra vittoriana, ma il suo finale era sempre, «Ma grazie a Dio uno zio generoso o un avvocato eroico miglioreranno la situazione». Alla fine, il ragazzo sarebbe stato fregato. Questo non vuol dire che Dickens non fosse un bravo scrittore e che le sue non sono grandi storie. Lo sono. Ma l’analisi di <i>The Wire</I> è diversa e il paragone, seppur lusinghiero, non calza. </p>
<p><B>Hai lavorato con un sacco di grandi scrittori di crime fiction su <i>The Wire</I>. Sei anche sposato un’eccellente scrittrice di gialli, Laura Lippman. Cosa ne pensi di come viene trattata la crime fiction dal mondo letterario? Ne ho parlato in un’intervista con Elmore Leonard quest’estate. Io penso che sia ghettizzata. </B><br />
Lo è, ma la cosa buffa è che questi scrittori non uscirebbero mai dal ghetto, se potessero scegliere. Ora, sono sicuro che tutti vorrebbero essere riconosciuti per i meriti letterari del loro lavoro. Non sto dicendo il contrario. Hanno anche loro l’orgoglio professionale. Richard Price, ovviamente, ha iniziato con parecchia credibilità letteraria, cosa che non l’ha mai lasciato. Dennis Lehane e George Pelecanos e Laura hanno iniziato come scrittori di genere. Price ha iniziato come giovane leone letterario, ma oggi ha preso il mondo del giallo, o della crime fiction, come parte del suo demi-monde. Ma quello che hanno tutti in comune è un interesse nei confronti delle faglie della società. Usano il crimine per esplorarle perché è nel crimine che queste cose sono evidenziate. È dove i soldi e la vanità e la truffa e l’intelletto e la dissonanza culturale si mostrano in maniera acre e fondamentale. È un ottimo attrezzo da avere.</p>
<p><B>Ed è vero, molta crime fiction parla dei problemi della società americana con molta più attenzione e penetrazione della letteratura <I>letteraria</I>.</B><br />
Sì, la cosa davvero notevole della crime fiction americana è quanto riesca a parlare di società e di politica e di economia, e quanto poco questi argomenti sono sfruttati dal mondo letterario. Sono stato a una discussione con Walter Benn Michaels alla biblioteca di New York, ma mi ha dato fastidio perché stava usando <i>The Wire</I> come una specie di bastone per menare la letteratura. Io non voglio criticare la letteratura. Non voglio generalizzare così, perché c’è un sacco di narrativa letteraria di ottima fattura. C’è anche tanto guardarsi-l’ombelico, ma c’è un sacco di guardarsi-l’ombelico nell’Upper East Side di Manhattan. Trovo quelle cose illeggibili e uno spreco di tempo, ma c’è anche della roba valida. E poi, c’è anche tanta roba valida e tanta roba merdosa nella crime fiction.</p>
<p><b>So che non dovrei chiederti molto della tua nuova serie, <i>Tremé</I>. Ma posso chiederti se la struttura, nel senso di istituzioni contro individui, informerà anche questa serie?</B><br />
Be’, ovviamente c’è molto di quella roba lì perché New Orleans è stata colpita gravemente dalle conseguenze di quella tempesta e dal comportamento pessimo delle istituzioni, ma allo stesso tempo questa serie sarà un po’ diversa perché cercheremo di celebrare ciò di cui sono capaci gli americani. <i>The Wire</I> dava per scontato &#8211; e io lo sentivo, essendo di Baltimora, e penso che la gente di Baltimora l’ha sentito, ma non so quanto siamo riusciti a trasmetterlo al resto del mondo &#8211; il valore della città come essenziale esperienza americana. Siamo un popolo urbano. L’80 percento di noi vive in aree urbane. Non credo in quel modo Repubblicano di vedere le cose, con il suo «valore della vita di paese» e il suo, «Noi rappresentiamo la vera America». Io vivo a Baltimora. Mi interessano i valori urbani e vivo in mezzo a veri americani. Mi interessa come conviviamo nelle grandi città. Penso che ci siano state molte persone che, guardando <i>The Wire</I> si sono detti, «Be’, perché non se ne vanno? La città è oltre ogni speranza». Ma io non l’ho mai vista così. Sono interessato a Baltimora, e la amo, e ora passo metà della mia vita a New Orleans e l’ho sempre amata. </p>
<p><b>Cos’ha di diverso New Orleans?</B><br />
Dato che New Orleans ha creato una cultura così unica in termini di musica e ballo, ed è una cultura altamente idiosincratica, mostra il potenziale del calderone etnico americano. Lo fa in una maniera che è visiva, e musicale, e dimostrabile e lo fa tutti i cazzo di giorni per le sue strade. In qualche modo, questa città sta cercando il modo di continuare a vivere quando il sistema politico di questo paese se ne fotte. È una dinamica molto affascinante.</p>
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		<title>Marrazzo, Morgan, Spitzer e il fantasma del pentimento mediatico</title>
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		<pubDate>Fri, 30 Apr 2010 08:25:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Nicola Lagioia</dc:creator>
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		<category><![CDATA[società]]></category>
		<category><![CDATA[Eliot Spitzer]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><i>Questo pezzo è uscito sul </I><a>Fatto Quotidiano<i></A> il 28 aprile</I>.</p>
<p>di <a href="http://www.minimumfax.com/persona.asp?personaID=299"><b>Nicola Lagioia</B></A></p>
<p><a href="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/04/humbert_minima.jpg"><img src="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/04/humbert_minima.jpg?w=450" alt="" title="humbert_minima"   class="aligncenter size-full wp-image-2334" /></a></p>
<p>Ho sempre preferito i romanzi di Nabokov agli esegeti di Maria Goretti, e dunque credo di essere tra quei pochi che, a scandalo appena esploso, hanno iniziato a provare una certa simpatia umana per Piero Marrazzo, a cui pure avevo dato il mio voto anni prima turandomi il naso per non lasciarmi stordire dall’odore d’acquasantiera che promanava sin dalle pagine internet dell’allora aspirante governatore. La versione del califfo così ubriaco di potere da reputarsi super partes mi convinceva (e seduceva) molto meno rispetto all’immagine notturna di un uomo solo, talmente preso all’amo della propria ossessione da dimenticare ogni prudenza e scendere nel ventre cittadino in esclusiva compagnia dei propri demoni. I Gracchi della contea di Norfolk, vale a dire i fratelli Kennedy, seppero alzare intorno ai propri innumerevoli festini una barriera elettrificata di potere puro al cento per cento, e mi sembrano umanamente più banali e prevedibili di chi arriva a farsi incastrare dalla polizia corrotta come ha fatto l’ex governatore del Lazio. Una storia che piacerebbe a James Ellroy.<br />
Certo, pur non avendo responsabilità penali (andare a trans non è reato, e non lo è la cocaina usata a fini di consumo personale, e pare non lo fosse nemmeno l’uso dell’auto blu fuori dagli impegni istituzionali), Marrazzo ha tradito chi gli aveva dato il voto in nome di quel Dio, quella famiglia, quella patria sbandierate così stucchevolmente durante la campagna elettorale, e in più si è lasciato ricattare, ma l’improvviso squarcio sull’uomo sotterraneo mi sembrò all’epoca paradossalmente risarcitorio: impossibile essere così vuoti e bidimensionali come Marrazzo si presenta agli elettori, pensai, e dunque meglio il peccatore del cyborg circonfuso d’incenso. È durata lo spazio di poche notti, questa mia simpatia. Perché poi è arrivato il pubblico pentimento, il pubblico annuncio di ritiro in convento, la pubblica citazione di Cormac McCarthy a scopo letterario-espiatorio, e adesso il pubblico annuncio di ritorno sulle scene dopo appena sei mesi di ritiro previo (ancora) pubblico lavacro televisivo su Rai3 domenica prossima nello studio della Annunziata per <i>In ½ ora</I>. È qui che la mia imprevista simpatia si ritramuta nella solita ostile diffidenza: in fondo il tragico Humbert Humbert di Lolita nasconde i suoi peccati, mente, briga, depista, ma non arriva mai a rinnegare la sua amata Dolores Haze, nemmeno nel braccio della morte. Si potrebbe pensare che Marrazzo sia il solito furbone, ma il mio atroce sospetto è che lui a tutto questo (sepoltura definitiva del <i>vizio</I> sotto il pentimento, espiazione, rinascita, tutto nello spazio di neanche una stagione) ci creda veramente.<br />
<span id="more-2333"></span><br />
L’uso dei mass media come acceleratori di particelle in grado di curvare lo spazio-tempo compiendo all’istante vere e proprie conversioni è una pratica che nasce negli Stati Uniti. L’ultimo caso – quasi un parallelo con Marrazzo –, è quello di Eliot Spitzer, ex governatore dello stato di New York costretto alle dimissioni nel 2008 dopo uno scandalo sessuale scoperchiato dal «New York Times» (era lui il «client number 9» del giro di prostitute che frequentava l’ormai famigerato Emperor’s Club). Dopo nemmeno un anno sabbatico anche Spitzer è tornato sulla scena, e lo ha fatto nelle vesti del moralizzatore e del fustigatore di costumi finanziari sulla HBO e dalle colonne dal «Washington Post»; è bastata insomma la scatola magica dei media per giungere, nella percezione del pubblico televisivo, al risultato che ai grandi peccatori dostoevskijani costava anni di castigo e meditazione, tanto che (assicurano i sondaggi) se Spitzer tornasse a correre per lo stato di New York avrebbe oggi buone chances di vincere. E non accadde in fondo la stessa cosa anche a Bush jr, l’ex alcolista abbagliato da una inverificabile luce metafisico-televisiva, talmente allucinante da fargli poi vedere le armi di distruzione di massa lì dove c’era solo il deserto?<br />
È vero, il pubblico occidentale munito di telecomando ha sempre amato le parabole in salsa cristica fatte di ascesa-caduta-rinascita. Ma il timore è che l’evo massmediatico sia entrato in una nuova fase: non sono più i singoli citizen Kane a manovrare la macchina, ma è l’intelligenza (o la stupidaggine) artificiale dei mezzi di comunicazione, con il suo strapotere e la sua acefala pervasività, a dettare i tempi drammaturgici perfino dei nostri cambiamenti interiori. Per cui sì, ciò che resta del Marrazzo uomo novecentesco saprà anche bene come il concetto d’espiazione preveda tempi lunghi e non passi necessariamente per le telecamere, ma il Marrazzo fantasma mediatico del terzo millennio è costretto per esistere a tornare in tv, a rinnegare (ammesso che ci sia qualcosa da rinnegare), a pentirsi, magari pure ad accusare, ma soprattutto a crederci. Chi lo guarderà nel programma dell’Annunziata sarà probabilmente scettico sulla sua riabilitazione, e tuttavia non potrà fare a meno di crederci con quella cieca ghiandola preposta ad assorbire le immagini che sta diventando la nostra percezione del mondo. Stessa cosa per Morgan qualche mese fa. Dopo l’ammissione dell’uso di crack, a che vantaggio sputtanare vent’anni di vita artistica andandosi a confessare nel salotto cardinalizio di «Porta a Porta»? Il fatto è che per Morgan non sono più i tempi di David Bowie ma quelli di «X Factor», e chi si è sottoposto all’untuosa gogna di Vespa non era un furbacchione ma un ragazzo confuso e, cosa più triste, impossibilitato a un vero scatto d’orgoglio, un personaggio costretto ormai antropologicamente a obbedire al canovaccio che l’intelligenza mediatica ha allestito per lui. E, fateci caso, non si tratta mai di canovacci dagli esiti liberatori.<br />
Siamo insomma entrati nella fase Clockwork Orange, e il Morgan, lo Spitzer, il Marrazzo di turno sono sempre più pericolosamente simili all’Alex di Burgess e di Kubrick, l’ex teppista costretto a comportarsi in modo edificante dalla cura Ludovico. E poiché chi va a trans per propria scelta e soprattutto a proprio rischio mi inquieta meno di chi si pente sinceramente causa esigenze televisive poste ormai oltre il confine del bene e del male, continuo a rimanere dalla parte di Humbert Humbert. </p>
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		<title>Morire di stato</title>
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		<pubDate>Thu, 29 Apr 2010 07:52:14 +0000</pubDate>
		<dc:creator>gianlucacataldo</dc:creator>
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		<description><![CDATA[05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09 di Gianluca Cataldo Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su [...]<img alt="" border="0" src="http://stats.wordpress.com/b.gif?host=minimaetmoralia.wordpress.com&amp;blog=8066495&amp;post=2325&amp;subd=minimaetmoralia&amp;ref=&amp;feed=1" width="1" height="1" />]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p align="justify">
<b>05. Decesso della Seconda Repubblica 4/12/09</B><br />
di <b>Gianluca Cataldo</B></p>
<p><i>Dichiarazioni di Spatuzza davanti ai giudici della II sezione della Corte d’Appello di Palermo (in trasferta a Torino). Il pentito verrà poi smentito dai fratelli Graviano, o meglio da uno dei fratelli Graviano. Riportiamo, a tal riguardo, l’estratto di un articolo di Giuseppe D’Avanzo pubblicato su Repubblica il 12 dicembre 2009</I></p>
<p>Nell&#8217;aula risuonano i tre «no» tondi e secchi di Filippo Graviano. «Conosce Marcello Dell&#8217;Utri?», chiede la Corte. «No!», risponde. «Ha mai incontrato Marcello Dell&#8217;Utri?». «Assolutamente no!». «Ha mai avuto rapporti anche indiretti con Marcello Dell&#8217;Utri?». «No!». I tre «no» rendono molto soddisfatta la difesa del senatore. Fanno dire a Berlusconi che «siamo alle comiche». Susciteranno gli animati strepiti dei turiferari del cavaliere.<br />
Con buone ragioni, se l&#8217;affare lo si semplifica fino a non tener conto delle anomalie di questo processo e dell&#8217;abitudine tutta siciliana all&#8217;omissione, all&#8217;ambiguità, al non detto che allude, al detto che nasconde: la migliore parola è quella che non si dice, dicono nell&#8217;Isola. Anche ieri, la parola più determinante non è stata detta. Avrebbe potuto dirla Giuseppe Graviano. È lui che organizza le stragi del 1993, non Filippo. È lui, non Filippo, che – secondo Gaspare Spatuzza – si gloria di «essersi messo il Paese nelle mani» forte delle promesse di Berlusconi («quello di Canale 5») e di Dell&#8217;Utri («il paesano»). Con una sola parola, il mafioso di Brancaccio avrebbe potuto o distruggere la credibilità di Spatuzza o dannare all&#8217;inferno il senatore. Quella parola l&#8217;ha rifiutata per il momento almeno fino a quando non gli saranno attenuante le severe condizioni carcerarie che lo affliggono.<br />
Ora ci si può sbizzarrire con l&#8217;ermeneutica. Giuseppe Graviano a chi sta parlando obliquamente? Chi minaccia? Chi ricatta? I magistrati, che ritiene responsabili del suo regime di detenzione? O il governo che incrudelisce le regole? Ogni risposta può essere buona e in ogni caso, in assenza della testimonianza del mafioso, inservibile per un processo che ormai mostra le sue anomalie, in modo fin troppo palese.</p>
<p><a href="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/04/sicilia_minima.jpg"><img src="http://minimaetmoralia.files.wordpress.com/2010/04/sicilia_minima.jpg?w=450" alt="" title="sicilia_minima"   class="aligncenter size-full wp-image-2326" /></a><br />
<span id="more-2325"></span></p>
<p align="center"><b>Sedizione</B><br />
di <b>Gianluca Cataldo</B></P></p>
<p align="justify">
Siamo un’agenzia che prepara eventi sociologici su base demografica. Al servizio di gruppi anarco-insurrezionalisti abbiamo dimostrato che la democrazia (o la forma corrente di Stato) è marcia e non funziona.<br />
Siamo cineasti disillusi dalla storia della politica e attribuiamo all’arte un valore che eccede i normali termini di spazio andando oltre la quarta parete e disintegrando addirittura la quinta, parete di cui finora in pochi avevano intuito esisterne addirittura una quinta bis e, forse e solo se alcune nostre teorie su dio dovessero rivelarsi correte, una sesta. Per entrambe il nostro proposito è di abbatterle. E se questo dovesse portare alla fine dell’evidenza per come la conosciamo il nostro intento è proprio quello di far esplodere consapevolezze espandendo fino al capovolgimento i capisaldi mediatici del nostro mondo così per come crediamo di conoscerlo.<br />
I giornali dissero di noi che siamo stati incoerenti con le nostre spiegazioni. La cosa ci scombussolò alquanto dal momento che le nostre spiegazioni, come piacque di etichettarle a quelli, non erano tali se non da un punto di vista, per così dire, discorsivo. Se a una domanda segue una risposta e una richiesta è soddisfatta da una spiegazione, il normale corso di una domanda surrettizia è un dubbio. Il vostro dubbio. Se noi vi chiedessimo «è vero?» dareste la stessa risposta che dareste a questa domanda? Il risultato cui siamo pervenuti è costringervi alla nostra risposta non curandoci minimamente della vostra convinzione. Noi siamo andati oltre la domanda e anzi ne abbiamo applicato il metodo alla nostra forma di rivoluzione autosufficiente, una ribellione che sembra bastare a se stessa, che soddisfa noi e soltanto noi che siamo scienziati della reality e l’unica cosa che ci preme è di dimostrare la nostra tesi. Abbiamo scatenato una serie di reazioni controllate fin quanto possibile; abbiamo analizzato i dati cercando di arginare al massimo l’impressionante numero di variabili nelle vostre azioni e nell’immedesimazione, a volte esagerata, di attori raccattati nei più ascosi paesi dell’entroterra isolano. Abbiamo scelto una location straniata dal resto dell’evoluzione, e le abbiamo dato delle convinzioni che col tempo si sono stratificate in folklore quindi in storia recente e definitivamente in quotidianità. La meridionale accondiscendenza con la quale siamo stati accolti è storica (ma di una storia più ricca e remota) e caratteristica financo letteraria di nobiltà lascive e povertà fisiologica. Abbiamo proposto un’alternativa alla disoccupazione innescando un’implosione a orologeria di cui le nuove generazioni intuiscono appena la profondità e anzi sembrano non accorgersi della necessità del taglio, dell’inconfutabile occorrenza della ferità. Siamo stati revisionisti per esigenza ed è l’unica cosa di cui ci vergogniamo, abbiamo inventato una parte della storia d’Italia incuranti dell’infezione che avremmo propagato, in parte perché nostra intenzione, in parte, ripetiamo, per necessaria pattuizione. Non avevamo considerato la colpevolezza come motore immobile e l’irrefrenabile bisogno di sentirla parte integrante e causa suprema di giustificazione. La colpevolezza è stato il virus che ha scatenato la pandemia, prima su base locale poi, oltre la critica, a livello nazionale. L’ordine applicato quando abbiamo lasciato correre il nostro esperimento è stato repulsione, folklore, sottovalutazione, comprensione dei meccanismi intrinseci e, soprattutto, delle potenzialità politiche, sfruttamento, abitudine, tentativo di controllo, folklore di copertura, silenzio. I dizionari recano un significato della parola omertà tutto sommato neutro e gli unici tentativi di reazione sono provenuti da fortunate riforme giudiziarie. Non ci dispiace neanche avere, seppur implicitamente, causato la morte di molti uomini. E nessuno li esalti martiri d’Italia, sono morti naturalmente impossibilitati alle manette. Defunti nelle pieghe di un golpe meta-mediatico che non ha portato né porterà ad alcun capovolgimento politico né insurrezione civile che ci schiererebbe, non a torto, dalla parte dei colpevoli (anche se di una colpevolezza diversa da quella particolare declinazione dell’animo che ha permesso tutto questo). Non faremo nomi già noti né parleremo di particolari maggioranze triplicate in seno ai partiti. Non ci avvicineremo neanche lontanamente all’unica loggia che per prima è stata incuriosita e ammaliata dalla nostra creatura. Non parleremo neanche dell’unica forza mitigatrice che avevamo immaginato, dei giornalisti che hanno perso dimestichezza con il gioco di leve e fulcri e si sono visti travolti, a volte lasciandosi travolgere, da un’altra grande perversione italiana fattasi da sola stringendo le molte unte mani della nostra invenzione sociale. Dinanzi all’immensità delle conclusioni lasciamo tutte queste inezie, in parte risapute e inspiegabilmente neutre, in parte misconosciute. Teniamo soltanto a sottolineare che da tempo abbiamo abbandonato la regia di tutto questo causando pentimenti che non credevamo possibili e un parziale smascheramento delle nostre vittime fino alla dimostrazione della nostra tesi.<br />
Il nostro non è un pentimento tardivo ma un vanto che ci sentiamo di fare nel momento di massimo splendore della nostra nuova evidenza, dell’esplosione di ogni verità nel centenario più falso della storia d’Italia. Ha resistito ai sindacati, alle occupazioni, ha dapprima oltrepassato l’oceano e garantito sbarchi e pace, poi è rientrata e ha attraversato lo stretto per tornarci attendendo cemento, è lentamente risalita accattivandosi simpatie via via più incuriosite, ha suscitato moti d’indignazione, esili lenzuola contra roboanti esplosioni, ha garantito voti, più voti di quanto si pensi e più trasversali di quanto si immagini, ha sorvolato sulla capitale insinuandosi lentamente, mutando come i virus più sofisticati e ha fatto tutto sulle sue ossute gambe con la sola supervisione di un gruppo di cineasti disillusi che da due generazioni osservano compiaciuti l’altra faccia d’Italia, quella biblica e vergognosa. È sopravissuta a chi non ne ha capito la grandezza e ha suscitato dubbi sulla sua tenuta ormai salda morendo miseramente nello sfidarla, incastonato nel nome di una via, nell’intitolazione di un centro di informazione di periferia.<br />
Potreste obiettare che non ha la forza per fare tutto ciò di cui diciamo essere responsabile. Ebbene, vi sbagliate: le abbiamo garantito una forza riflessa, la possibilità di essere un nucleo di concetti poco vaghi e di una concretezza di facile attuazione. Abbiamo stritolato l’essenza di corruzione, omicidio, estorsione, ricatto, spremendone le definizioni fino al sufficiente sentimento di paura che retro intende ognuno di questi delitti definiti «odiosi». Paura e potere, laddove il potere si è pietrificato nella capacità di ingenerare altra paura. Ci siamo infatti compiaciuti nel vedere che le direttive unificatrici della nostra creatura sono migrate verso altre professioni, luoghi, proprio per la loro totale applicabilità al sistema Italia, una metastasi che abbiamo usato come frangiflutti di un’Europa che si avvia all’Alto rappresentante previsto dal trattato di Lisbona.<br />
Adesso parlano tutti privi di una guida molto al di sopra dei servizi segreti, capace di manipolare anche le loro arguzie. E abbiamo deciso di parlare anche noi, l’Alta guida che ha esaurito il suo compito nell’ora in cui viene a nascere il Figlio, il volto pulito e riciclato delle più bieche devianze che abbiamo generato. Col suo avvento, durato vent’anni, la nostra dimostrazione giunge alla sua realizzazione. Le ipotesi sono tesi: la nostra creatura, la Mafia, ha sedotto lo Stato dimostrando che la sua forma corrente è marcia e corrotta.<br />
Noi abbiamo vinto, confidiamo ora nella Terza Repubblica nella speranza non sia soltanto un numero ordinale.</p>
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