Il guastatore

by

di Sergio Garufi

Il nome di Franco è composto da due spigoli consonantici che riflettono il suo carattere brusco e diretto. Rivolgersi a lui è il primo passo per “affrancarsi” dall’asservimento alla contemporaneità, per emanciparsi dai falsi bisogni indotti che ci bersagliano ogni momento. Franco ha 46 anni e vive e lavora a Turro, un quartiere periferico nella parte nord-orientale di Milano. Lo conobbi lo scorso dicembre, quando andai a un reading poetico che si svolgeva in un circolo ARCI della stessa zona. Il ciclo di incontri settimanali prevedeva la presenza dei maggiori poeti del momento: le donne rigorosamente col doppio cognome e gli uomini con la doppia residenza, i nuovi quarti di nobiltà.

Quel pomeriggio era dedicato a un poeta argentino che vive tra Milano e Parigi, poco presente in libreria ma sempre in prima fila nel rilasciare interviste vibrate e nel firmare gli appelli giusti su tutti i temi di scottante attualità. All’interno del locale, in una saletta perlinata con le lampade al neon perimetrali, una mezza dozzina di spettatori seguiva con tediosa attenzione i versi impegnati dell’intellettuale sudamericano. Al momento fatidico delle domande del pubblico, un’anziana signora osò dire che quei versi, che a me ricordavano il rosolio, a lei facevano venire in mente “il grande Borges”; al che lui replicò stizzito che non considerava un maestro “quel fascistone” autore della più bieca letteratura reazionaria del suo paese. Avrei voluto contestargli che la letteratura reazionaria è quella che blandisce il lettore, lo conferma nei pregiudizi, lo consola, come per esempio la sua, ma mi imposi di tacere.
Terminato il reading uscii con sollievo dal locale e, cercando l’auto, scorsi la piccola bottega di riparazioni di Franco, un sottoscala che pareva un bunker con tanto di finestrella-feritoia sulla strada. Sulla porta un cartellino avvisava che l’orario di apertura e chiusura variava a seconda del tempo e dell’umore del titolare. L’interno era stipato di vari elettrodomestici: vecchi televisori, radiosveglie, forni a microonde e fotocopiatrici ammassati disordinatamente, una specie di Salon des refusés della modernità. Era il posto che cercavo per far aggiustare un registratore portatile regalatomi anni fa da mio padre. Comprarlo nuovo mi sarebbe costato lo stesso o quasi, ma per motivi affettivi preferivo farlo mettere a posto. Lo prese subito in mano e lo smontò rapidamente. Per chi, come me, ha un rapporto conflittuale con la fisicità, vedere qualcuno dotato di grande abilità manuale risulta sempre molto affascinante, lui è uno di quelli che “col cacciavite in mano fa miracoli”. Cercai di scambiarci due parole ma rispondeva a monosillabi, forse perché abituato a parlare con le mani. Aspettai allora in silenzio il responso e mi guardai intorno: sulle pareti spoglie c’erano soltanto un paio di poster all’apparenza incongrui. Una foto di Esther Williams in costume da bagno davanti a una piscina e la riproduzione del ritratto dei Coniugi Arnolfini di Van Eyck. Poco dopo mi disse che il guasto era una fesseria e mi suggerì di tornare fra un’ora che il registratore sarebbe stato pronto.
Feci un giro per i negozi di viale Monza. Le luminarie natalizie che in quei giorni facevano da pergolato alla grande arteria di traffico sembravano celebrare il ramadam dell’intelligenza. Il flusso banausico scorreva più nervoso e singhiozzante del solito, confluendo nell’imbuto dell’ora di punta sia gli impiegati di ritorno a casa che i forzati dei regali. A poca distanza dalla bottega di Franco prosperavano le grandi catene del pensiero unico come Expert, Mediaworld ed Euronics, dove il nuovo costa talmente poco che il vecchio, ai primi guasti, conviene buttarlo. Viale Monza è una di quelle zone della città in cui è più evidente il carattere orografico dei milanesi, il loro uniforme appiattimento nei confronti dello stile di vita imperante, ed è pure un quartiere così desolatamente grigio da costringerti all’accattonaggio visivo, ma ha almeno il merito di infischiarsene delle critiche e di tirar dritto per la propria strada.
Tornai in anticipo da Franco e mi sedetti nel bar di fronte ad aspettare. In questo modo vidi che entravano non solo extracomunitari squattrinati come pensavo, ma pure un bizzarro seguace del grande Lebowski e un paio di trentenni all’apparenza facoltosi e con coscienza ecologica, magari consapevoli del fatto che le politiche estere aggressive sono anche il frutto di un tenore di vita alto e irresponsabile. Senza contare che la brama del possesso è in fondo una schiavitù di segno opposto, perché ciò che possediamo a sua volta ci possiede e ci ricatta, come spiegò bene Cortázar nella prosa sull’orologio tratta da Storie di Cronopios e di Famas.
In questo senso, sia Franco che il poeta argentino erano entrambi portatori di un’ideologia critica e intransigente verso il modello di sviluppo delle opulente società occidentali, tuttavia mentre il secondo aveva congelato quella denuncia e i suoi valori in una difesa formale e conservatrice, il primo la misurava concretamente in una rigorosa scelta di vita. Lì compresi il reale significato dei poster così apparentemente incongrui che decoravano la bottega di Franco. Forse la cenestesi natatoria di Esther Williams intendeva testimoniare la struggente aspirazione dell’uomo a sublimarsi fino alla grazia e all’innocenza dell’inorganico, sebbene la vera esistenza mineralizzata appartenesse più ai liberi consumatori tecnologici che non agli spartani ed anacronistici riparatori; in fondo il desiderio è sempre condizionato dall’esterno, mentre l’aspirazione è qualcosa dettata da dentro. La soluzione del capolavoro di Van Eyck risiedeva invece nella lettura che ne aveva fatto Tano Festa, che individuava il vero protagonista della scena nel “lampadario”, visto come “qualcosa che sta a misurare la durata e quindi il limite delle vite” dei coniugi lucchesi, che “da tutta quella scena sarebbero stati i primi ad uscire, mentre gli oggetti sarebbero rimasti ancora per lungo tempo al loro posto, testimoni muti e impassibili delle loro esistenze”. L’ha notato di recente pure Saviano, in un articolo uscito su Repubblica a proposito della sua visita ai terremotati abruzzesi. Fra le macerie delle case distrutte e i morti sepolti l’elemento ricorrente per lui era sempre il lampadario.
Tornai quindi a riprendermi il registratore. La riparazione costò 20 euro. Gli chiesi se c’era un motivo particolare per la presenza di quei manifesti ma rispose negativamente. Ce li aveva messi solo perché gli piacevano le immagini. Allontanandomi pensai che il suo mestiere fosse una missione necessaria e coraggiosa, perché Franco è un riparatore che in realtà fa il guastatore del consumismo, sabota i centri nevralgici del nemico, punta a rompere lo status quo. E se il consumismo sfrenato è la nostra vendetta verso gli oggetti e la loro superiore ed invidiabile resilienza, allora il suo lavoro può essere inteso come una sorta di pietoso risarcimento nei loro confronti.

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