Ma può rinascere la sinistra?

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Poiché, come cita Leogrande, in politica non esistono spazi vuoti, chi questo spazio effettivamente non lo occupa, è perché si sostanzia di un vuoto strutturale e identitario. Un vuoto che nell’evidenza dei fatti non riesce più a colmarsi della semplice antitesi, come poteva essere inizialmente per la sinistra italiana, alla destra e al berlusconismo, ma va esorcizzato con l’autonomia, concetto assai più complicato e tuttavia inaggirabile di fronte a questioni nevralgiche e fondanti della società (moralità) civile.

di Alessandro Leogrande

Forse non sopravviveremo al berlusconismo. E per una volta, per berlusconismo, non intendiamo una sorta di carattere antropologico degli italiani, un loro sentire e fare maggioritario, un’onda lunga della storia recente che informa la prassi privata e politica indipendentemente da chi effettivamente governa. No: questa volta intendiamo proprio il berlusconismo politico. Oggi, per la prima volta, l’Italia, e soprattutto quel che resta della sinistra italiana, corrono il forte rischio che Berlusconi non abbandoni per molti anni le stanze del potere. Che sia Palazzo Chigi o il Quirinale, che il neonato Pdl arrivi al 40%, al 45% o al 51%, che il peso della Lega sia o meno determinante per gli equilibri parlamentari, l’ipotesi che Berlusconi rimanga saldamente al comando è più che concreta. Allo stesso tempo, però, mai come oggi si ha la sensazione che a produrre questa situazione non sia stata la “rivoluzione berlusconiana” (forte, anche esteticamente, a metà anni novanta; tutto sommato abbastanza senescente oggi), non sia stato un particolare disegno autoritario (per quanto le intenzioni di svuotare delle loro funzioni e autonomia gli altri poteri, legislativo e giudiziario, ci siano tutte), non sia stata (ancora, almeno) l’involuzione sostanziale delle nostre istituzioni. È stato (soprattutto) il crollo disarmante delle opposizioni. La loro liquefazione politica, culturale, sociale. Il loro riprodurre in farsa un ruolo che invece nelle democrazie è nevralgico.

In politica, si dice, gli spazi vuoti non esistono. Ogni spazio, di consenso e di potere, all’occorrenza viene riempito. E oggi – per la prima volta dal 1994 – ci troviamo di fronte alle seria possibilità che Berlusconi abbia nelle mani un potere stabile e duraturo per abbandono del campo da parte degli avversari. Con il Pd che scende al 25% dei consensi e con i suoi leader che fanno ridere (se non altro, ridere) quando parlano di “vocazione maggioritaria”; con un’Italia dei valori speculare al berlusconismo, tanto avvezza a demonizzare il nemico quanto pronta a mutuarne le forme politiche; con una sinistra alternativa, radicale o libertaria, fuori dal Parlamento e pressoché scomparsa. Strappata, al suo interno, tra gruppuscoli avvitati in un folle identitarismo ideologico e altri (la sinistra vendoliana, i verdi, sinistra democratica) che rischiano di non superare il 4% dello sbarramento elettorale, rimanendo confinati in un impotente minoritarismo.

In questo contesto, le elezioni europee che si terranno il mese prossimo saranno un banco di prova decisivo. Presumibilmente sanciranno l’ulteriore trionfo del berlusconismo (nonostante le crisi mondiali, e le svolte obamiane in altre parti del globo) e l’ulteriore riduzione della rappresentanza politica del centrosinistra. Così, più che laboratorio politico, l’Italia diventerà un caso limite. Non siamo al regime strutturato. Siamo di fronte, piuttosto, a una ristrutturazione post-politica, in una società di per sé molto disgregata, che si basa su un pensiero reazionario di massa. E allora che fare?

Luigi Manconi ha scritto di recente un pamphlet di critica interna al Partito Democratico, formazione di cui fa parte: Un’anima per il Pd. La sinistra e le passioni tristi (Nutrimenti). La tesi di Manconi è che la principale causa della crisi del Partito democratico non è negli errori dei suoi leader (che pure ci sono), ma nell’assenza di identità, e di un dibattito interno sulle identità. L’assenza di una propria visione, non solo antitetica alla destra ma autonoma dalla destra, su questioni nevralgiche. “Esemplari in proposito”, scrive Manconi, “i comportamenti adottati dal Pd in relazione a due questioni cruciali: quella dell’immigrazione e quella del testamento biologico. Entrambe le questioni risultano controverse, suscitano tensioni, possono dividere: entrambe le questioni tuttavia sono capaci di determinare passione intellettuale e mobilitazione collettiva. Per questo avrebbero dovuto essere trattate in maniera totalmente diversa.” Manconi è consapevole che queste due questioni suscitano posizioni fortemente minoritarie. Tuttavia “un tema di minoranza può assumere, a determinate condizioni, la valenza ideale e politica di una grande questione di maggioranza.”
Siamo al solito punto: come superare lo stadio della testimonianza. Come fare in modo che battaglie di civiltà fondamentali (come possono essere, ad esempio, quella contro la criminalizzazione dei “clandestini” o per il diritto di voti ai migranti residenti) oggi fortemente minoritarie di fronte al pensiero reazionario di massa di cui si diceva prima possano ribaltare il dibattito politico?

A differenza di Manconi pensiamo, e più volte lo abbiamo scritto, che il Partito Democratico è già nato più che agonizzante. Che la trasversalità assoluta rispetto a questioni determinanti (alle due citate da Manconi va aggiunto sicuramente il lavoro) non è una ricchezza, e non può esserlo nemmeno potenzialmente, e che per avere un partito quanto meno più stabile politicamente sono necessarie (ancora) altre scissioni al centro e altre ricomposizioni a sinistra. Ma, poi, abbiamo più volte aggiunto, se questi processi di composizione e ricomposizione avvengono dall’alto (con incontri/scontri di piccole burocrazie) e perdono qualsiasi legame con la società, anche con le minoranze sociali e culturali che provano a non soccombere al pensiero reazionario di massa, non hanno alcun senso. E, come dimostrano le sconfitte elettorali, semplicemente non vengono riconosciuti come risolutivi.
Tuttavia sarebbe ipocrita eludere la questione di fondo posta dal pamphlet di Manconi, che ha a che fare con lo strapotere dell’ultimo berlusconismo. Insomma: come non morire berlusconiani? Dal momento che le vaste coalizioni uliviste e unioniste hanno fallito per due volte, l’unica soluzione – sostiene l’autore – è quella di un partito allargato (il Pd) che apra ancora di più le sue porte verso sinistra e discuta animatamente sulle questioni cruciali citate prima fino a raggiungere una sua identità. O si passa da qui, o l’involuzione della nostra democrazia, e delle nostre istituzioni, per assenza dell’opposizione, sarà certa. Il lento trapasso, finora accennato dalle decretazioni d’urgenza, dalla filosofia del pacchetto sicurezza, dalle proposte di legge in materia di lavoro, giungerà a compimento.
Certo, la speranza di Manconi (messa a confronto con gli avvenimenti recenti, con le batoste in Sardegna, il flop veltroniano e soriano, i sondaggi impietosi) è più che ottimistica. E francamente non riusciamo a condividerla, tanto quanto – francamente – non abbiamo altre soluzioni da contrapporre. Ma sulle due questioni, immigrazione e testamento biologico, il libro di Manconi dice alcune cose che dovrebbero suscitare a sinistra un ampio dibattito.

Ne accenniamo brevemente. Sul testamento biologico il Pd ha perso per “agnosticismo morale”. Non solo perché incapace di comporre al suo interno il conflitto tra laici e credenti. Il problema è più radicale: le culture politiche di ispirazione non religiosa, cioè la sinistra, non hanno mai elaborato un proprio autonomo pensiero morale sulle questioni eticamente rilevanti, perché hanno sempre pensato che il proprio raggio d’azione si riducesse alla sfera economico-sociale. Ma oggi la necessità di una nuova morale, cioè di un nuovo pensiero laico, autonomo, che dia risposte a problemi ed enigmi nuovissimi senza soccombere ai diktat delle chiese, è enorme.
Sull’immigrazione la questione si fa ancora più ingarbugliata. E Manconi fa bene a stabilire un nesso tra il successo del giustizialismo dipietrista (anche nella base del suo partito) e gli insuccessi di tutte le campagne tese a creare un reticolato di diritti e garanzie per i migranti. Alla manifestazione del 7 luglio 2008 in piazza Vittorio a Roma, contro la decisione del governo di prendere le impronte digitali ai bambini rom e sinti, c’erano poche persone e praticamente nessun leader del Pd. L’evento, per quanto importantissimo, non ha avuto alcuna copertura mediatica. Il giorno dopo, invece, a piazza Navona, lo show di Di Pietro e dei suoi sostenitori contro il “lodo Alfano” e il regime dello “psiconano”, di cui sono rimaste nella memoria soprattutto gli attacchi della Guzzanti contro la Carfagna, ha avuto ben altra attenzione e successo. Gli unici obiettivi polemici della manifestazione (sostanzialmente un happening televisivo) sono stati le vicende giudiziarie del premier e il suo potere personale. Pochissime parole, per giunta imprecise e strumentali, sono state spese a favore delle minoranze aggredite. Anche allora non c’erano i leader del Pd, è vero. Il punto però è che la base del Pd, materialmente o idealmente, era a piazza Navona e non a piazza Vittorio. Manconi definisce la manifestazione di piazza Navona e il discorso impolitico di Di Pietro come “amorale”. Non solo perché l’Italia dei valori si è mostrato più volte un partito reazionario, forcaiolo e manettaro sulle questioni migratorie: non un partito di sinistra, bensì una formazione pienamente in linea col ventre molle del paese. Di Pietro è “amorale” perché il suo anti-berlusconismo è del tutto dipendente dal berlusconismo. È una variante retorica, e solo apparentemente oppositiva, agli show berlusconiani. Ma è priva di qualsiasi autonomia politica e culturale. Se domani per puro caso Berlusconi non ci fosse più, l’Italia dei valori scomparirebbe, o sarebbe un partitino di destra accanto ad altri.
Il problema della sinistra, sulle questioni migratorie, è che appare stretta tra l’indifferenza del giustizialismo dipietrista, da una parte, e i pigri richiami al solidarismo cattolico, dall’altra. Il secondo almeno fa qualcosa. Eppure non è stato ancora elaborato, se non all’interno di alcune nicchie, un pensiero autonomo sui diritti di cittadinanza, sulle garanzie sul lavoro e contro le nuove schiavitù, sulla liberazione delle nostre leggi e norme dalle incrostazioni dello ius sanguinis o sul restringimento radicale (oggi evidente) dello ius soli.
Questa battaglia culturale prima ancora che politica, anche se di minoranza, va fatta subito, dice Manconi. E noi siamo pienamente d’accordo con lui. Va fatta in tutti i luoghi, grandi e piccoli, in cui c’è ancora un briciolo di sinistra. E va fatta anche sfidando il ventre molle del paese, il “cattivismo” di governo che si compiace di essere politicamente scorretto. Manconi è convinto che questa battaglia, in un giorno relativamente vicino, possa giungere alla vittoria anche all’interno del Partito Democratico.
Sarà… Purtroppo è stato proprio un sindaco del Pd, Orazio Ciliberti di Foggia, a voler istituire due linee di autobus separate con diverse fermate di arrivo e di partenza, una per i bianchi e una per i neri, da Borgo Mezzanone, una borgata agricola a dieci chilometri dal capoluogo dauno, ai bordi della quale sorge un centro d’accoglienza per richiedenti asilo, verso la città. Ha motivato la scelta con la necessità di dare una risposta al sovraffollamento dei mezzi e con le solite questioni di ordine pubblico: non c’era altro modo, pare, per far fronte agli attriti tra le comunità. Ma questo provvedimento di fatto è stato preso in una terra, in una contrada, in cui migliaia di braccianti africani ed est-europei, al pari delle centinaia che escono dal Cara, sono considerati e trattati peggio che le bestie, e sono vittime di un feroce sfruttamento lavorativo. L’azienda municipalizzata non ha deciso di potenziare un’unica linea per tutti, se n’è tenuta ben alla larga: ha deciso, al contrario, di creare due corse separate. È un precedente pericolosissimo. Ciliberti ha più volte ribadito che gli immigrati che vorranno salire sulla “linea dei bianchi” potranno farlo. Non sarà loro impedito. Ma quando qualcuno – un conducente, un controllore, un passeggero… – intimerà a una novella Rosa Parks di andarsi a prendere “l’autobus dei neri”, il sindaco Ciliberti avrà il coraggio di denunciarlo per discriminazione razziale, come sancito dalla legge Mancino?

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