Piccoli segnali europei

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Una riflessione di Alessandro Leogrande all’indomani delle elezioni per il Parlamento Europeo, caratterizzate da un significativo crollo dei consensi sia per il Partito Democratico in Italia, che per tutto il centrosinistra europeo. Se l’opposizione della sinistra in Europa si fa sempre più debole, è altresì vero che forze nuove e ostinate stanno emergendo dal suo interno, alcune feconde e vitali, come il partito di Cohn-Bendit in Francia, altre semplicemente ostinate, personaliste e terribilmente italiane.

di Alessandro Leogrande

A uscire fortemente ridimensionato dalle ultime elezioni europee non è solo il Pd (che ha perso 7 punti rispetto alla sconfitta, già epocale, dell’aprile del 2008) ma tutto il centrosinistra europeo. Tutti i partiti socialisti, compresi da paese e paese (tranne le eccezioni spagnola e greca) in una riserva che va dal 15 al 20% dei voti. Un’esigua minoranza, insomma. Il socialismo europeo, quella forza che ha segnato gli ultimi 150 anni del continente, è ormai al tramonto; ma, di contro, non si è affermato un nuovo Partito Popolare: i popolari saranno incapaci nei prossimi anni di guidare una maggioranza stabile, e questo creerà non pochi problemi alla linea Barroso. Più in profondità, ci sarebbe da fare un altro ragionamento: quanto c’è di popolare, e di democratico cristiano, in un partito del genere, che tra l’altro ha come sua seconda forza la pattuglia italiana di berlusconiani e post-fascisti? Tuttavia i veri vincitori di queste elezioni, non sono loro ma i fascisti veri, gli xenofobi veri, provenienti dai quattro cantoni del continente.

La Grande Ungheria agli ungheresi, la Finlandia ai finlandesi, l’Olanda agli olandesi, la Gran Bretagna ai britannici… La ricca Europa è ormai ostaggio di nazionalismi esacerbati e contrapposti che hanno nell’odio degli immigrati il loro principale coagulo elettorale, ma nascondono altro: pulsioni plumbee da sgretolamento, simili a quelle di inizio Novecento. E stiamo sicuri che risentiremo parlare a lungo nei prossimi anni dei fascisti ungheresi, lo Jobbik che vuole ripulire il paese dalla minoranza rom, dagli ebrei, dai comunisti: un partito nazista a tutti gli effetti, con un suo apparato paramilitare che si è macchiato di azioni ignominiose, e che non fa altro che aumentare i propri consensi. Sembra l’inveramento di un incubo orwelliano: basta vedere sullo schermo l’olandese Geert Wilders o l’inglese Nick Griffin del British National Party ed è impossibile non ricordare le sue previsioni sulla vittoria del fascismo in Inghilterra (un fascismo che prende il tè alle cinque della sera, ma non per questo meno pericoloso) contenute in Nel ventre della balena.
In Italia queste pulsioni sono governate e organizzate dalla Lega. Le coniuga con il federalismo, con una nuova identità regionale, territoriale, non con il nazionalismo, e per questo risulta ancora più vincente. Indorando la pillola (cosa peraltro teorizzata dallo stesso Borghezio) è andata già al governo; e oggi ha un potere di ricatto enorme che le viene non tanto dal 10% elettorale in sé, ma dal fatto che quel 10% su scala nazionale è prodotto da percentuali molto più alte nelle sei-sette province più ricche del paese. Veri vincitori di questa tornata elettorale, i leghisti ricorderanno continuamente a Berlusconi che è un semplice primo ministro, il capo di una coalizione, non il Capo. Ma questa, a differenza di quanto pensano i soloni del Pd, non è una ventata di pluralismo. Non si è arrestato proprio un bel niente. Dal punto di vista della minoranza di immigrati che vive in Italia, dal punto dei vista dei nuovi italiani, questo vuol dire che tutte le norme obbrobriose contenute nel pacchetto sicurezza verranno approvate in poche settimane, che la Lega farà quello che vuole a Lampedusa, in Libia e nel Mediterraneo, che l’influenza di Maroni sulla “gestione delle sicurezza” sarà ancora maggiore. Che l’equazione immigrazione irregolare-criminalità è divenuta, nelle urne, indistruttibile.
Si diceva che i socialisti, e non solo il Pd, sono diventati una minoranza accanto alle altre in questo fosco scenario. Pare proprio così. Dallo squagliarsi della casa socialista non se esce con un suo rinnovamento (che appare improbabile in Italia come in Francia come altrove), ma in due direzioni contrapposte. Di Pietro e Cohn-Bendit. E analizzare il successo di Cohn-Bendit in Francia ci interessa non solo da europei, ma proprio da italiani, perché la formazione politica che ha contribuito a mettere in piedi Europe Ecologie, è l’esatto contrario dell’Italia dei Valori. Insomma, in Italia lo sgretolamento elettorale del Pd (pur davanti a una flessione di Berlusconi) ha favorito soprattutto Di Pietro e il suo giustizialismo destrorso, la sua “lista personale” nutrita di notabili provenienti dall’“osso” dell’Italia centro-meridionale, e appena ingentilita da qualche nome della società civile. Ma soprattutto ha irrobustito un’idea di opposizione non costruttiva che non parla di Europa e di mondo, di diritti sociali e di ambiente, di carceri (per svuotarle) o di immigrati (per farli cittadini), ma solo di crescere, crescere, crescere e ancora crescere per battere Berlusconi – e sostituirlo con Di Pietro…
In Francia (è forse l’unica nota positiva di queste elezioni), in risposta alla crisi dei socialisti, ancora più grave dei democratici nostrani, è emerso un nuovo movimento che è riduttivo definire semplicemente verde ed ecologista. Europe Ecologie ha parlato di tutto quello di cui avrebbe dovuto parlare una sinistra alternativa al Pd e non lo ha fatto, con la sola eccezione di alcuni settori di Sinistra e libertà. Lì l’operazione è riuscita, e lo diciamo senza eccessivi entusiasmi, constatando semplicemente quanto è avvenuto: vedere la lista di Dany Cohn-Bendit prendere il 27% in tutta Parigi (appena due punti percentuali in meno del partito di Sarkozy) e diventare il primo partito in molti arrondissements fa un certo effetto. È il segno di una rottura, non solo elettorale.
Non siamo in grado di valutare la nuova formazione politica dal suo interno, e quindi anche i suoi limiti. Un cartello che mette insieme Bovè ed Eva Joly può apparire strambo, e non reggere alla politica dei fatti che dovrebbe seguire la politica delle parole. Tuttavia è bene ricordare che Europe Ecologie è stata l’unica formazione politica del continente a parlare, in campagna elettorale, solo di Europa (e della necessità di una nuova politica alternativa a Barroso) e non di questioni interne, ponendo con forza il tema di un nuovo contratto ecologico contro la “mutazione ecologica” che attanaglia il continente da Nord a Sud, da Est a Ovest.
Se questi temi, in Francia, si sono fatti forza politica numerosa (e in Italia ad esempio sono scomparsi) non è semplicemente perché lì (e in Germania) i verdi ci sanno fare, e qui sono una piccola nicchia, governata da tanti piccoli colonnelli senza truppa. Non è solo questo. Cohn-Bendit può piacere o non piacere, forse il suo movimento è solo un fuoco di paglia, ma è riuscito a coniugare la questione ecologica (oggi prioritaria) con la necessità di un nuovo internazionalismo democratico, con i diritti sociali e i diritti delle minoranze. Personalmente, la prima volta che ho sentito difendere, da sinistra, l’ingresso della Turchia in Europa, è stato in un dibattito a Roma, qualche anno fa. Lo fece proprio Cohn-Bendit, in un buon italiano, con queste parole: “Perché sono a favore dell’ingresso della Turchia in Europa? Oggi abbiamo un sindaco gay a Berlino e un sindaco gay a Parigi. Fra dieci anni avremo un sindaco omosessuale a Istanbul…” Detto in altri termini: le società non sono blocchi immodificabili, e l’inclusione del paese euroasiatico nell’Ue può aprire la strada a una nuova azione politica dal basso, a nuovi sommovimenti che non si riducano alla sola richiesta di pressioni istituzionali da Stato a Stato. Non si tratta di dirsi a favore o contrari all’ingresso di ottanta milioni di musulmani all’interno dei confini europei, come urlano gli xenofobi, ma di capire se l’ingresso, e con esso un nuovo europeismo largo, democratico e radicalmente sovranazionale, possano contribuire a liberare la società turca delle incrostazioni autoritarie – non meno della società italiana, francese o spagnola – più di quanto ciò non accada con l’esclusione dall’Europa. Cohn-Bendit, quel giorno, stava rovesciando il paradigma. Ci ho ripensato spesso, durante le settimane della campagna elettorale, quando ho visto alcuni dei più importanti esponenti leghisti andare in giro indossando una t-shirt su cui era scritto: “Io non voglio la Turchia” o una cosa del genere.
Gli unici, in Italia, a farsi promotori di un nuovo europeismo, a parlare più di diritti umani e civili che di Berlusconi, sono stati i radicali. Ma, da anni ormai, coniugano questi temi con un’idea delle cose economiche ultraliberista. Europe Ecologie ha offerto invece una lettura da sinistra. Qualcosa del genere, si diceva, da noi è apparso solo all’interno di Sinistra e libertà, più che per il progetto politico in sé, per merito di alcuni singoli. Ma quel cantiere è uscito fortemente indebolito. E lo stesso regionalismo democratico, aperto, non identitario, elaborato dalla giunta Vendola in questi anni in Puglia non è riuscito a farsi proposta politica concreta su scala nazionale (a differenza del federalismo “cattivo” e chiuso che soffia dal Nord-Est e oggi presenta il suo conto al Pdl), anche perché sotto sotto è stato osteggiato dalle piccole burocrazie dei partitini che hanno stilato le liste. Nello sgretolamento del paese Italia, questo è un tema enorme su cui riflettere tra le quattro casematte che ancora si dicono di sinistra.

Questo articolo apparirà nell’edizione di Luglio 2009 della rivista Lo Straniero (Il sito lostraniero.it e in fase di costruzione).

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