La razza operaia e la Lega

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di Alessandro Leogrande

Gli operai votano a destra, gli operai sono di destra. Al di sotto dell’ottundimento collettivo prodotto dal caso-Noemi, questa sembra essere la sola, unica verità “sociologica” di questi tempi, tanto da spingere persino Liberazione a non riconoscerli più, a darli per persi, a decretare con sgomento il loro amore con “gli imprenditori che li licenziano e li mandano a morire sul posto di lavoro.”
Per chi si colloca sul filone del post-operaismo, è dura dover riconoscere che gli operai di oggi non sono neanche lontani parenti degli Operai di cui parlano i propri testi di riferimento, della “rude razza pagana” esaltata da Tronti. Ancor più duro – forse – è digerire il fatto che quell’astratta rude razza non è mai esistita in natura. La “cultura proletaria” e “la “coscienza operaia” non esistono, se non in rarissimi momenti. E, quando ci sono, sono il risultato di un lungo lavoro politico e culturale più che di un forte sussulto sociale. I sussulti radicalizzano le posizioni, in un senso come nell’altro; la creazione di una coscienza è frutto di un processo più complesso, e spesso sotterraneo.

Due libri usciti quasi in contemporanea permettono di vedere la questione da un punto di vista particolare. Stranamente, ripubblicati negli stessi giorni, i due libri furono anche scritti nello stesso periodo (prima metà degli anni sessanta) e nella stessa città (la Torino industriale nel pieno del boom). Sono un romanzo di Giovanni Arpino, Una nuvola d’ira (edito ora da Bur, ma uscito per la prima volta nel ’62) e un’inchiesta di Goffredo Fofi, L’immigrazione meridionale a Torino (presentato ora in nuova edizione da Aragno). Entrambi i volumi, allora, furono osteggiati dalla sinistra ufficiale. Quello di Arpino per motivi che ricorda lo stesso autore: “Gli strateghi di un sinistrese appena nato mi bollarono di provincialismo operaio, di surrealismo periferico, di mistificazione dei grandi sentimenti di classe.” Quello di Fofi perché “oltre che parlar male della Fiat, osava parlar male anche del Pci, che niente faceva per gli immigrati”. Il libro uscì per la Feltrinelli sono nel 1964, dopo che – creando all’epoca un caso editoriale – l’Einaudi, che pure lo aveva commissionato, aveva rifiutato di stamparlo. All’interno del cenacolo einaudiano, erano favorevoli alla sua pubblicazione Fortini, Cases, Mila, e soprattutto Panzieri e Solmi. Contrari, e alla fine ebbero la meglio, Bobbio, Venturi, Calvino, Bollati, Cantimori.
Perché questi libri, pur molto diversi tra loro, erano così fuori dal coro? Perché ritraevano degli operai in carne e ossa, con la “o” minuscola, senza esaltazioni ideologiche né moralismi, avendo ben presente, come scrive Massimo Raffaeli nella prefazione alla nuova edizione di Una nuvola d’ira, che la coscienza di classe non è “un dato acquisito una volta per sempre ma, semmai, il risultato di una dolorosa metabolizzazione”. Arpino ritrae un triangolo amoroso tra una giovane operaia (Sperata) e due proletari di diversa età: Matteo (un ex-partigiano delle Langhe, taciturno e disincantato, suo marito) e Angelo (un venticinquenne settario e logorroico, il suo amante). Alla fine Matteo muore tragicamente in un incidente in moto, dopo essere scappato dall’ospedale dove era ricoverato, e Angelo e Sperata si ritroveranno soli, in qualche modo complici e causa, con il loro tradimento, di quella morte-sucidio. Il fulcro del romanzo è tutto nella nevrosi di Angelo e Sperata: due giovani operai che pretendono di essere diversi, e lo pensano ideologicamente, ma sono irresistibilmente attratti da tutto ciò che abbia a che fare con la società dei consumi (soprattutto Angelo: è stato spedito in un reparto-confino, ma è ossessionato dai motori). Due alienati, spesso insopportabili, eppure profondamente umani, tanto quanto il terzo protagonista, il “fossile” partigiano.
L’inchiesta di Fofi parla invece dei meridionali a Torino, e di una città che in soli dieci anni ha visto cambiare radicalmente il proprio volto, vedendo cambiare radicalmente la propria classe operaia. I nuovi operai sono quasi sempre ex-braccianti che vengono dall’Appennino meridionale o dai grandi borghi agricoli (soprattutto pugliesi) che non riescono ad assorbire la propria forza lavoro. L’abbandono del paese, di un Sud per certi versi ancora arcaico, e l’ingresso in fabbrica, sancisce l’accesso alla società italiana, segna i primi contatti con il sindacato e con la politica in un contesto urbano e industriale, non più rurale e bracciantile. Eppure – come Fofi illustrava in oltre trecento pagine di inchiesta – tutto questo non voleva dire assolutamente creazione automatica di una coscienza politica, né tanto meno di una incondizionata adesione ai partiti di sinistra. La Torino dei primi anni sessanta è la Torino degli incidenti di Piazza Statuto, un moto di ribellione cui parteciparono in prima fili molti operai meridionali. Furono accusati di teppismo e, a sinistra, di essere addirittura manovrati dai “padroni”. Ma questa era una spiegazione semplicistica. Come scrive Fofi, c’era un carico di insoddisfazione, frustrazione, isolamento che non aveva trovato sfogo, o casa, nelle organizzazioni esistenti e che verso la fine degli anni sessanta – straripando – avrebbe imboccato altre strade: “Questi giovani furono, a Torino e altrove, al centro dell’autunno caldo, che sembrò a tutti un momento trionfale per la storia del nostro movimento operaio e fu invece il principio della sua crisi, trasformazione e fine, in un mondo in cui la fabbrica avrebbe contato sempre meno.”
Il romanzo di Arpino e l’inchiesta di Fofi nascono in una società in piena crescita e rimescolamento, in una città in cui la domanda di lavoro superava costantemente l’offerta. Ora siamo in una situazione diametralmente opposta, eppure entrambi i libri ci dicono qualcosa sugli operai, e sul rapporto tra operai e sinistra. Allora chiedevano principalmente un lavoro e una casa, oggi declinano l’idea di sicurezza in altri modi che non paiono più di sinistra, anche perché ci sono altri immigrati a occupare l’ultimo anello della catena, anche nelle fabbriche. Eppure, più che di articoli frettolosi, per capire cosa pensano, cosa vogliono, dove vanno gli operai ci vorrebbero inchieste corpose e dettagliate come quelle di Fofi. O romanzi che non dicano le solite cose sul precariato, ma che provino a scavare un po’ più a fondo, nella testa delle donne e degli uomini.

Questo articolo è stato pubblicato dal Riformista il 10 giungo 2009

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3 Risposte to “La razza operaia e la Lega”

  1. gianni biondillo Says:

    Ragazzi, scusate l’OT.

    Volevo solo darvi un grosso “in bocca al lupo” e “buon lavoro” a tutti voi.

  2. Nic Says:

    Grazie Gianni. Crepi il lupo!

  3. lb Says:

    La novità degli operai che non votano più a sinistra è una bufala ormai stranota: v. qui (e i collegamenti citati):

    http://www.galileonet.it/blog/article/478/la-bufala-degli-operai-leghisti

    In realtà, è un modo di dire alla sinistra: “Nemmeno oggi, che gli operai hanno la macchina e il telefonino grazie alla sinistra, vi votano: dovreste lasciarli perdere una volta per tutte, i poveri, perché non vi convengono”. No?

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