Europa: avvenire dell’America

by

Riportiamo l’articolo di Sergio Luzzatto apparso domenica 5 luglio sul Sole 24 ore.

di Sergio Luzzatto

Non il “politichese”, ma l’economichese”, è l’esperanto del nostro tempo. Del sogno di una lingua universale coltivato da un fantasioso quanto ingenuo oculista polacco di fine Ottocento, Ludwik Zamenhof detto “Doktoro Esperanto”, sembra oggi non essere rimasto in vita che un gergo planetario fatto con le parole dell’economia: crescita, tassi, rendimenti, interessi, efficienza, produttività… E’ la lingua di un culto, il culto contemporaneo del mercato e delle presunte sue leggi di bronzo. Come se gli obiettivi economici fossero finalità necessarie e sufficienti in se stesse, anziché mezzi per raggiungere un fine politico collettivo.

Gli intellettuali più o meno globali del terzo millennio figurano tra gli aficionados dell’economichese quale esperanto della modernità. Lo parlano, lo straparlano ogni volta che possono. Ci aggiungono qualche formuletta sul tramonto delle ideologie e sulla fine della Storia, e passano all’incasso di marchette pubblicistiche più o meno laute. Senza riflettere intorno alla contraddizione esistente fra il trionfo mondiale dell’economichese e il trionfo altrettanto planetario del suo rovescio, la lingua della paura, o più esattamente delle paure: paura dell’altro, paura del cambiamento, paura del domani, paura della paura. E senza accorgersi che questo secondo trionfo sta producendo esso stesso un esperanto di parole passepartout, un “paurese” fatto di termini altrettanto diffusi che vaghi: la crisi, il terrorismo, l’insicurezza…

Per fortuna, tra gli intellettuali globali di oggi, ce n’è almeno uno che su cose del genere va riflettendo non da ieri: è uno storico inglese trapiantato in America, si chiama Tony Judt, insegna alla New York University. Di lui, l’editore Laterza ha appena pubblicato L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ‘900: una raccolta di saggi scritti dal 1994 in poi e che appunto hanno per tema la responsabilità sociale degli intellettuali, dal ventesimo secolo al ventunesimo. In pratica, Judt ci offre qui una rilettura personale di autori meritatamente canonizzati (come Primo Levi o Edward Said), meritatamente dimenticati (uno per tutti, Louis Althusser), immeritatamente negletti (come Arthur Koestler o Leszek Kolakowski). E Judt ci guida in una scorribanda ragionata entro contesti storici variamente istruttivi, dalla Francia del 1940 all’Israele della guerra dei Sei Giorni, dal Vaticano di papa Wojtyla alla Gran Bretagna di Tony Blair: ogni volta, guardando alla specificità del rapporto tra la politica di un’epoca e la sua intellighenzia.

Americano d’adozione, Judt sa bene quanto abissalmente ignoranti di storia possano essere i leader politici: quanto spensieratamente ignari del passato, anche il più recente e il più ingombrante. Non sono forse gli Stati Uniti il paese di James A. Baker, il quale, segretario di Stato per il primo presidente Bush al tempo della guerra del Golfo, spiegava candidamente al “New Yorker” che conoscere la storia – del Medio Oriente, o di chissà dove – non serve affatto al politico, poiché questi non si occupa dello ieri e neppure del domani, ma sempre e soltanto dell’oggi?
Nel corso dell’ultimo trentennio, le leadership occidentali hanno pensato bene di rimediare alla loro ignoranza sulla storia con un investimento fragoroso – quasi pubblicitario – sul dovere della memoria. E per riuscire nell’impresa, hanno messo a frutto il compassionevole zelo dei rispettivi intellettuali di complemento. Dalla Germania agli Stati Uniti, dalla Francia all’Italia, dalla Polonia alla Spagna, il Novecento è stato rappresentato come una sequela di tragedie, da commemorare una per una in nome della sacrosanta centralità delle vittime. Si è affermata, insomma, un’idea “lapidaria” del Novecento come secolo delle sofferenze: personali, familiari, comunitarie. Così, si è assistito al paradosso per cui una classe politica sempre più digiuna di storia ha propinato alle nuove generazioni dosi da cavallo di medicine della memoria, altrettanti surrogati di una vera conoscenza del passato. Secondo la denuncia di Judt: “invece di insegnare ai bambini la storia recente, li accompagnamo nei musei e a visitare monumenti”.

È forse per un caso che la rappresentazione lapidaria del Novecento ha coinciso, durante l’ultimo trentennio, con il trionfo dell’economichese nel discorso pubblico? Niente affatto. Le due dinamiche sono andate di pari passo, per la buona ragione che l’una si è alimentata dell’altra. A forza di diffondere un’immagine penitenziale del Novecento come tempo di tutti i mali (fascismo, comunismo, socialismo, assistenzialismo), ha prevalso la damnatio memoriae di tutti i beni assicurati ai cittadini dallo Stato sociale moderno. Servizi sanitari universali, sussidi di disoccupazione e di malattia, istruzione gratuita, pensioni, trasporti pubblici sovvenzionati: altrettante conquiste di civiltà che si è voluto addebitare in conto spese alla sola “socialdemocrazia”. Quasi che i confini geografici della Scandinavia avessero contenuto, nel Novecento, l’intera Europa. Quasi che in Austria, in Germania, in Francia, in Olanda, in Italia, il Welfare State non fosse stato promosso e garantito dai cristiano-democratici come dai socialisti; e in Gran Bretagna, fino al governo Thatcher, dai conservatori come dai laburisti.

Un capitolo del libro di Tony Judt si intitola Lo Stato senza Stato: perché il Belgio è importante. Importante il Belgio, un paese esteso quanto il Galles e popoloso quanto la Lombardia? Sì, importante: non come “modello”, ma come “avvertimento”. La prova del destino cui può andare incontro uno Stato sociale di solide tradizioni, nel momento in cui vengono a sommarsi gli effetti congiunti di una spinta estrema verso il “globale” e di una spinta estrema verso il “locale”. Da un lato, le Fiandre ricche delle nuove tecnologie. Dall’altro lato, la misera Vallonia delle miniere abbandonate. In mezzo, Bruxelles capitale di tutto e di niente. Sullo sfondo, una richiesta fiamminga di ulteriore decentramento (del fisco, della sicurezza, della giustizia) che porterebbe al dissolvimento del Belgio come Stato unitario.

Il libro di Judt è stato licenziato per la stampa nel settembre 2007, ed è uscito in libreria negli Stati Uniti all’inizio del 2008. Quando al suo autore poteva ben sembrare che il quindicennio seguìto alle svolte epocali del triennio 1989-91 (il crollo dell’impero sovietico, la fine della Guerra fredda, ecc.) fosse un’epoca di lessons non learned, di lezioni non imparate: l’età dei due Bush, di Clinton, di Blair, di Chirac, “un decennio e mezzo di opportunità sprecate e di incompetenza politica su entrambi i lati dell’Atlantico”. In altre parole, il libro di Judt è stato messo insieme e pubblicato quando ancora non era sorta, sull’orizzonte americano, la stella di Barack Obama.
Poco più di un anno è trascorso da allora, ma i tempi tecnici necessari all’approntamento della traduzione italiana hanno reso questo volume, L’età dell’oblio, il più utilmente fuori tempo dei libri possibili. Oggi, in Italia come in Europa, i nostri politici (e i nostri media) continuano imperterriti a utilizzare l’economichese quale lingua franca del terzo millennio, e continuano a stracciarsi le vesti sulle infinite lapidi del cimitero-Novecento. Senza accorgersi che oltre Atlantico si è cominciato a suonare tutt’altra musica. Proprio là dove il Welfare State non ha mai attecchito, la leadership democratica sta guardando alla storia novecentesca d’Europa per impararvi qualcosa di positivo, di prezioso, di vitale: non foss’altro, la necessità di un compromesso (con le parole di Judt) “tra il massimizzare le ricchezze private e il minimizzare l’attrito sociale”.

Nel mondo alla rovescia dell’anno 2009, è grazie all’America obamiana che un’Europa smemorata può riscoprire i meriti della “European way of life”.

Tag: , , , , ,

Una Risposta to “Europa: avvenire dell’America”

  1. Sergio Luzzatto, Europa: avvenire dell’America, recensione di Tony Judt, L’età dell’oblio. Sulle rimozioni del ’900, Laterza | POLITICA DEI SERVIZI SOCIALI Says:

    […] Europa: avvenire dell’America « minima & moralia […]

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: