Il pensiero politico di Obama

by

di Alessandro Leogrande

A oltre sei mesi dall’insediamento di Barack Obama alla Casa Bianca, vorrei tirar fuori un commento che scrissi a caldo per Lo straniero (n. 102-103, dicembre 2008-gennaio 2009) sulla sua vittoria elettorale di novembre 2008, e sulla campagna elettorale che ha portato alla sua elezione. Perché? Perché credo che, anche a distanza di tempo, bisogna avere il coraggio di ribadire ciò che si è scritto a caldo, azzardando una presa di posizione. Ma non è solo per questo. Obama è una meteora che ha scombussolato le sinistre occidentali, rigenerando parte del nostro discorso e facendo proprie (nel senso che le ha letteralmente portate alla Casa Bianca) parole e idee che fino a pochi anni fa si sentivano solo in cortei e assemblee minoritarie (o in carbornari seminari universitari). The times they are a-changin’, cantava Dylan… Tuttavia, nonostante il fascino della sua escalation politica, in molti rimangono sospettosi, titubanti, pronti alle prime critiche. Obama ci è o ci fa? Questa la domanda, neanche tanto sottaciuta, che attraversa le scosse sinistre. Detto in altri termini: cosa cova sotto le parole; e – soprattutto – i buoni discorsi hanno il potere di cambiare il corso degli eventi? Come è evidente, queste sono domande cruciali che trascendono la figura e il ruolo dello stesso Obama. E allora?

Per dirla tutta, e senza facili entusiasmi, io penso che Obama sia più “a sinistra” (lo so che l’espressione è logora, e rischia di non dire molto, ma in questo caso serve a capirsi in fretta) del suo governo e di buona parte del suo partito. E che, proprio per questo, nel rapporto tra il dire e il fare probabilmente riuscirà a realizzare meno del 10% di quanto afferma. In parte sarà bloccato dalla sua stessa maggioranza e dalle lobby filo-democratiche; in parte sarà lui stesso tentato di alzare il piede dall’acceleratore. Ma la rottura rimane. La novità culturale, enorme, è tutta lì, e non è affatto una cortina fumogena. Da una parte c’è il fascino di Obama, dall’altra l’azione politica del presidente Obama. Ma nel mezzo si discute ancora molto poco del pensiero politico dell’intellettuale Obama. Ed è un peccato, perché analizzando nel dettaglio i suoi scritti e le sue idee vi si scorge non solo un mucchio di idee interessanti, ma anche un rigore, una coerenza, un linguaggio che rimandano alla migliore tradizione democratico-radicale americana. La radicalità di Obama non è semplicemente nel fatto di essere il primo afromericano alla Casa Bianca (per vie traverse ci erano già stati Colin Powell e Condoleezza Rice…). Ma nel fatto che, per la prima volta, un presidente americano sostiene a chiare lettere che il libro che ha cambiato per sempre la sua vita, determinando in buona parte ciò che è diventato, è
Uomo invisibile di Ralph Ellison.

Michael Walzer ha sostenuto che la maggior novità della campagna elettorale di Obama è stata nella sua organizzazione. Un’organizzazione di base, articolata su tutto il territorio nazionale, da Stato a Stato, da comunità a comunità, che ha fatto leva su un largo uso di volontari: un movimento del genere, informale e non istituzionalizzato, non lo si vedeva da quarant’anni, “dai tempi della guerra in Vietnam”. Quanto invece alle posizioni politiche assunte da Obama in campagna elettorale, Walzer ha spesso ripetuto che Obama è un centrista. È un liberal, certo, ha condotto una battaglia serrata contro le lobby e le corporazioni di Washington (anche quelle interne al proprio partito), ma non si è poi dimostrato tanto socialdemocratico. Tuttavia è probabile che la crisi economica nazionale e internazionale (e la necessità di superare la dipendenza dal petrolio) lo spingano ad attuare un nuovo New Deal e – nel farlo – a scontrarsi con la grande industria, con la finanza, con il Pentagono e con i conservatori che vedono nella spesa pubblica il “male assoluto”, da posizioni radicali.
Non possiamo sapere cosa farà Obama nei primi anni alla Casa Bianca. Però per capire un po’ di più delle sue idee possiamo leggere i suoi libri. Non tanto le sue biografie e la sua autobiografia, quanto quelli che raccolgono i suoi discorsi. In particolare due libri: la raccolta Yes we can. Il nuovo sogno americano (pubblicata da Donzelli a gennaio del 2008 e contenente in gran parte i discorsi pronunciati nei primi mesi subito dopo la candidatura, prima che le votazioni per le primarie avessero inizio, e ripubblicata ora con il titolo La promessa americana e l’aggiunta di nuovi interventi) e Sulla razza (l’oramai celebre discorso di Philadelphia sulla questione razziale, pubblicato in Italia da Rizzoli).
Sono discorsi lucidi e acuti, in larghi tratti appassionanti (ed era da molto tempo che l’oratoria politica occidentale non riusciva a essere appassionante). Dimostrano tutta la capacità retorica di Obama e lasciano anche dedurre che tale carisma – unito alla crisi del bushismo – sia stato la prima molla ad alimentare quella militanza dal basso che ha colpito Walzer. Eppure, per una volta, vorrei soffermarmi non sulle strutture retoriche dei discorsi di Obama, né sul suo fascino pop per come questo è stato percepito dai media europei. Vorrei soffermarmi su alcune delle idee contenute nei due libri, perché a prima vista appaiono non solo liberal, come dice Walzer, ma – direi – molto più a sinistra. Tanto per incominciare, più a sinistra di quelle espresse dalla gran parte degli esponenti del Partito Democratico in Italia. Certo, questi discorsi non esauriscono il pensiero politico di Obama né tanto meno spiegano le complesse modalità della sua vittoria. Costituiscono però, nell’insieme, uno dei centri nevralgici della sua personalità politica.
La prima cosa che salta agli occhi è che Barack Obama crede in ciò che dice. Quando parla di divisioni razziali, di fabbriche che chiudono, di scuole fatiscenti, di soldati mandati a morire inutilmente in Iraq, del rapporto tra politica e religione, della necessità di farla finita con la pratica della tortura, non sta parlando a vanvera per conquistare l’uditorio. Non suona falso, non gioca alla politica di Palazzo, evoca l’esistenza di un movimento dal basso, e articola un dialogo con i militanti di base (e poi con tutti i cittadini e le cittadine) che oltrepassa il momento strettamente elettorale. Il suo pensiero lascia intravedere una robusta ossatura morale e, in alcuni passaggi, religiosa. E per quanto poi nella parte della proposta politica questi discorsi possano alle volte spostarsi verso il centro – come ha rilevato Walzer – insistendo su due parole-chiave, “change” e “unity”, quella indignazione di fondo verso le ingiustizie, verso tutte le forme di disuguaglianza sociale, rimane molto forte. Non solo è forte: è anche qualcosa che riusciamo a percepire al di là dei confini nazionali statunitensi.
In secondo luogo non è vero, come tutta la pubblicistica italiana ha sottolineato, che la forza di Barack Obama è nell’aver tagliato i ponti con il passato, nell’essersi posto come un candidato post-politico o, addirittura, post-etnico. In tutti i suoi discorsi si fa sempre riferimento al debito (che non potrà mai essere saldato) con le generazioni passate, con tutte le esperienze politiche che hanno provato a costruire un’America migliore (e, sia detto per inciso, la stessa esortazione Yes we can riprende uno slogan dei braccianti messicani auto-organizzati della California).
Questo aspetto, peraltro, trascende i due libri citati. In tutti i discorsi più importanti degli ultimi due anni – l’annuncio della propria candidatura a Springfield nel febbraio del 2007, il discorso tenuto alla Convention di agosto 2008, quello della notte della vittoria, il 4 novembre – Obama ha citato Martin Luther King e il movimento dei diritti civili come pietra di paragone della propria azione politica. Anzi, un punto fermo dei suoi discorsi è che non solo vanno realizzati fino in fondo tutti i diritti civili (un processo, questo, di cui la sua elezione costituisce un compimento) ma vanno estesi, e in molti casi disseppelliti, i diritti sociali ed economici di cui le minoranze sono ancora prive. E qui, su questo versante, la segregazione razziale si fa ancora sentire, accumula ancora rancori e sofferenze, tanto che Obama a proposito delle tante vittime nere dell’uragano Katrina è arrivato a dire: “Martin Luther King non ci ha portati in cima alla montagna perché lasciassimo che una terribile tempesta spazzasse via quelli rimasti bloccati a valle.
Molti commentatori hanno sostenuto che il nero Obama è riuscito a vincere perché in fondo non è un discendente degli schiavi africani: è “solo” il figlio di un immigrato dal Kenya e di un’americana bianca del Kansas. Ma su questo punto la risposta di Obama è stata netta. Da una parte ha sostenuto che la sua famiglia racchiude al suo interno tutte le possibili gamme di un arcobaleno multiculturale (e che, per essere precisi, quando è nato da una bianca e da un nero negli Usa del 1961, la segregazione non era ancora stata sconfitta). Dall’altra ha più volte ribadito: “Sono sposato con un’americana nera nelle cui vene scorre il sangue di schiavi e proprietari di schiavi, un’eredità che abbiamo trasmesso alle nostre due amate figlie.” Ma quello che più conta è che Obama ha più volte ribadito di essere afroamericano perché parte della comunità afroamericana di Chicago, all’interno della quale si è formato politicamente.
Nel celebre discorso Sulla razza, Obama parte da una frase di Faulkner (“Il passato non è morto e sepolto. In realtà, non è neppure passato.”) per analizzare come la segregazione razziale abbia prodotto una forbice economica che, negli ultimi anni, anziché restringersi non ha fatto altro che allargarsi. Tuttavia la forza del suo discorso (nella piena tradizione del movimento dei diritti civili) è nel volersi rivolgere allo stesso tempo ai neri, ai bianchi e agli ispanici. E soprattutto: ai proletari neri, ai proletari bianchi – nonostante che poi, a conti fatti, siano quelli su cui ha fatto meno presa – e ai proletari ispanici. Ai primi, perché (come il reverendo Wright da cui ha preso le distanze) non si facciano risucchiare dalla rabbia e dal “retaggio della sconfitta”, ma siano, in prima persona, autonomi attori del proprio cambiamento. Ai secondi perché capiscano che “il vero problema non è che qualcuno con una pelle diversa possa rubarti il lavoro, ma che a rubartelo sia l’azienda per cui lavori, per trasferirlo all’estero, solo per aumentare il profitto.” Ai terzi, perché con il loro ingresso nel mercato del lavoro la situazione si è ulteriormente complicata. Insomma, è ancora possibile realizzare il credo di We shall overcome mettendo al centro delle proprie attenzioni (morali, politiche, intellettuali) l’ingiustizia sociale, il cuore di ogni problema, e provando a realizzare un fronte multiculturale e multirazziale per superarla in tutte le sue manifestazioni. Partendo da dove? Dalla miglior scuola possibile per tutti i bambini e per tutti i ragazzi, da una sanità estesa a tutti, dalla difesa dei diritti dei lavoratori, dalla creazione di spazi d’azione sociale e politica non segregati, non reciprocamente segregati, come sono invece le chiese e le parrocchie ogni domenica mattina. E, soprattutto, dalla redistribuzione della ricchezza. Sarò rozzo, ma a me questa non pare glamour post-politico. Mi sembra piuttosto di intravedere il meglio della nostra tradizione socialista.
L’idea che vorrei suggerire è che i testi di Obama costituiscono il primo banco di prova attraverso cui giudicare il concreto operato del presidente Barack Obama. Non occorre venerare nuovi leader. Piuttosto dobbiamo impegnarci ad analizzare il bagaglio di idee che condividono (e che noi stessi percepiamo come condivisibile) e vagliare la loro messa in pratica. Forse il presidente Obama non ce la farà, ma i discorsi e gli scritti del giovane intellettuale di Chicago passato alla politica possono essere un contributo, anche da noi, su questioni cruciali. Prima fra tutte: la questione razziale nell’Italia berlusconiana, e la necessità prioritaria di organizzare un nostro movimento dei diritti civili che sconfigga le nuove forme di segregazione nelle scuole, negli ospedali, nelle fabbriche, nei campi, nei servizi. Nelle istituzioni occupate da forze razziste e xenofobe.
Il suo discorso più bello Obama lo ha pronunciato il 4 marzo del 2007 a Selma, in Alabama, per commemorare il 42° anniversario della Marcia per i diritti civili. È contenuto nella raccolta donzelliana e abbiamo deciso di ripubblicarlo su questo numero di “Lo straniero”. In quell’occasione ha detto di sentirsi di appartenere alla “generazione di Giosuè” davanti a tanti appartenenti alla “generazione di Mosè” che sono usciti dalla schiavitù d’Egitto, si sono inoltrati nel deserto e sono arrivati alla soglia della terra promessa. È evidente, nella costruzione del discorso, l’assonanza con la retorica battista. Ma il punto su cui Obama insiste è che manca ancora un ultimo tratto di strada da fare: “Mosè disse alla generazione di Giosuè: ‘Non dimenticate da dove venite.’ Talvolta ho il timore che la generazione di Giosuè, presa dal successo, dimentichi da dove viene, creda di non dover fare così tanti sacrifici.” Ci sono ancora molti diritti economici da conquistare, c’è un paese da ricostruire dopo la catastrofe dei neoconservatori, c’è un nuovo modello di sviluppo da inventare. Ma soprattutto bisogna mettere al centro – qui Obama sembra citare direttamente King – i propri obblighi, il dovere morale del proprio agire verso un nuovo Esodo: perché l’unico modo che abbiamo per portare a compimento l’Esodo è iniziare ogni giorno un nuovo Esodo. Bisogna partire da sé, lavorare sodo, operare una seria autocritica quando serve: “Tutto ciò dipende da noi. Dobbiamo trasmetterlo alla prossima generazione. Insomma voglio dire che il movimento per i diritti civili non è stato solo una lotta contro l’oppressore, è stato anche una lotta contro l’oppressore che è in ciascuno di noi.”

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Una Risposta to “Il pensiero politico di Obama”

  1. anna tigli Says:

    un’analisi lucida ma al tempo stesso consolatoria per tutti noi che siamo scesi in piazza,che abbiamo creduto di poter cambiare,che ancora proviamo a cambiare lentamente con piccoli passi….incessantememte GRAZIE

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