L’ultimo giorno di Firmin

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Credo che i capolavori del modernismo abbiano ancora molto da dare agli appassionati di letteratura. Tra questi c’è sicuramente Sotto il vulcano di Malcolm Lowry. Per i lettori che non si siano mai addentrati nella «Divina Commedia ubriaca» dello scrittore inglese o per quelli che – pur conoscendola e amandola – continuano a farsene interrogare, proponiamo questo importante e sentito pezzo di Enzo Golino, che di Lowry si occupa sin dai tempi del Mondo di Pannunzio (un suo articolo su Ultramarina uscì nel 1964) e ha continuato a farlo nel corso degli anni. Un ringraziamento a Golino per averci concesso di riprodurre qui il suo lavoro, e una buona lettura agli amici di MinimaetMoralia.

di Enzo Golino

Pochi scrittori come l’inglese Malcom Lowry sanno raccontare il primordiale senso di colpa che accompagna i destini dell’umanità. Più vicino a Conrad e a Melville che a Dostoevskij, l’autore di Sotto il vulcano trasforma l’autobiografico console Geoffey Firmin in un capro espiatorio dell’angoscia metafisica. Lo sfrenato narcisismo di quest’uomo ironico e appassionato, lucido anche nelle nebbie del delirio alcolico, è un retaggio romantico approdato agli esperimenti del romanzo moderno. E il Modernismo letterario di matrice anglosassone, situato fra il 1910 e il 1930 – suo massimo vertice l’Ulisse di Joyce – è la culla in cui matura la narrativa di Lowry, quasi tutta tradotta in italiano fin dal racconto «Elefante e Colosseo» (presentazione di Emilio Tadini, Quaderni milanesi n.1, autunno 1960).
Sotto il vulcano, romanzo a più strati dalla tecnica molto elaborata, gioca sulla dilatazione e la contrazione del tempo la sua principale regola compositiva. Di volta in volta definito inno alla vita, inno alla morte, poema dello sradicamento, creaturale cantico d’amore, viaggio nostalgico alla ricerca del sacro, allegoria moderna della redenzione, si può aggiugngere ciò che ne disse Lowry medesimo: «sinfonia d’opera o film d’avventura, una profezia, un monito politico, un criptogramma, una musica hot, una canzone, una tragedia, una commedia, una farsa e così via…». Esaurito ma non del tutto l’elenco, con la protervia saccente del lettore che interroga e interroga un testo crepitante di sollecitazioni come Sotto il vulcano, vorrei isolarne una frase rivelatrice:
«Era tutta un’illusione, un vorticoso caos cerebrale, da cui alla fine, alla fin fine, emergeva, perfetto e totale, l’ordine…».
I tredici editori che rifiutano il capolavoro di Lowry, spaventati da una presunta illeggibilità, con quali occhi l’hanno letta? Eppure è lì, semplice e chiarificatrice, la chiave strutturale del romanzo. Lowry la offre al lettore quasi invitandolo a non bloccarsi dinanzi alla magmatica superficie della singola pagina e agli intrecci più ambigui della vicenda. Quella frase aiuta a percepire la solida architettura che sostiene il racconto dell’interminabile giornata, il 2 novembre 1938: il console britannico Geoffry Firmin, eccitato e sorpreso dal ritorno della moglie Yvonne che l’aveva abbandonato, ripercorre il suo calvario esistenziale e, dopo una rissa, viene ucciso da un poliziotto messicano, Questa via crucis dell’autodistruzione è una discesa agli inferi lungo i gironi di una Divina Commedia. Lowry ne affida l’introboito al primo capitolo, soprattutto a Jacques Laruelle, un produttore cinematografico amico d’infanzia del console e anche lui insabbiato a Quauhnahuac. Attraverso la ricapitolazione degli eventi, che avviene esattamente un anno dopo, il 2 novembre 1939, Lowry comincia a raccontare la storia del protagonista.

Perenne ubriachezza

Nel’epistolario di Lowry, pubblicato da J. B. Lippincott, New Jork 1965, a cura di Harvey Breit e di Mangerie Bonner, seconda moglie dello scrittore, c’è una lunga lettera all’editore londinese Jonathan Cape. È lo stesso autore di Sotto il vulcano che può aver indotto, fra l’altro, editore, critici e lettori, a giudizi negativi sul romanzo (tra i più severi c’è chi lo ritiene un farraginoso collage di scadenti emozioni).
Denso di riferimenti culturali che includono suggestioni dantesche, il poeta Rupert Brooke, la Cabbala e il jazz, il mito di Faust e il teatro elisabettiano, tanto per menzionare le più evidenti, Sotto il vulcano si propone anche come un’allegoria politica. La guerra di Spagna a cui ha partecipato Hugh, il fratello del console – «Lowry è l’uno e l’altro personaggio, si consuma in loro». (Conrad Knickerbocker, The Paris review n.38, 1966) – assurge a sintomo della follia bellica che di lì a poco scatenerà il mondo. Un pericolo rappresentato da Lowry con l’ossessivo incombere dei vulcani (quello del titolo è il Popacatépetl) intorno alla città teatro delle vicende (Quauhnahuac, cioè Cuernavaca, in Messico, dove Lowry visse qualche anno).
Nella panoplia dei simboli il giardino della casa del console, invaso dalla sterpaglia, rimanderebbe al perduto giardino dell’Eden, mentre la perenne ubriachezza del console sarebbe lo sconvolgimento di un mondo che ha perduto la bussola della ragione. Lowry stesso, nella lettera a Cape, ha messo in evidenza questa e altre equivalenze, metafore e similitudini che una critica eccessivamente corriva, uscito finalmente il libo nel 1947 a New York, avrebbe in seguito dilatatate, accompagnando la crescente fortuna di Sotto il vulcano, di traduzione in traduzione, con glosse ridicole. Un critico francese volle chiosare perfino la passione di Lowry per il golf: «Questo sport assume nella sua opera un notevole rilievo: evoca il buco, dunque la voragine, dunque l’abisso». È vero però che Lowry, più intelligente di certi lettori di professione, sempre nella lettera a Cape, affermava che i simboli del romanzo erano legittimati nel testo non tanto dal fatto di essere simboli, ma elementi stessi della realtà. Lowry insomma vuol dirci che Sotto il vulcano non soffoca la realtà nelle spire di un simbolismo futile ma la esalta, la sublima, la espande, nella sensibilità del lettore.
Questo romanzo, riletto oggi, resiste splendidamente al tempo ed ha quasi assorbito il peso del catastrofismo che l’ha segnato fin dalla prima ispirazione, poiché Lowry, azzannato da autentici fantasmi che gli dilaniarono la vita, coltivò in pubblico e in privato il fascino della sregolatezza. Morì praticamente suicida – 50 compresse di sonnifero – dopo un litigio con la moglie a proposito di una bottiglia di gin, il 27 giugno 1957, a quarantotto anni, in un cottage nel villaggio di Ripe, nel Sussex.

Follia, etilismo, suicidio sono dunque passaporti infallibili per la gloria artistica e letteraria? O non sono piuttosto la letteratura e l’arte, cioè l’espressione estetica, l’unico luogo in cui le stimmate dei comportamenti cosiddetti deviati testimoniano senza veli e costrizioni l’altra faccia della normalità? Sotto il vulcano è una delle risposte a questo interrogativo. Lowry sperimenta sulla propria pelle, rigandosi l’anima, l’inevitabilità del confronto tra ragione e follia. E con un’immagine bellissima, pedinando la regolarità allucinatoria che assedia il console nel Regno Doloroso in cui si è costretto a vivere, ferma un attimo di scissione dell’io: «Troppo tardi. Il console aveva messo freno alla lingua. Ma sentiva la sua mente dividersi, alzarsi, come le due metà di un ponte levatoio, per dare passaggio a questi pensieri dannosi».

Parossismo psichico

La sofferenza intellettuale e affettiva che pervade il console e gli altri personaggi del romanzo non è dolorismo d’accatto; Lowry, quella sofferenza, la incide in profondità: sia che riguardi un tremendo episodio in cui è stato coinvolto Geoffrey Firmin quando era imbarcato come capitano sul Samaritan, o la sua gelosia per il tradimento di Yvonne con Laruelle; sia che riguardi l’ingenuo utopismo marxista anni Trenta di Hugh e le sue frustrazioni educative nelle aule di Cambridge o sulla nave dove svolge il suo apprendistato come marinaio.
Non si finirebbe mai, pur tenendo a debita distanza la letteratura dalla vita, di penetrare sempre più nelle fibre di Sotto il vulcano, né di evocare i tratti biografici di Lowry. Quelli più drammatici, come gli internamenti in ospedale, gli elettroshock a ripetizione, il delirium tremens che gl’impediva di scrivere, l’incendio della sua casa e la perdita dei manoscritti; quelli più inaspettati, come l’impresa di sceneggiare Tenera è la notte dell’amatissimo F.S. Fitzgerald per l’industria hollywodiana, un copione di 500 pagine mai filmato; quelli più morbosi, come la pratica dell’onanismo, la forsennata sifilofobia, l’insicurezza sessuale. Trasfigurato in Sotto il vulcano, sia pure con quel genere di operazioni che confondono fastidiosamente vita e letteratura, l’inferno personale di Malcolm Lowry non accenna a esaurire un potenziale di attrazione a cui la scrittura imprime una carica espressiva molto intensa (che la traduzione di Giorigo Monicelli, a parte qualche errore, riverbera benissimo nella nostra lingua). E qui vale la pena annotare che Lowry è forse uno degli ultimi narratori a saper usare parole come cuore, ti amo, gioia mia, senza cadere nel ridicolo; la tenerezza di certi atteggiamenti del console non è una pedestre inclinazione di Lowry al kitsch passionale, ma piuttosto, per il suo eroe, una necessità emotiva devastante quando il parossismo psichico che gli squassa i nervi e gli accende l’immaginazione.
Probabilmente i lettori di Sotto il vulcano avranno in mente un Lowry che in ogni pagina del romanzo cavalca la sua apocalisse quotidiana, la sua caduta priva di resurrezione, la sua vacillante identità. Indubbiamente è così, anche nella scrittura che piega cose, fatti, persone al flusso torrenziale e barocco del linguaggio, qua e là esasperato da ripetizioni, affanni semantici, oscurità. Ma l’efficacia dello stile risalta anche in dettagli che si staccano dalla pagina all’improvviso, proiettandosi al di fuori della materia verbale con plastico slancio. Accade in varie occasioni: Laruelle brucia una lettera di Yvonne dimenticata dal console in un libro, la vita animale nel giardino di casa Firmin, lo sguardo del console mentre scruta l’arredamento della camera di Laruelle, lo stesso console in un’altalena mozzafiato sulla grande ruota volante di una fiera, la frequente apparizione di cani randagi e di scorpioni, un sogno fiammeggiante di Yvonne, la straordinaria scena finale con il corpo del console scagliato in un burrone.
Mi accorgo a questo punto che le pulsioni del fan di Lowry e di Sotto il vulcano prevaricano forse sulle ragioni critiche della rilettura. Ma non me ne pento. Come ha scritto Lowry, «a che serve una volontà se non hai una fede?»

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Una Risposta to “L’ultimo giorno di Firmin”

  1. Marco Rossari Says:

    Uno dei libri più belli e tristi che abbia mai letto. A me ha sempre fatto pensare in qualche modo al “Processo”, forse per il finale straziante.

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