Archive for agosto 2009

PopCamp

agosto 31, 2009

Una recensione camp del nostro Francesco Pacifico apparsa qualche tempo fa sulla rivista Rolling Stone.

di Francesco Pacifico

«Il miglior modo di nascondere una cosa è metterla in mostra».
Bellissima frase che non si sa mai quando usare. Per i sodomiti della Londra tardovittoriana, invece, era uno stile di vita. Gruppo eterogeneo di poveri, ricchi, nobili, amanti delle cose belle e dell’inversione, in una società che aveva inventato da pochi decenni il concetto di omosessualità per misurarli e ghettizzarli, si trovarono in questa curiosa posizione: non potevano negare di essere molto distanti dal noioso modello britannico di virilità, ma nemmeno ammettere cos’erano. Di fronte ai bisogni contraddittori e ugualmente imprescindibili di segretezza ed espressione, la soluzione era agghindarsi, fare scena, spiazzare per sfuggire alle definizioni. Un garofano verde all’occhiello, una vistosa pelliccia, andarsene in giro a sparare aforismi. Per questo genere di comportamenti cominciò a utilizzarsi la parola camp, che più o meno voleva dire mettersi sulla scena, esibirsi. Da allora la parola ha fatto moltissima strada ed è stata di volta in volta sinonimo di gay, travestitismo, pop (quando esplose come fenomeno negli anni Sessanta e tutti cominciarono a parlarne).
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Tutte le strade portano indietro. Una riflessione sulla letteratura americana dopo l’11 settembre

agosto 28, 2009

Pubblichiamo quest’articolo apparso qualche giorno fa sul Manifesto, firmato da Luca Briasco, editor della casa editrice Einaudi e conoscitore critico e specialista di letteratura americana postmoderna e contemporanea.

di Luca Briasco

Riflettere sulla letteratura americana, sul suo stato di salute e sulle direzioni verso le quali si sta orientando equivale prima di tutto a cercare di capire e assimilare un decennio difficile e contraddittorio, che si è aperto con una data tanto fatidica quanto extraletteraria. L’11 settembre 2001 e i suoi significati culturali vanno ben al di là del quadro sociopolitico che l’attentato al World Trade Center ha sancito e inaugurato al tempo stesso: il crollo delle Torri ha scavato un vero e proprio abisso nella psiche collettiva, traducendosi prima di tutto in una profonda crisi della rappresentazione, della parola, dei modi di racconto.
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Un ricordo della «Nanda»

agosto 26, 2009

Tre le innumerevoli parole di stima e d’affetto apparse in questi ultimi giorni su tutti i giornali, e da parte dei personaggi più svariati (dal Presidente dalla Repubblica a Vasco Rossi), in seguito alla scomparsa di una protagonista unica della cultura italiana nel mondo quale è stata Fernanda Pivano, abbiamo deciso di riportare qui il ricordo personalissimo del nostro editore Marco Cassini, uscito in un articolo del 20 agosto per L’Altro.
La seconda parte del post invece viene dalla penna della stessa Pivano, ed è un pezzo scritto per il Corriere della Sera e datato 18 luglio 2009, giorno del suo novantaduesimo compleanno
.

pivano_blog«Se lo cercate sul sito dell’Accademia di Svezia, non troverete il nome di Fernanda Pivano fra i letterati insigniti del Nobel, eppure io so (e ho le prove) che quel premio le è stato consegnato. Lo so perché ero presente alla sontuosa cerimonia: le fu consegnato dalle mani di uno dei suoi “amici americani” più ﷓amati: il signor Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan. Era il 5 luglio 1998 e, per il mero interesse a partecipare come figurante a un piccolo evento storico, nei giorni precedenti mi ero dato da fare come un pazzo, organizzando un incontro privato fra la traduttrice di Addio alle armi e l’autore di Mr Tambourine Man, che quella sera suonava a Roma. Nanda doveva, quella stessa sera, presentare un libro pubblicato dalla mia casa edtrice, Come se avessi le ali, i diari appena ritrovati di Chet Baker, in apertura di un concerto di piazza a Campo dei Fiori.
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Occhiali, sigarette e bocconi di carne: ovvero, raccontare storie come lotta tra il normale e l’eccezionale

agosto 24, 2009

Questo articolo è apparso, in forma diversa, sul bimestrale PiBook, nei numeri di maggio/giugno 2008.

di Giorgio vasta

sarajevo_blogDurante la guerra in Bosnia, un fotoreporter americano, Ron Haviv, scatta una fotografia. Nella fotografia ci sono tre militari, due dei quali si guardano intorno imbracciando le armi. E ci sono tre civili. Proni sul marciapiede umido, le teste nascoste tra le braccia. Il terzo militare – uno delle famigerate tigri di Arkan – sta per colpire con un calcio uno dei civili, una donna. Sta per colpirla, e per certi versi continuerà a stare per colpirla all’infinito, in una specie di riverbero incompiuto di quel movimento, perché Ron Haviv ha scattato la sua foto esattamente nel momento in cui la gamba destra del soldato è piegata all’indietro e il calcio sta per essere sferrato.
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L’invenzione della nostalgia

agosto 21, 2009

È arrivato recentemente il libreria, pubblicato da Donzelli, L’invenzione della nostalgia di Emiliano Morreale. Si tratta di uno studio molto interessante su come i mass media siano, prima ancora che dei divulgatori, i creatori su vasta scala di un particolare sentimento, quasi del tutto sconosciuto fino alla modernità e oggi diventato pervasivo, ingombrante. Che cos’è la nostalgia? Da dove viene? Come è stata manipolata da un secolo di cinema e mezzo secolo di televisione? Riproduciamo qui, per i lettori di Minima&Moralia, un breve estratto del libro.

di Emiliano Morreale

5. Storia della nostalgia

Il termine «nostalgia» ha una data di nascita recente ed esattamente situabile. Viene creato come neologismo medico, introdotto dal diciannovenne alsaziano Johannes Hofer nella sua Dissertatio Medica de Nostalgia (1688) e definito come «la tristezza ingenerata dall’ardente brama di tornare in patria». Parente della malinconia e dell’ipocondria, se ne distingue per dei tratti più «democratici»: è malessere di sradicati, di soldati (svizzeri, per lo più) e marinai lontani da casa, è insomma patologia «borghese» e moderna (o piuttosto: lo diviene appunto quando viene trasposta e schedata come patologia). Ma più precisamente sembrerebbe nascere dall’attrito tra vecchio e nuovo, e infatti gli Stati Uniti se ne riterranno immuni fino a gran parte dell’800.
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La luce di Faulkner nei vicoli di Nakagami

agosto 19, 2009

Il ritorno – intermittente e ciclico – di William Faulkner nel dibattito tra gli appassionati di letteratura è una cosa che fa sempre piacere. Soprattutto è salutare. Per ciò che riguarda la rete, è recente il contributo di Teo Lorini su Mentre morivo per Il primo amore. Qui invece riproduciamo un bel pezzo di Tommaso Pincio che, a proposito di Luce d’agosto, traccia un parallelo tra Faulkner e Nagakami.

di Tommaso Pincio

Senza titolo-1Per troppo tempo il lettore italiano ha conosciuto uno dei più grandi romanzi del ventesimo secolo in una traduzione che, seppure d’autore, non gli rende giustizia. Per errori, omissioni e gratuite invenzioni, il vecchio Luce d’agosto di Elio Vittorini rasenta infatti i confini dello scempio letterario. Finalmente, grazie alla cura di un fine conoscitore come Mario Materassi, questo capolavoro è stato ora restituito al suo originale splendore (Adelphi, pp. 425, euro 23). William Faulkner lo portò a compimento poco dopo essere diventato una celebrità. Fin dall’inizio della carriera si era guadagnato discrete e talvolta ottime recensioni, ma fu soltanto nell’autunno del 1931 che toccò con mano il successo. «Ho suscitato davvero molta sensazione» scrisse alla moglie rimasta in Mississippi riferendosi al clamore per Santuario, uscito una decina di mesi prima. «Adesso sono la più importante figura letteraria in America. Mi aspetta un grande futuro».

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Il nido

agosto 17, 2009

di Gianluigi Ricuperati

La Cina contemporanea è un luogo del tempo storico in cui quando si arriva al primo gennaio e si pensa al 31 dicembre – beh, il 31 dicembre è davvero l’anno scorso. Lo stadio di Pechino, progettato dallo studio svizzero Herzog & de Meuron in occasione della formidabile accelerazione olimpica – un’accelerazione dentro un’altra accelerazione, quella più generale dell’economia cinese – è un luogo dello spazio storico in cui le cose sono fatte: intendo proprio fatte, con tutto lo scarto etico ed estetico tra ciò che è ancora da fare e ciò che si è davvero fatto, cioè: le cose ancora da fare le guardi ossessivamente, come un simulacro o un monito, o un ammonimento; le cose fatte invece ti guardano, perché sono il disastro riuscito che permette al mondo di funzionare: le case si illuminano, le griglie elettroniche attraverso le quali passano i dati di milioni di transazioni bancarie si aprono con cadenza binaria senza errori degni di nota: le cucine vengono pulite, le tavole vengono imbandite: le strade vengono lavate. Gli edifici vengono costruiti. E dopo non c’è più possibilità di intervento (persino abbattere, perfino demolire è un atto che non nega l’esistenza di qualcosa – anzi, l’afferma con violenza anche maggiore).

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Intervista a Lasse Braun

agosto 14, 2009

Proseguiamo con il ciclo di interviste gentilmente inviateci da Peppe Fiore. È il momento di Lasse Braun, scrittore, sceneggiatore e regista, promotore di battaglie per la legalizzazione della pornografia e prodotto emblematico e spregiudicato della rivoluzione sessuale iniziata negli anni Settanta.

di Peppe Fiore

Brown_blogItalia, 1961.
In una fredda sera di novembre, una Triumph nera si ferma al valico tra Francia e Italia. I due doganieri intirizziti si accostano torce in mano, illuminano brevemente il parafango. Si mettono all’istante sull’attenti e lasciano passare quello spettacolo di macchina senza azzardarsi a chiedere le generalità del conducente. Hanno visto la targa, c’è scritto: Corpo Diplomatico. Il gioiello nero riparte. Alla guida c’è uno studente di giurisprudenza di venticinque anni che sta cercando di laurearsi con una tesi che nessun relatore vuole prendersi in carico. È figlio di un alto funzionario del Ministero degli Esteri, ha trascorso la giovinezza tra Algeri, Belgrado e Francoforte, ed è stato educato nei migliori collegi d’Europa.
Il suo padrino di battesimo si chiamava Curzio Malaparte: per l’occasione gli regalò un cucchiaino d’oro.
Mentre viaggia alla volta di Milano, nel cofano della Triumph porta da Montecarlo un pacco di buste anonime di carta pesante. Dentro le buste, chili di foto di gente che fa l’amore. Sono i primi amplessi espliciti che varcano clandestinamente i confini nazionali.
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Alcuni casi di muse

agosto 12, 2009

Questo articolo è apparso a gennaio su Diario.

di Tiziana Lo porto

Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico con cui si aggirava sui set, e ammiro il permanere intatto della sua estrema femminilità. Penso questo, e penso anche che ci sono donne che riescono a sopravvivere a tutto. All’arte, all’amore, al tizio – poeta, pittore, musicista che sia – che così bellamente le ha immortalate, per amore magari, o magari solo perché ne riconosceva l’oggettiva e intramontabile bellezza. Alla propria morte. Sopravvivono anche a quella.
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I sikh della Pontina

agosto 10, 2009

Questo articolo è apparso nel numero di giungo del Mese di Rassegna Sindacale.

di Alessandro Leogrande

Via dei Cinque Archi è una strada che scende nel verde da Velletri verso la costa tirrenica. Si chiama così perché, a un certo punto, passa sotto un vecchio ponte rossastro che ha cinque archi. A pochi chilometri dal paese sorge un tempio sikh, uno dei più frequentanti della regione. È un unico stanzone dalle luci soffuse, pieno di tappeti e stoffe rosse, gialle, arancioni. C’è un altarino, e sulle pareti sono appese immagini di Guru Gobing, una delle massime autorità religiose del passato. Benché difficile da afferrare nella sua essenza da una prospettiva europea, il sikhismo è un credo religioso sincretico, pervaso di profonda tolleranza; e le quattro mura di questo tempio paiono comunicarlo.
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