Varcare le frontiere

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Questo ariticolo è stato già postato su Innocenti evasioni.

di Alessandro Leogrande

Ci sono frontiere visibili e frontiere nascoste. Frontiere reali e frontiere immaginarie. Frontiere di cui percepiamo tutta l’ignominia, l’inutilità, il non senso. E frontiere che si nascondono nelle pieghe della società, ed è anche peggio: perché questo nascondimento produce un rafforzamento delle divisioni, ingigantisce la loro inattaccabilità. Di questo e di altro parla il saggio di Daniela de Robert, Frontiere nascoste. Storie ai confini dell’esclusione sociale, edito da Bollati Boringhieri.

De_Robert_blogL’autrice analizza le frontiere di carta e della memoria, quelle sancite dalle parole e dalle leggi, quelle che solcano i corpi, i vestiti, quelle che rendono invisibili. Di per sé le carte, le parole, le leggi, i ricordi, i corpi, gli indumenti… non sono sinonimo di divisione, di oppressione, di controllo dell’uomo sull’uomo. Come de Robert mostra attraverso il racconto di innumerevoli storie, questi possono essere considerati dei «luoghi» di per sé neutri, dei «campi» che possono essere praticati e agiti in un senso o nell’altro. Le parole possono essere uno strumento di offesa, di violenza, di razzismo, di segregazione. Ma le parole sono anche uno spazio che – se praticato nel senso contrario – aprono alla libertà. La memoria del passato, dei lutti, della sofferenza, dei morti nell’indifferenza, dell’enorme ingiustizia non ricomposta, può essere – come aveva notato già molto tempo fa Benjamin – una potente esortazione alla liberazione, all’invocazione della giustizia. Ma, altre volte, il culto dei morti può imbrigliare nel passato, drammatizzare le divisioni fino a renderle immutabili, e stigmatizzare quale apostata chi vuole farle saltare in aria.
Il controllo del corpo delle donne è una delle forme più odiose di oppressione; ma, al contrario, la liberazione delle donne, di ogni donna, non può non passare dalla liberazione del proprio corpo, dall’avere il pieno controllo del proprio corpo. E così via… I «campi» sono mobili; e una società complessa, globale – come quella in cui viviamo – cambia continuamente la loro natura. Cambia la posta in gioco, e le linee di frontiera. De Robert prova ad analizzarle, queste nuove linee (non solo in Italia, ma anche in Africa, in Asia, negli Stati Uniti, e uno dei meriti del libro è quello di aprirsi a una dimensione globale). E la narrazione è sempre pronta a scorgere le vie di fuga, i momenti in cui la legge può liberare e non solo opprimere, le parole significare altro, le stoffe dei vestiti – si diceva – non essere costrizione ma fonte di autocoscienza.

È impossibile citare tutti i casi che l’autrice riporta. Tuttavia proviamo a soffermarci su alcuni di essi.
Le frontiere di carta, ad esempio. Indipendentemente da quanto l’approvazione del ddl sulla sicurezza produrrà, oggi in Italia il permesso di soggiorno per stranieri – per come interpretato dalla Bossi-Fini – è già molto difficile da ottenere. È un permesso a tempo, legato al lavoro (un lavoro regolare, non quello in nero, o sovente paraschiavistico, cui molti migranti sono costretti), e soggetto a interminabili lungaggini burocratiche. Scrive de Robert: «Quel pezzo di carta è una frontiera vera e propria. Difficile da varcare. Capace di separare famiglie, affetti, vite». E ancora: «E quando il permesso arriva, i tuoi diritti hanno una data di scadenza, come le mozzarelle, e i datori di lavoro prima di scegliere il lavoratore guardano la data di scadenza, come facciamo con la mozzarelle. Se è troppo vicina si cambia merce».
È chiaro che la linea di frontiera non riguarda semplicemente il soggiorno, ma l’idea di cittadinanza e i diritti civili, in una società che fonda e riproduce ordinarie condizioni di apartheid. brazil_blogMa come nei romanzi di fantapolitica, come in Brazil di Terry Gilliam, basta un piccolo errore sulla carta, basta un piccolo inceppamento burocratico per ricacciare i salvati tra i sommersi, per separare famiglie, per aprire le porte della «clandestinità» (parola che andrebbe abolita dal nostro vocabolario corrente: anche questa è una frontiera, una gabbia da abbattere, no?) a chi fino a pochi istanti prima era un lavoratore come tutti gli altri.
Facciamo un altro esempio. La perdita di decine e decine di migliaia di posti di lavoro, a causa della crisi economica globale, ha un duplice effetto. Spinge decine di migliaia di italiani nelle maglie delle nuove povertà, dalla certezza nell’incertezza, da una presunta stabilità nel precariato. Ma per decine di migliaia di immigrati che hanno un permesso di soggiorno legato al lavoro, la perdita del posto vuol dire diventare «clandestini», irregolari da espellere… E allora, in questo caso, siamo o no di fronte a un caso evidente di frontiera (piuttosto odiosa) tra ultimi e penultimi, tra non-italiani e italiani, tra non cittadini e cittadini? Siamo o no di fronte a una nuova forma di apartheid?
Gli esempi potrebbero continuare. Mi limito solo ad aggiungere (citando de Robert) che, in attesa di cogliere i frutti nefasti provocati dall’introduzione del reato di clandestinità, la legge già prevede che chi non rispetta il decreto di espulsione deve andare in galera: «Nel 2005 sono stati 13.925 gli stranieri entrati in carcere senza aver commesso un reato specifico. (…) Quel pezzo di carta, quando c’è, ti salva da una carcerazione fatta da innocente». Ora, con l’inasprimento voluto dalla Lega, le carceri esploderanno (letteralmente) di non-comunitari…
Fa bene de Robert a parlare di corpi e di parole. Perché anche se tendiamo a dimenticarlo, le storie di oppressione e di liberazione hanno a che fare sempre con la sfera individuale. Con un cumulo di sogni, desideri, dolori, sofferenze, scissioni, ricomposizioni che si perdono nel calcolo dei grandi numeri, allorquando l’analisi sociale diventa un mero calcolo quantitativo, ma che sono decisivi.
Riporto un altro dei tanti casi citati. Un caso italiano, prodotto nelle pieghe dell’Italia multietnica, che ci ricorda che le linee di demarcazione tra oppressi e oppressori spesso attraversano le stesse comunità migranti. E che le interpretazioni etniciste delle fratture quasi sempre servono a poco: molto meno delle vecchie interpretazioni di genere – o, in altri contesti, di classe. «Quando non si riescono a controllare, le donne vanno eliminate. Se superano la frontiera del loro corpo, se si rifiutano di restare prigioniere di loro stesse, allora bisogna provvedere. La storia della giovane pachistana Hina, uccisa e sepolta nel giardino di casa a Brescia nel 2006 dal padre e dallo zio perché voleva vivere come una di noi, è solo un drammatico esempio. Succede in tutto il mondo». Si chiamano ancora delitti d’onore.
Rendere visibile ciò che è invisibile, non detto, mascherato, è spesso il primo passo per abbattere i muri. Innanzitutto è importante riconoscerli, vedere che forma hanno. Poi verrà il resto. Questo è stato quasi sempre il primo passo compiuto dai movimenti e dalle associazioni per i diritti civili.
Poi ci sono anche costruttori di ponti, i saltatori di frontiere (come diceva Alex Langer) che agiscono prima degli altri, e con il loro esempio tracciano il percorso accidentato che altri possono provare a ripercorrere. Specie in un conflitto etnico, laddove le frontiere si fanno più dure, i traditori del proprio campo sono fondamentali per aprire uno spazio libero, de-conflittualizzato, lungo la frontiera, e per poi fare in modo di allargarlo. In Frontiere nascoste, le biografie di alcuni (quasi sempre poco conosciuti) saltatori di fossati intervallano la disanima delle frontiere moderne. Tra gli altri, ci sono gli esempi di Nkosi Johnson, piccolo eroe sudafricano della lotta all’Aids (e alla discriminazione contro tutti i malati di Aids) morto a soli 12 anni, e di padre Christian de Chergé, ucciso dai fondamentalisti islamici in Algeria.

Poi c’è il carcere. De Robert ci ricorda che troppo spesso tendiamo a dimenticare l’etimologia della parola. Carcere viene dall’ebraico carcar, seppellire. È il girone dei sepolti vivi. E oggi, in un’epoca in cui il giustizialismo forcaiolo è divenuto moneta corrente ed espressioni come «chiudeteli in cella e buttate via la chiave» di uso comune, parlare di quella frontiera – o meglio: della somma di frontiere tra detenuti e spazio libero, tra detenuti e vita, che il carcere interpone – è prioritario.

attimichecambianolavitaC’è un altro libro, a tal proposito, che andrebbe letto insieme a Frontiere nascoste. È stato pubblicato da Sinnos editrice: Raccontare in carcere. Attimi che cambiano la vita, a cura di Luciana Scarcia. Raccoglie alcuni racconti del Laboratorio di Lettura e Scrittura tenuto da Scarcia all’interno del carcere romano di Rebibbia. Cinque autori, undici racconti, due sceneggiature tratte da alcuni di questi scritti. E va subito detto, come ricorda Scarcia nella postfazione, che la scrittura di questi racconti è il risultato di un lungo lavoro collettivo di scambio, confronto, discussione, revisione di ciò che man mano rimaneva su carta. I racconti sono molto lavorati, come si dice nel gergo dell’editing: c’è meditazione e lavoro sulla lingua, e si vede.
È chiaro – come scrivono a vario titolo Leda Colombini, Carmelo Cantone, Fabrizio Bettelli, Gaetano Gambino e la stessa Scarcia nei testi che accompagnano i racconti dei detenuti – il risvolto sociale, la cruciale importanza di un’esperienza di questo genere. Si abbatte la frontiera dello scrivere e della parola, e lo si fa in gruppo. Si compie, attraverso la scrittura, una profonda riflessione su se stessi e sugli altri, e sulla stessa società al di là delle mura, che anticipa ogni reinserimento. Rendere quelle mura più sottili, dire ciò che in genere è non-detto, invisibile, è uno dei compiti dei costruttori di ponti di cui si parlava prima. E in questo libro viene fatto qualcosa di molto simile.
Ma in questa sede vorrei soffermarmi sull’oggetto centrale del libro: i racconti di Corrado Ferioli, Nat 75, Matteo Cateni, S R, Leonardo De Pace Lòpez. E vorrei giudicarli da un punto di vista letterario perché credo che – essendo dei racconti – sono soprattutto degli oggetti letterari. E come tutti gli oggetti letterari stanno accanto al loro autore (non solo al lettore, che è cosa ovvia) e interagiscono con questi, richiedendo un simile metro di giudizio.
Molti di questi racconti affrontano il tema degli attimi. Momenti in cui le cose potevano andare in un modo e invece sono andati in un altro. Momenti di svolta, momenti di inabissamento o di risalita. Momenti in cui il tempo sembra rallentare o accelerare.
Alcuni racconti narrano del momento dell’arresto, altri intravedono il giorno della liberazione. Alcuni rivisitano il passato, altri il presente carcerario. In tutti questi scritti c’è una forte componente autobiografica, ma l’aspetto interessante (e direi anche notevole) è che questa non afferra mai la totalità degli scritti. Detto in altri termini, più che di autobiografie vere e proprie bisognerebbe parlare di autofiction, come peraltro di molti romanzi contemporanei da Siti a Scurati, in cui elementi cruciali della propria vita, della propria soggettività, vengono fatti passare attraverso il prisma della letteratura, mescolando vero e verosimile non per fingere, ma per approssimarsi maggiormente al vero, alle viscere della realtà, o a quello che di essa possiamo meglio maneggiare: le nostre esistenze.
Che questa rivendicazione di soggettività, e di autocoscienza (senza moralismi di sorta, e senza ricadere – letterariamente – nel semplice realismo) venga fatto dall’interno di un carcere, mi sembra un’operazione decisiva. Anche qui, ogni apertura di campo sull’individualità, con il suo carico di attesa, giudizio, ripensamenti, gioia, tristezza è molto più larga (nel senso che la trascende radicalmente) di ogni riflessione sulle questioni carcerarie e securitarie.
Ma torniamo ai racconti. Corrado Ferioli ne firma quattro. Senza nulla togliere agli altri autori, vorrei dire di un suo scritto, su cui c’è anche un tentativo di sviluppo di una sceneggiatura: Ritorno a casa. Da questo e dagli altri racconti apprendiamo che Ferioli è in carcere da molti anni, e che nel suo passato c’è la droga e il duplice omicidio dei propri genitori, che hanno provato a frapporsi fra lui e la dipendenza. Il «ritorno a casa» (realmente accaduto) è la visita alla tomba del padre e della madre, in un giorno di permesso dopo molti anni di detenzione. Scrive Ferioli, nel momento in cui la narrazione raggiunge l’acme: «Eccomi qui, di fronte alle due fotografie di chi mi ha dato la vita, che gli ho tolto in un freddo pomeriggio di tredici anni fa. Lentamente una lacrima inizia a scorrermi sul viso, a cui ne seguono altre sempre più copiose. Il cimitero ha un solo visitatore: me, e di questo mi consolo, non perché mi debba vergognare di quello che sto facendo, ma gli altri non capirebbero il mio starmene inginocchiato davanti a due lapidi, a parlare ai miei genitori a voce alta, riprendendo un lontanissimo discorso interrotto dalle mie mani assassine e per anni rimasto nel cuore».
Qui si produce un cortocircuito, un’esplosione lancinante, la narrazione ha un salto che spezza ogni retorica, si fa letteratura. «Vi sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante se ne sognano nella vostra filosofia», è detto nell’Amleto di Shakespeare.
ilfiglioNon so dire perché, ma i racconto di Ferioli e degli altri autori mi hanno fatto venire in mente un film dei fratelli Dardenne di qualche anno fa, Il figlio, in cui si racconta di un falegname, Olivier (lo straordinario Olivier Gourmet), che insegna a lavorare il legno in un istituto di recupero per ragazzi disadattati. Anche lì si produce un cortocircuito, un esplosione: perché, a un certo punto, Olivier accetta di insegnare il proprio mestiere anche al baby-killer di suo figlio… L’incontro impossibile alla fine si compie. La più assoluta delle frontiere (nella mente e nel corpo) viene varcata.

In uno dei racconti di Attimi che cambiano la vita alla fine si immagina che un detenuto uscito dal carcere decide di andare ad abitare a Lampedusa, rimettendo a nuovo un casolare in disuso, per assaporare l’odore del mare. Non so se sia una scelta narrativa deliberata, o del tutto causale. Ma pensare che l’isola che è diventata il massimo emblema dei centri, dell’esclusione, della militarizzazione del territorio e dei respingimenti contrari a ogni convenzione internazionale, attraversata oggi dalla grande frattura che taglia in due il Mediterraneo e separa i sommersi dai salvati, possa essere il luogo scelto in cui varcare un’altra frontiera, rifarsi una vita e stringere nuovi legami, mi sembra una grande idea letteraria. E, allo stesso tempo, intimamente politica.

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Una Risposta to “Varcare le frontiere”

  1. angela speranza Says:

    Rendere visibile ciò che è invisibile, non detto, mascherato, è sempre il primo passo. Poi verrà il resto. Grazie per aver reso visibile ai miei occhi, con le tue riflessioni, cose che mi rifiutavo di considere.

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