I sikh della Pontina

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Questo articolo è apparso nel numero di giungo del Mese di Rassegna Sindacale.

di Alessandro Leogrande

Via dei Cinque Archi è una strada che scende nel verde da Velletri verso la costa tirrenica. Si chiama così perché, a un certo punto, passa sotto un vecchio ponte rossastro che ha cinque archi. A pochi chilometri dal paese sorge un tempio sikh, uno dei più frequentanti della regione. È un unico stanzone dalle luci soffuse, pieno di tappeti e stoffe rosse, gialle, arancioni. C’è un altarino, e sulle pareti sono appese immagini di Guru Gobing, una delle massime autorità religiose del passato. Benché difficile da afferrare nella sua essenza da una prospettiva europea, il sikhismo è un credo religioso sincretico, pervaso di profonda tolleranza; e le quattro mura di questo tempio paiono comunicarlo.
donne_sikh Di domenica il tempio si riempie di centinaia di punjabi. Vengono dal nord dell’India, ai confini con il Pakistan. Sono soprattutto uomini, ma non mancano le donne e i bambini, che scorrazzano tra gli alberi. Pregano per ore e a fine giornata cucinano insieme. Sono i braccianti della zona, i nuovi lavoratori della terra. Secondo calcoli approssimativi dell’ambasciata, gli indiani presenti in Italia (non solo i sikh) sono 150 mila, di cui circa 70 mila – stando alle norme della Bossi-Fini – «clandestini». Almeno ventimila si concentrano nel Lazio meridionale, in un triangolo i cui vertici sono costituiti dalla stessa Velletri, Anzio e Formia.
Al tempio ho conosciuto Singh, 35 anni, bracciante. Vive in Italia da tre lustri, ma parla ancora poco l’italiano. Lo capisce, ma quando è il momento di parlare fa fatica ad esprimersi. Così è anche per tutti gli altri: non imparano l’italiano, perché in fondo guardano all’Italia come a un posto in cui lavorare temporaneamente, mandando i soldi a casa, non un paese in cui integrarsi. Ma poi il lavoro dei campi diventa sempre più gravoso, l’incomprensione della lingua una muraglia, e il tempo si dilata. Il «temporaneo» è un concetto labile, si volge in anni sempre uguali a se stessi, fatti di sudore ed esclusione: i soldi da mandare a casa non sono mai sufficienti, i ricongiungimenti famigliari sono più l’eccezione che la regola, e nel frattempo la vita corre via. Ti ritrovi a 30-40 anni invischiato in un limbo. Sono in pochi a tirarsi fuori da questo diktat del tempo, e Singh non pare essere uno di loro.
Singh ha lavorato per oltre dieci anni per un piccolo proprietario della zona. Sembrava «buono». Gli dava anche la busta paga: apparentemente il suo era un contratto regolare, e ciò gli ha permesso in tutti questi anni di rimanere in Italia, ma i soldi che poi riceveva erano molto meno di quelli segnati in busta. Tuttavia Singh non si è ribellato: in fondo, oltre a lavorare faceva anche da guardiano e quel padrone che pareva buono gli aveva dato anche un piccolo alloggio senza fargli pagare le spese. È andata così fino a quando Singh non ha deciso di far venire in Italia la moglie e loro due bambini. Al padrone l’idea non è piaciuta per niente: quando per anni uno è considerato semplice forza-lavoro è poi difficile, da un momento all’altro, percepirlo come persona, con i suoi diritti e i suoi bisogni. Così il padrone che pareva buono è diventato «cattivo». Appena la moglie e i bambini piccoli sono arrivati, ha staccato luce e acqua dal piccolo alloggio, considerando il ricongiungimento familiare del suo bracciante una piccola invasione. La guerra psicologica è durata poco. Nonostante i soldi spesi per il viaggio, la moglie non ha retto, specie quando i bambini si sono ammalati. Così è tornata nel Punjab, e Singh è rimasto qui.
Poco dopo il padrone che pareva buono è morto. L’azienda di famiglia è passata nelle mani del figlio e la prima cosa che ha fatto è stata quella di licenziare Singh, negandogli – insieme alla busta paga fittizia – il permesso di soggiorno in Italia. Dopo anni e anni di duro lavoro, Singh si è reso conto di non avere in mano niente: tornare indietro avrebbe voluto dire fare la fame e, soprattutto, ammettere a se stesso che il proprio progetto migratorio era andato in pezzi. Allora ne è venuto fuori come tutti. Un anno fa ha pagato 5 mila euro (sì, 5 mila euro!) un altro piccolo imprenditore della zona perché formalmente lo assumesse, permettendogli di rinnovare il permesso di soggiorno. Per lui non ha mai lavorato. Lavora a nero, come tutti i braccianti stranieri, per padroni e padroncini della zona. Anche qui ci sono i caporali, italiani e stranieri: raccoglie frutta, ortaggi, pomodori… per tre euro all’ora. Questo quando gli va bene, perché poi ci sono anche gli imprenditori che pagano meno, e le lunghe giornate in cui non si lavora.
Facendo un calcolo sommario, Singh sostiene di guadagnare 500 euro al mese. 200 li spende per l’affitto (ora vive in due stanze con altri due connazionali), 200 li manda alla moglie e ai figli tornati nel Punjab, e con 100 riesce a vivere. Campare con 100 euro al mese, in Italia, gli sembra la più naturale delle cose… Quando gli ho chiesto perché non se ne va in Germania o in Inghilterra, dove sarebbe pagato sicuramente meglio, mi ha risposto che non ce la fa a fare un salto nel buio. Non se la sente: «Se io vado là, e per due mesi non lavoro, cosa mando a casa? Come vivono loro?» Allora gli ho chiesto come fa ad andare avanti, come fa a reggere tutto questo. «Prego», mi ha risposto, «Vado al tempio». Singh prega tutti i giorni, per 3-4 ore. Ogni pomeriggio, quando ha finito di lavorare nei campi, risale a piedi o in bicicletta Via dei Cinque Archi e va al tempio. E lì, nel silenzio delle luci soffuse, i lunghi capelli raccolti nel solito turbante giallo, le mani intrecciate sotto il mento dalla barba fluente, chiude gli occhi e ritrova la pace. La violenza, il sopruso, l’inganno, l’ingiustizia melmosa scompaiono. Poi torna a casa, mangia qualcosa e va dormire presto.
Ancora più che nella provincia di Roma, gli indiani e i punjabi del Lazio si concentrano nella provincia di Latina, lungo la Pontina. Giovanni Gioia, segretario generale della Flai Cgil latinense, dice: «Nel Punjab guadagnano un euro all’ora. Per cui pensano che qui essere pagati 3 euro sia un affare. Quando gli dici che per contratto hanno diritto a 7 euro all’ora, ti credono un marziano». Tra Sabaudia e Terracina, le borgate agricole sono ormai indiane. Vivono a decine nei casolari diroccati e lavorano una delle terre più fertili d’Italia. «Ci sono solo loro ormai, i rumeni si sono spostati nell’edilizia». Per mettere in piedi il benché minimo lavoro sindacale occorre rompere la cappa del limbo. Ma farlo «da italiani» è impossibile. Servono mediatori, costruttori di ponti come Nanda, un indiano di Delhi che ha una rosticceria a Latina e lavora con la Flai. Nanda è una figura autorevole, riconosciuta tra i braccianti. È il punto di riferimento per la risoluzione di ogni problema, ed è – allo stesso tempo – il veicolo attraverso cui passano le informazioni sui diritti, sul miglioramento delle proprie condizioni. Quando a fine aprile c’è stata a Castelvolturno la prima assemblea nazionale dei lavoratori migranti della terra, il pullman del Lazio è stato riempito quasi interamente dagli indiani e dai sikh della Pontina richiamati da lui. Su quel pullman c’ero anch’io.
Accanto a me era seduto un ragazzino: avrà avuto 19-20 anni, ma ne dimostrava di meno. Sul suo videofonino (che aveva recuperato da un parente) aveva scaricato un’infinità di video di Bollywood: perlopiù spezzoni melodrammatici in cui giovani uomini e giovani donne cantano e ballano corteggiandosi. Raccolti in cinque intorno a quello schermo di pochi pollici le osservavano con attenzione, assorti e felici. A un certo punto si sono messi a cantare in coro una canzone di Udit Narayan, la star che in quel momento si agitava sullo schermo. Nasha yeh pyaar ka nasha hai si chiamava la canzone e, sebbene non conosca una sola parola di hindi, ci ho messo pochi secondi per capire che era la traduzione fedele (non solo nella melodia, ma anche nell’assonanza delle parole) di L’italiano di Toto Cutugno. Loro erano convinti che fosse una canzone di Bollywood, così come una bicicletta ha due ruote e un auto quattro. E nulla ha scalfito le loro certezze, men che meno la mia strenua difesa della paternità di Toto Cotugno su quelle note. Sapere che un gruppo di braccianti indiani impazzisce, ignaro, per una cover di L’italiano è stata una delle più grandi lezioni sulla globalizzazione dei processi culturali. Chi osteggia il meticciato (delle società e delle culture) è semplicemente fuori dal mondo. Se non ci credete, cercate Nasha yeh pyaar ka nasha hai su You Tube.

P.S. Da almeno due decenni il Lazio meridionale, e soprattutto la provincia di Latina, sono considerati terra di conquista da parte dei clan camorristici del casertano. Come raccontano tutte le inchieste delle Commissioni antimafia che si sono succedute nelle ultime legislature, la penetrazione della criminalità organizzata è stata capillare, specie nella pianura Pontina: racket, estorsioni, controllo dell’edilizia. Nel novero negli interessi criminali non poteva mancare l’agroalimentare.
Il mercato ortofrutticolo di Fondi (Mof) è il secondo d’Europa. È uno dei punti nevralgici del sistema agricolo italiano: tra tir che arrivano e tir che partono, qui si fanno i prezzi, qui si decide chi comanda. Secondo la Direzione distrettuale antimafia, a Fondi vige «l’estorsione indiretta». Agguati e attentanti ci sono, ma solo in casi estremi; la normalità è data invece dalla presenza di alcune imprese di trasporto e ditte di imballaggio che hanno assunto un ruolo oligopolistico: i produttori e i grossisti sono costretti a privilegiarle se non vogliono essere messi ai margini… Così, l’impiego massiccio di manodopera straniera sottopagata può essere letto in un altro modo: è l’altra faccia della medaglia di un sistema che, strozzando i prezzi all’inizio della catena, richiede una compressione straordinaria del costo del lavoro.
A lungo si è sottovalutata la pericolosità dell’intreccio tra criminalità organizzata, economia e politica nel Lazio meridionale, e il mancato scioglimento del comune di Fondi lo rivela appieno. La vicenda è quasi paradossale. Fin dall’8 settembre 2008 il prefetto di Latina ha chiesto lo scioglimento per infiltrazione mafiosa: nella richiesta si parla di relazioni tra «figure di vertice del comune di Fondi», amministrato dal centrodestra, e il boss napoletano Domenico Tripodo, legato sia ai casalesi che all’ndrangheta. Solo il 2 aprile scorso il ministro dell’interno Maroni ha sottoscritto il decreto, eppure il Consiglio dei Ministri non ha ancora firmato la delibera, avviando di fatto l’insediamento di un commissario prefettizio. Nel frattempo sono state sciolte altre due amministrazioni comunali, Rosarno e Villa Literno. Anche queste – e forse non è un caso – insediate in territori in cui vige un feroce sfruttamento in agricoltura.

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