Alcuni casi di muse

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Questo articolo è apparso a gennaio su Diario.

di Tiziana Lo porto

Non è che si vestisse da uomo per rivendicare chissà che. Semplicemente voleva entrare dappertutto. Penso a George Sand, e valuto l’ipotesi che una donna mette i pantaloni quasi sempre per praticità, senza farci intorno chissà quali ragionamenti. Penso a Katharine Hepburn e alla tuta da meccanico con cui si aggirava sui set, e ammiro il permanere intatto della sua estrema femminilità. Penso questo, e penso anche che ci sono donne che riescono a sopravvivere a tutto. All’arte, all’amore, al tizio – poeta, pittore, musicista che sia – che così bellamente le ha immortalate, per amore magari, o magari solo perché ne riconosceva l’oggettiva e intramontabile bellezza. Alla propria morte. Sopravvivono anche a quella.
Le muse, per esempio, che si concedono lasciandosi immortalare da amati/amanti artisti. Alcune per soldi, altre per gloria, altre ancora solo per amore. Capita però che ci si faccia musa per trasformare, più o meno consapevolmente, la propria vita in opera d’arte. Per prendere parte al processo creativo. Per creare arte. Ipotesi che colmerebbe la distanza, ristabilirebbe un giusto equilibrio tra chi ispira e chi realizza, tra chi ci mette il talento e chi la faccia, tra l’artista e la sua musa. Azzardato, criticabile, estremo considerarli pari. Ma in alcuni casi è ammissibile. In alcuni casi di muse.
George_SandDi George Sand, al secolo Amantine-Aurore-Lucie Dupin, più che le opere è facile ricordare i tanti ritratti, la tormentata storia d’amore con Chopin, gli scambi epistolari con Flaubert, la natura romantica trasmessa ai suoi amati e fattasi altrui opera. O la storia dei pantaloni, ovvero del come si vestisse da uomo e fumasse mantenendo intatta la sua unanimamente riconosciuta e più volte rappresentata iperfemminilità. Irriducibilmente etero e distante dalle protofemministe dell’epoca, George Sand si vestiva da uomo per senso pratico. E al tempo stesso era l’incarnazione dell’eroina femminile mirabilmente narrata da Flaubert e simili, che si struggeva d’amore prima di ogni altra cosa, che si concedeva, sì, ma poi elegantemente sapeva riconoscere il momento in cui andar via. O a dirla con Katharine Hepburn, cercava di «capire quanto teniamo a qualcuno o a qualcosa. Allora possiamo lottare. O non lottare. Ami qualcuno? Se lo ami e se ci sono chiare prove che desidera lasciarti e sai davvero dentro di te che è finita, lascialo andare».
George Sand era una che sapeva lasciare andare. E per distrarsi faceva altro. Scriveva, per esempio, con costanza e disciplina. Romanzi, articoli, testi per marionette, soprattutto memorie. Histoire de ma vie il titolo della magistrale autobiografia pubblicata per la prima volta a puntate sulla rivista La Presse dal 5 ottobre 1854 al 17 agosto 1855 e quasi contemporaneamente in venti volumi dall’editore Victor Lecou. Lì raccontava di sé e delle difficoltà dell’essere donna, della propria «superba e completa indipendenza», della costante e necessaria ricerca della femminilità, della libertà fortemente sentita e difesa di disporre di sé sentimentalmente e sessualmente. Detestata da Baudelaire («Il fatto che ci siano uomini che si possano innamorare di questa sgualdrina è una prova del degrado degli uomini della mia generazione»), affettuosamente criticata da Balzac («Voi cercate l’uomo come dovrebbe essere io lo prendo com’è»), poco indulgente con se stessa e con la propria intelligenza («Io ne uso così poca negli abituali rapporti della vita, che tutti ne hanno di più intorno a me»), potrebbe facilmente essere etichettata come inadeguata. Se non fosse che era altro che cercava.
FarrelCentriamo così a pieno la questione, ovvero: che cosa cerca una musa. Difficile rispondere da interposta persona, eppure qualcosa traspare e trapela da scritti, immagini, fotogrammi, ritratti. Qualcosa di sentimentalmente immediato che ha più a che fare con la ricerca dell’ideale romantico che con l’estetica. Perché la bellezza non è solo una faccenda estetica. E a dirlo, con eleganza ed eloquenza, le biografie (possibilmente corredate di appendici iconografiche ed elenchi di film, libri, canzoni o altro a loro ispirati) di donne quali Lou Andreas-Salomé, Kiki de Montparnasse, Frida Kahlo, Lee Miller, Edie Sedgwick, Suzanne Farrell, o Zelda Fitzgerald, che anche se in primis moglie e musa dello scrittore Francis Scott Fitzgerald, continua oggi a manifestarsi in romanzi, film e videogiochi, eludendo così la natura esclusiva del vincolo matrimoniale.
Alle muse e alla loro singolare natura andrebbero rivolti cuori e versi come quelli scritti, secoli o decenni dopo, da Pasquale Panella per Lucio Battisti in canzoni – La sposa occidentale per esempio, l’album e la canzone – che più che celebrare piaceri e dispiaceri dell’amore raccontano tutte le contraddizioni di una relazione calzando perfettamente il modello del rapporto artista-musa. Ovvero: ti amo, anche e soprattutto per quel che emani, e te lo dico, anche se di questo mio amore non resteranno che parole, anche se così prescinderai da me e da te stessa. Vita natural durante. E anche oltre.
Ciò detto, sembrerebbe immediato e giusto attribuire alle muse merito e ruolo attivo all’interno del processo creativo. E tuttavia troppo spesso si conosce l’artista e l’opera, ignorando totalmente il nome della ragazza. Anni fa, conversando di “Like a Rolling Stone” e di Bob Dylan col critico musicale Greil Marcus, gli domandavo com’è che nella monografia che ha dedicato alla canzone (Like a Rolling Stone, Donzelli 2005) in duecento pagine non fosse mai citata Edie Sedgwick, musa di questa e altre canzoni dell’album Blonde on Blonde, presente nel libretto del disco in una foto in cui sì, è di spalle, ma è lei. Perché non raccontare la storia di Edie e Bob? Domanda a cui Marcus, forse anche saggiamente, mi rispose: perché quando ho ascoltato quella canzone la prima volta io l’ho associata alla mia di ragazza, e mai ho pensato a Edie. E poi: ma se trovi che sia così importante la ragazza a cui era dedicata, scrivine, no?
Sì. E infatti qui ne scrivo.
edieSenza quella ragazza lì non ci sarebbe stata nessuna “Like a Rolling Stone”. Ci sarebbero state altre canzoni, ma non quella. E questo è un fatto innegabile. Edie Sedgwick ispirò la canzone più celebre di Bob Dylan e molto altro. Ispirò una fase del lavoro di Andy Warhol, per esempio, che in cuor suo tanto avrebbe voluto essere Edie. Ispirò decine di canzoni, come “Femme Fatale” di Lou Reed, “Poppies” di Patti Smith, “Little Miss S.” di Edie Brickell & “The New Bohemians, Edie (ciao Baby)” dei Cult. Ispirò film, tra cui Ciao! Manhattan, che si staglia primo e magnifico nel suo restituirci le immagini degli ultimi dua anni della vita di una ragazza quasi irriproducibile. O il più recente Factory Girl, che ha consentito a Sienna Miller di far rivivere Edie il tempo di un film. E ispirò anche centinaia di foto e servizi di moda (con Vogue rivista capofila), lasciando che con i suoi grandi orecchini e la calzamaglia rigorosamente nera (così la rivista Life nel novembre del ’65: «Questa ragazza dalla zazzeretta corta e dalle gambe eloquenti sta facendo per la calzamaglia nera più di quanto abbia fatto chiunque altro dai tempi di Amleto») Edie indicasse la strada, creasse uno stile, inventasse una figura di donna che prima non c’era. Edie era ed è rimasta unica e insostituibile. Due aggettivi forse imprescindibili per dire che cos’è una musa.
Scrisse Ernest Hemingway nell’introduzione agli scritti autobiografici dell’amica Kiki de Montparnasse, che se delle decadi si sa che si susseguono ogni dieci anni, delle epoche nessuno sa quando cominciano né quando finiscono. Loro sono lì, e te ne accorgi. Smettono di essere, e ti accorgi anche di quello. Non puoi non farlo. Ti accorgi della loro presenza, ti accorgi della loro assenza. Lo vedi. Sono lì, poi non ci sono più. E non sono sostituibili. Non c’è modo di farlo. Lo stesso vale per le muse, che a un certo punto semplicemente si manifestano, e chi sta loro intorno non può non vederle. Fu proprio Bob Dylan a scrivere che «oh com’era fiacco folle piccino e triste da parte mia pensare che la bellezza fosse solo bruttura e porcheria, mentre invece è come una bacchetta magica che fa cenni invitanti alla mia mente, e sa che solo lei posso sentire, e sa che non ho nessuna scelta». Proprio nessuna scelta. E mentre lo scriveva aveva in mente Joan Baez, anche lei – in quel lì e allora – musa amatissima. Perché a non innamorarsi di loro probabilmente non si amerebbe l’arte.

Nell’articolo si è parlato di:
Catel & Bocquet, Kiki de Montparnasse, Excelsior 1881, pp. 374, euro 24,50
Josif Brodskij, L’altra ego dei poeti da Baudelaire a Pasolini, Bompiani, pp. 161, euro 20,66
Kiki de Montparnasse,Infinitamente prezioso, Excelsior 1881, pp. 212, euro 16,50
Zelda Fitzgerald, Lasciami l’ultimo valzer, Bollati Boringhieri, pp. 224, euro 19
Katharine Hepburn, Io, Frassinelli, pp. 330, euro 16
Francine Prose, The Lives of the Muses, Aurum, pp. 420, £ 8,99
George Sand, Histoire de ma vie, Gallimard, pp. 1680, euro 25
Jean Stein, George Plimpton, Edie: American Girl, Grove Press, pp. 564, $ 14

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4 Risposte to “Alcuni casi di muse”

  1. Laura Says:

    bellissimo post.Se Nicola avesse altri libri da indicare, ne sarei grata.

  2. Nicola Lagioia Says:

    …tutto merito di Tiziana Loporto. Un caro saluto e un augurio di buone vacanze. Sui libri da segnalare: continuiamo a provarci.
    nl

  3. Laura Says:

    grazie, Nicola;e, naturalmente estendo i miei complimenti a Tiziana Loporto.
    Sono cintenta di aver trovato questo blog
    Ciao
    laura

  4. eva Says:

    Bell’articolo, ma il caso “George Sand” è più complesso. Una donna cresciuta a pane e Illuminismo e a musica e scienze naturali, che sin da ragazzina portava i pantaloni perché igienicamente più adatti a cavalcare come un uomo e non come una donna, che dopo tredici anni di matrimonio (e con due figli a carico) divorzia dal noiosissimo consorte, non facendo mistero della sua prima relazione scandalosa, difficilmente poteva adattarsi al ruolo, in qualche modo subalterno (per quanto lusinghiero) della Musa propriamente detta. George Sand è stata la Musa di molte personalità d’eccezione del romanticismo francese, ma ha anche saputo fare in modo che i suoi amanti diventassero a loro volta, per così dire, “Muse” per le sue creazioni. Due casi per tutti. Se ad Alfred de Musset, la tempestosa relazione ispira “Confessione di un figlio di fine secolo”, a tempo debito, lei restituirà “Elle et lui”. Il legame con Chopin è tale che, se da un lato lui vive con Sand forse i suoi anni più creativi, dall’altro la musica, da sempre amata e coltivata, entrerà di prepotenza nelle opere di lei, fino al punto di costituire in “Consuelo” (scritto negli anni in cui viveva con Chopin) la struttura portante dell’intero romanzo e non solo un mero pretesto letterario.

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