Intervista a Lasse Braun

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Proseguiamo con il ciclo di interviste gentilmente inviateci da Peppe Fiore. È il momento di Lasse Braun, scrittore, sceneggiatore e regista, promotore di battaglie per la legalizzazione della pornografia e prodotto emblematico e spregiudicato della rivoluzione sessuale iniziata negli anni Settanta.

di Peppe Fiore

Brown_blogItalia, 1961.
In una fredda sera di novembre, una Triumph nera si ferma al valico tra Francia e Italia. I due doganieri intirizziti si accostano torce in mano, illuminano brevemente il parafango. Si mettono all’istante sull’attenti e lasciano passare quello spettacolo di macchina senza azzardarsi a chiedere le generalità del conducente. Hanno visto la targa, c’è scritto: Corpo Diplomatico. Il gioiello nero riparte. Alla guida c’è uno studente di giurisprudenza di venticinque anni che sta cercando di laurearsi con una tesi che nessun relatore vuole prendersi in carico. È figlio di un alto funzionario del Ministero degli Esteri, ha trascorso la giovinezza tra Algeri, Belgrado e Francoforte, ed è stato educato nei migliori collegi d’Europa.
Il suo padrino di battesimo si chiamava Curzio Malaparte: per l’occasione gli regalò un cucchiaino d’oro.
Mentre viaggia alla volta di Milano, nel cofano della Triumph porta da Montecarlo un pacco di buste anonime di carta pesante. Dentro le buste, chili di foto di gente che fa l’amore. Sono i primi amplessi espliciti che varcano clandestinamente i confini nazionali.
È l’anno dei bombaroli altoatesini, dell’enciclica progressista Mater Magistra, di Mario Scelba e della sua personalissima teoria muscolare dello stato democratico. Qualche mese prima, per poche copie dell’innocente Paris Hollywood (attricette discinte fotografate in bianco e nero in pose osè), due ragazzi si sono fatti beccare e sono finiti in carcere. I giornali hanno titolato: «Sgominata gang di pornografi».
Il ragazzo della Triumph, invece, tra meno dieci anni amministrerà la prima multinazionale del porno d’Europa .

«A Francoforte, verso il ’39, ho avuto ufficialmente il primo contatto con la mia passione che è la fica. E soprattutto il pelo. Perché avevo una governante che si chiamava Helga e che faceva parte della hitlerjungend: infatti nella sua stanza teneva una grande bandiera nazista con il ritratto di un tizio coi baffetti. Avevo tre anni e mezzo, verso novembre era scoppiata la seconda guerra mondiale, per cui si facevano di continuo delle simulazioni. Suonavano le sirene e si andava tutti incolonnati nei bunker con le maschere antigas. Questa Helga mi adorava e io la toccavo. O perlomeno, così mi hanno sempre raccontato. Poi, una volta, papà va ad una riunione ufficiale a Berlino e porta anche me, bardato da giovane figlio della lupa. Mi ricordo questo salone pieno di persone, capi militari, gente in alta uniforme. C’è un tizio che comincia a parlare e quando scende dal palco tra gli applausi scroscianti, mi accorgo che ha il baffetto. Come quello che avevo visto da Helga e pensavo fosse il suo fidanzato. E allora gli sono corso incontro e ho gridato: è lui! È lui! E lui mi ha preso in braccio e io gli ho anche toccato il baffetto».

Oggi, Lasse Braun è universalmente riconosciuto come il padre nobile dell’hard: l’uomo che ha inventato il porno in Europa e ne ha monopolizzato la scena per circa vent’anni, per poi trasferire progressivamente il business in California.
A settantatre anni, sembra un turista americano in visita a Roma. Pantaloni bianchi, cappellino bianco a visiera, e pelle pure bianchissima, ha però gli stessi identici occhi felini delle centinaia di foto delle riviste anni ’70 che hanno esaltato la sua leggenda negli anni d’oro. E anche quando parla della sua passione (quasi impossibile farlo parlare d’altro), non smette mai l’aspetto di un nobilissimo signore in bianco.
Decisamente, Lasse Braun – la stessa persona che a quattro anni stava in braccio a Hitler e trent’anni dopo girava la mitologica orgia finale di Sensations – non ha niente del pornografo come ce lo si immaginerebbe. Sarà la vocazione cosmopolita, sarà l’estrazione highbrow. Sarà che il porno delle origini non aveva niente a che vedere con quella fabbrica di corpi serializzati che è diventato oggi.
Ma, nella sostanza, come è cominciato tutto?

«Giselle era una paracadutista lesbica, grassa, che faceva la parrucchiera a Bruxelles. Io le facevo delle foto con le gambe un po’ aperte e le prendevo un po’ di pelo. E da lì con i miei amici abbiamo fatto questa rivista in bianco e nero che si chiamava Shadows. Erano semplicemente delle ragazze che aprivano le gambe e si vedeva un po’ di pelo. Quello è stato un grande passo avanti. Quindi tutti i primi anni settanta li ho passati in giro per l’Europa con l’altra macchina di mio padre: una Mercedes, sempre targata Corpo Diplomatico, con un bagagliaio che avevo fatto rinforzare. Arrivavo nelle edicole con un pacchetto regalo dove mettevo dentro dei campioni. La prima volta era gratis, poi mi dovevano pagare. Li prendevo sui soldi perché dicevo: io te li dò a uno e tu li vendi a dieci. Mi chiamavano Babbo Natale».

Paracadutiste lesbiche, ristoranti di lusso, vichinghe ninfomani, yatch chilometrici, paradisi tropicali, paradisi fiscali, fama, soldi e soprattutto pelo. Tanto, tantissimo pelo. La vita dell’uomo che avrebbe portato il primo film porno al festival di Cannes (French Blue, 1974) è tutta così. Una grandiosa favola a luci rosse in cui il protagonista schizza da un set all’altro, da un continente all’altro, costantemente braccato da flotte di ineffabili censori. E, miracolosamente, vince sempre.
La strategia – dice lui – era quella di invadere il mercato per fare pressione sulla politica. Creare, in sostanza, una specie di emergenza collettiva del porno, per arrivare al traguardo della legalizzazione.

È difficile dire quanto Lasse Braun (che, naturalmente, non si chiama davvero Lasse Braun e naturalmente si tiene molto sul vago circa la sua vita privata) si sentisse animato da una missione o solo dal desiderio di pelo. Comunque della lotta feroce, transnazionale e senza quartiere alla censura, quest’uomo ha fatto la crociata di una vita. Divertendosi moltissimo, su questo non ci piove, salvandosi dalla grigia carriera diplomatica e accumulando un discreto patrimonio di mandati di cattura. E prendendosi anche le sue belle soddisfazioni contro la burocrazia.

«Nel ’69 vivevo a Copenaghen e sono riuscito a far arrivare la mia tesi di laurea in mano ad un deputato socialdemocratico. Nella tesi sostenevo che la censura provoca un danno sociale non irrilevante. Ed elencavo i rischi, le malattie, somatiche e non, che la censura provoca soffocando la libido. Oltre ai rischi alcolismo, di violenza sulle donne, eccetera. Questo deputato ha spinto sulla teoria del danno sociale e la legge è passata il 4 giugno del 69, quaranta giorni prima che l’uomo sbarcasse sulla luna. La prima in Europa».

La parabola aurea del Pope of Porno coincide con gli anni della contestazione. Fare l’amore davanti a una cinepresa significava – perlomeno alle origini – un gesto di liberazione dei corpi: non è un caso che porno e controcultura siano andati a braccetto per anni. In realtà, nel caso di Lasse Braun, si tratta di una pura contingenza storiografica: mentre l’Italia cambiava forma, le gonne si accorciavano e ci si preparava all’austerity, lui era sempre altrove. A Stoccolma, ad amministrare una società di produzione da 2000 pellicole al giorno e 50000 clienti. A Trinidad, nei Carabi, a girare Tropical «perché a Stoccolma faceva freddo». A Berna, in un «castello di quattro piani del 1648, due tavoli di montaggio, 25 impiegati, droga a gò gò».

Altro che fuga dei cervelli.
Forse l’unica vera ossessione di Lasse Braun non è stato il pelo e non è stata la censura, ma il bisogno di costruire la leggenda di se stesso. Tutta una vita solo per poterla raccontare, come direbbe Márquez. Anzi, talmente tanta roba che si stenta a credere che possa entrare in una vita sola.
Terminiamo il nostro incontro davanti ad una eliografia per studenti a Viale Ippocrate, dove Lasse deve «fare alcuni lavori di grafica». È un sabato mattina incandescente. Prima di lasciarci, tira fuori dalla borsa di pelle un libro che ha preso alla stazione: il titolo è Cortigiane, ma l’ha comprato per la copertina, una donzella desnuda. Dice che adesso è in attesa di pubblicare il suo monumentale romanzo Lady Caligola: 800 pagine, scritto in inglese, già tradotto in bulgaro. Mondadori e Rizzoli hanno detto no, però lui ha trovato un altro editore, piccolo ma barricadero.

Lasse Braun dalla metà degli anni ottanta è praticamente scomparso («perché mi sono rotto le palle», dice e non aggiunge altro). Prima che la sua figura alta e bianca scompaia nella minuscola eliografia, dice che rimpiange solo una cosa degli anni in cui il porno era la sua battaglia di libertà, (o – chissà – forse soltanto contro la noia).
«I casting. Mi mancano solo i casting»

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Una Risposta to “Intervista a Lasse Braun”

  1. flower girl dress Says:

    flower girl dress

    Intervista a Lasse Braun | minima & moralia

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