Occhiali, sigarette e bocconi di carne: ovvero, raccontare storie come lotta tra il normale e l’eccezionale

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Questo articolo è apparso, in forma diversa, sul bimestrale PiBook, nei numeri di maggio/giugno 2008.

di Giorgio vasta

sarajevo_blogDurante la guerra in Bosnia, un fotoreporter americano, Ron Haviv, scatta una fotografia. Nella fotografia ci sono tre militari, due dei quali si guardano intorno imbracciando le armi. E ci sono tre civili. Proni sul marciapiede umido, le teste nascoste tra le braccia. Il terzo militare – uno delle famigerate tigri di Arkan – sta per colpire con un calcio uno dei civili, una donna. Sta per colpirla, e per certi versi continuerà a stare per colpirla all’infinito, in una specie di riverbero incompiuto di quel movimento, perché Ron Haviv ha scattato la sua foto esattamente nel momento in cui la gamba destra del soldato è piegata all’indietro e il calcio sta per essere sferrato.
Si tratta di un’immagine che lascia senza fiato. Per il contesto che raffigura, sicuramente, per la brutalità dell’azione che sta per essere compiuta. Ma non solo.
Poco tempo dopo lo scatto di questa foto, Jean-Luc Godard realizza un brevissimo cortometraggio, circa due minuti e quindici secondi. Si intitola Je vous salue Sarajevo e di fatto consiste nell’esplorazione della fotografia di Ron Haviv, un particolare dopo l’altro, fino ad arrivare alla sua visione completa.

Progredire a tappe all’interno di quell’immagine, per approdare soltanto alla fine a una percezione unitaria, consente di individuare subito, in maniera focalizzata, gli straordinari tragici paradossi di quella fotografia.
Se a uno sguardo rapido e superficiale possiamo avere la sensazione che la foto raffiguri semplicemente (semplicemente?) un gruppo di soldati tra i quali ce n’è uno che sta per colpire una donna a terra, a una perlustrazione più attenta ci accorgiamo di un primo elemento spiazzante.
Il soldato che sta per sferrare il calcio indossa degli occhiali sollevati sulla fronte. Sembrano, a giudicare dalla montatura, degli occhiali da sole. La posizione degli occhiali è quella – naturalissima – di chi è stato a lungo al sole, ha la pelle del viso sudata e quindi solleva le lenti. Qualcosa, appunto, di semplice, di ovvio, l’effetto di un comportamento che in tante altre occasioni abbiamo osservato e non ci ha in nessun modo colpito. Nel momento in cui, però, individuiamo gli occhiali sollevati sulla fronte all’interno della foto di Ron Haviv, in quello specifico contesto, i conti non tornano. Guardiamo, guardiamo ancora, cerchiamo di capire, magari non siamo neppure consapevoli di quale sia la stranezza ma sentiamo che c’è qualcosa che non va – qualcosa di impossibile, di insostenibile – di questo siamo sicuri.
Come se questo elemento perturbante non bastasse, Godard prosegue nella sua esplorazione perimetrando un altro frammento di foto, leggermente a sinistra del precedente, e mettendocelo davanti agli occhi.
Lo stesso soldato che sta per colpire la donna e che indossa degli occhiali da sole sollevati sulla fronte tiene tra le dita della mano sinistra una sigaretta, il polso leggermente piegato, la posizione che ha in sé persino qualcosa di elegante, sicuramente di indolente, di accidioso, come se fare del male a qualcuno, lì, in quel momento, lo costringesse a distrarsi dall’azione che stava compiendo fino a qualche momento prima, fumarsi in pace una sigaretta. E invece no, non si può, la guerra impone le sue regole, c’è da compiere delle azioni e allora si trova un compromesso, una via di mezzo tra la violenza e la quotidianità, una media comportamentale tra due termini che sembrano non soltanto lontanissimi tra loro ma del tutto antitetici.
E in effetti, se ci ragioniamo su un momento, ha un senso pensare che all’interno della foto di Ron Haviv, una foto che documenta una guerra, sia in corso un’altra guerra, un conflitto di segni inconciliabili, uno che cerca di espellere l’altro, la brutalità della violenza che cerca di esautorare il gesto quotidiano, la sigaretta tra le dita che vorrebbe allontanare la postura brutale di chi fa del male.
Un conflitto, un cortocircuito semiotico, e contemporaneamente la piccola sintesi di che cosa può essere una scena narrativa.
Perché la foto di Haviv contiene al proprio interno quegli stessi elementi vitali che danno vigore a una scena raccontata per iscritto (ma anche in qualsiasi altro modo), vale a dire la convivenza tra termini all’apparenza lontani se non inavvicinabili.
Lo sa bene lo scrittore spagnolo Javier Marías quando nella prima pagina di uno dei suoi romanzi più noti, Un cuore così bianco (Einaudi, 1999), genera un cortocircuito analogo a quello appena descritto.
In due sole frasi Marías racconta un suicidio. Quello di una sposa bambina che nel giorno in cui ritorna dal viaggio di nozze, mentre il padre, altri familiari e alcuni ospiti sono seduti a tavola in sala da pranzo, raggiunge il bagno, si mette davanti allo specchio, si sfila il reggiseno, si cerca il cuore con la canna della pistola e lascia partire un colpo.
«Quando echeggiò lo sparo, più o meno cinque minuti dopo che la bambina si era allontanata, il padre non si alzò subito da tavola, ma restò per qualche secondo incapace di muoversi e con la bocca piena, senza riuscire a masticare né ingoiare e tantomeno sputare il boccone nel piatto; e quando, alla fine, reagì e corse in bagno, chi lo aveva seguito notò che mentre scopriva il corpo insanguinato della figlia e si metteva le mani nei capelli continuava a passare il boccone di carne da una guancia all’altra, senza sapere che farne».
Com’è possibile, ci si domanda leggendo questo brano, che in un momento simile, nel quale è appena avvenuto un suicidio e gli altri personaggi ne prendono atto, in un momento, cioè, nel quale la drammaticità raggiunge il culmine, com’è possibile che l’autore dedichi così tanta attenzione a una cosa umile, anzi ignobile, come un boccone di carne?
Che senso ha, cioè, sporcare una scena di tale intensità con un elemento minore, non solo invisibile ma soprattutto indecoroso, con un pezzo di cibo del quale non si sa bene cosa fare?
Il fatto è che quel boccone di carne palleggiato da una guancia all’altra, in predicato di essere espulso o definitivamente ingoiato, è quanto dà volume e credibilità all’intera scena.
È come se Marías ci dicesse: «Lettore, quando in una narrazione accadono fatti straordinari – e la morte è il fatto straordinario per eccellenza, il trauma, l’inammissibile – il resto della realtà non smette di accadere ma persiste come una specie di rumore di fondo, un brusio all’interno del quale, se non ci si fa irretire dal fatto straordinario, si riuscirà a trovare qualcosa, per esempio un microscopico boccone di carne, che è il modo nel quale la realtà chiede di continuare ad accadere; più esattamente, è il modo in cui la normalità pretende di continuare ad accadere, a esserci, a fare contrasto con l’eccezionale. Il contrasto tra i segni della normalità e quelli della eccezionalità – continuerebbe il nostro Marías – è ciò che riesce a dare intensità a una scena. Dunque, caro lettore, quando nel raccontare una storia ti confronti con una scena, ricordati sempre di cercare il boccone di carne, l’elemento normale che in quel momento appare estraneo ed eversivo, dagli forma e dagli spazio, fidati di lui, non sottovalutarlo».
Perché – possiamo concludere noi – lo splendore di una scena, ciò che sa conferirle un’intensità definitiva, non è l’accelerazione incondizionata di segni orientati tutti nella stessa direzione bensì, come si è detto, la frizione tra segni in reciproca contraddizione, ogni segno l’emblema di un mondo, di un modo di esistere del mondo, la normalità (gli occhiali, una sigaretta, un boccone di carne) e la violenza (le armi, dare un calcio, un suicidio), la normalità della violenza e la violenza della normalità, un caos logico all’interno del quale il narratore cerca le sue forme.

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5 Risposte to “Occhiali, sigarette e bocconi di carne: ovvero, raccontare storie come lotta tra il normale e l’eccezionale”

  1. Antonio Lanza Says:

    Bell’articolo.

    E il particolare del boccone di carne inscritto in una scena di suicidio è anche una efficacissima lezione di scrittura creativa. Grazie.

  2. LUCA T. Says:

    molto bello

  3. sergio garufi Says:

    molto interessante, bravo giorgio.

  4. Giampiero Says:

    Concordo con Antonio Lanza. “Ricordati sempre di cercare il boccone di carne” è IL suggerimento creativo.
    Grazie a Giorgio per l’articolo, davvero molto illuminante.

  5. cristiano de majo Says:

    bello.

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