Un ricordo della «Nanda»

by

Tre le innumerevoli parole di stima e d’affetto apparse in questi ultimi giorni su tutti i giornali, e da parte dei personaggi più svariati (dal Presidente dalla Repubblica a Vasco Rossi), in seguito alla scomparsa di una protagonista unica della cultura italiana nel mondo quale è stata Fernanda Pivano, abbiamo deciso di riportare qui il ricordo personalissimo del nostro editore Marco Cassini, uscito in un articolo del 20 agosto per L’Altro.
La seconda parte del post invece viene dalla penna della stessa Pivano, ed è un pezzo scritto per il Corriere della Sera e datato 18 luglio 2009, giorno del suo novantaduesimo compleanno
.

pivano_blog«Se lo cercate sul sito dell’Accademia di Svezia, non troverete il nome di Fernanda Pivano fra i letterati insigniti del Nobel, eppure io so (e ho le prove) che quel premio le è stato consegnato. Lo so perché ero presente alla sontuosa cerimonia: le fu consegnato dalle mani di uno dei suoi “amici americani” più ﷓amati: il signor Robert Zimmerman, in arte Bob Dylan. Era il 5 luglio 1998 e, per il mero interesse a partecipare come figurante a un piccolo evento storico, nei giorni precedenti mi ero dato da fare come un pazzo, organizzando un incontro privato fra la traduttrice di Addio alle armi e l’autore di Mr Tambourine Man, che quella sera suonava a Roma. Nanda doveva, quella stessa sera, presentare un libro pubblicato dalla mia casa edtrice, Come se avessi le ali, i diari appena ritrovati di Chet Baker, in apertura di un concerto di piazza a Campo dei Fiori.

Io l’avevo avvicinata e conosciuta anni prima, con l’entusiasmo del neofita quando muovendo i primi passi nell’editoria avevo pensato di seguire la scia luminosa del suo faro, e le avevo chiesto di scrivere l’introduzione per il nostro primo libro di letteratura americana, una raccolta di poesie di Lawrence Ferlinghetti. Dopo averci così “battezzati”, negli anni la Pivano avrebbe più volte incrociato la strada di minimum fax interessandosi alle nostre vicende che avessero a che fare con i “suoi” americani: da Allen Ginsberg a Charles Bukowski, da Raymond Carver a David Foster Wallace.
Quel pomeriggio arrivò l’ok della Sony all’incontro con Dylan, passai a casa di Nanda (nel condominio che aveva definito “La mia kasbah”, in via della Lungara a Trastevere) dove mi feci offrire il solito tè freddo, le dissi che avevo una sorpresa per lei, e senza ancora svelarle di cosa si trattasse ci﷓ dirigemmo in taxi, con enorme anticipo, verso l’Eur. Lì dovetti necessariamente anticiparle cosa sarebbe successo, e lei già dalle cinque del pomeriggio non stava più nella pelle (figuratevi io…). Seduti su due sedie di plastica bianche sotto un ombrellone sbiadito dal sole, io e Nanda passammo qualche ora a chiacchierare nel backstage dove conoscemmo perfino Johnny Depp, che per coincidenza poche settimane prima aveva eseguito alla chitarra, per la tv americana, alcuni blues di Kerouac: mi sembrò un’occasione ghiotta quanto naturale per presentargli la persona che aveva fatto conoscere On the Road agli italiani. Eppure, strano a dirsi, anche il futuro pirata Jack Sparrow in quello show si trovava a fare solo la comparsa. Lo show, quello vero,﷓ un brevissimo sketch di pochi secondi e uno scambio di appena un paio di battute, ﷓sarebbe avvenuto di lì a poco, e io ne sarei stato il testimone privilegiato.
Al tramonto il pubblico ormai rumoreggia numeroso a pochi metri da noi. Dalla nostra postazione, dopo averla tenuta d’occhio per un intero pomeriggio, finalmente vediamo aprirsi la porta del camerino di Dylan, e la figura già leggendaria di suo acquista un’aura ancor più mitica ai nostri occhi: un’insolita chioma lunghissima, baffi sottili, occhi di ghiaccio, interamente vestito di bianco, lady and gentleman (giacché eravamo in quell’istante solo noi due il suo privatissimo pubblico) ecco a voi Bob Dylan. Esce con un cappellone da cowboy, anch’esso bianco, nella mano sinistra; con la destra, dopo aver richiuso la porta alle sue spalle, da un colpetto all’interno del cappello per dargli la forma giusta, se lo mette in testa, e si avvicina a passi lenti verso di noi. Nella mia mente il fischio morriconiano de Il buono il brutto e il cattivo lascia posto al puro terror panico: mi rendo conto che ci siamo solo noi tre, e presumibilimente mi toccherà fare le presentazioni. Mi avvicino timoroso alla leggenda in piedi alla mia sinistra, balbettando qualcosa mentre indico l’altra leggenda, seduta alla mia destra. II resto è solo un lungo grande abbraccio, Nanda che commossa quasi alle lacrime dice a Bob “Non sei affatto cambiato, sei identico a quella sera di trentacinque anni fa a Berkeley, bellissimo come allora”, e lui che le risponde “I really don’t think so, signora“. Ancora abbracci, un tenero chick﷓-to-﷓chick in cui se qualcosa è stato sussurrato è ancora lì che soffia insieme al vento, e mentre Dylan sale i pochi scalini verso il palco quasi non riesco a sentire il boato del pubblico perché sono investito dal pianto dirotto di Fernanda Pivano, la donna che andava in bici con Pavese, che forse è andata a letto con Hemingway (“ma non ve lo dirò mai”, diceva sempre a chi glielo chiedeva), che ha cercato di tenere a freno un Kerouac totalmente ubriaco nella sua unica apparizione nei palinsesti televisivi italiani, quella stessa donna che ora mi abbracciava e tremava come una foglia dicendo “Hai visto? Mi ha riconosciuta! Si è ricordato del nostro incontro di tanti anni fa. È bellissimo: un vero principe!”
Il resto, sono solo minime annotazioni di cronaca spiccia: potemmo seguire, seduti su due comode poltroncine al lato del palco (e accanto Jonny Depp), solo le prima quattro canzoni. Avremmo voluto rimanere per sempre lì, ma ci aspettava un’altra ﷓piazza, e un altro concerto, e così per raggiungere Campo dei Fiori ci mettemmo alla ricerca di un taxi ma senza fortuna, al punto che un ragazzetto avvicinatosi per chiederle un autografo fu sbito reclutato come autista (e mentre gli amici gli dicevano “ma sei pazzo, il concerto è iniziato, abbiamo pagato il biglietto!” lui si fece dare le chiavi di una Fiat 500 rispondendo ai suoi coetanei “ma quando mi ricapita di accompagnare la signora Pivano!”). Durante il tragitto Nanda era in piena estasi, si copriva gli occhi con le mani impreziosite dai suoi bellissimi anelli, e scuoteva la testa teatralmente, come a dire “non posso crederci”, e credo che anche io stessi pensando lo stesso, e molto probabilmente anche il nostro gentile conducente, in una catena umana di estatica incredulità inter﷓rotta solo dall’ennesimo spe﷓gnimento del motore e dalla candida confessione del nostro autista che dichiarò di avere solo diciassette anni e di guidare per la prima volta la macchina in vita sua. Quando Nanda mi chiese perché non mi mettessi allora io al volante si ricordò che anch’io, come Kerouac il cantore della vita sulla strada, non avevo mai preso la patente né guidato. Mi diede per questo, come sempre, del “mascalzone” ma poi iniziò a riempiri di materni baci sulla fronte, accompagnati da altrettanti “mmmuà! mmmuà!” perché, come non stancava più di dire, le avevo fatto un gran bel regalo. E infatti, come scrisse l’indomani sulla prima pagina del Corriere della Sera: “Oh Bob, con quell’abbraccio, con quelle lacrime mi hai dato il mio inaspettato premio Nobel, hai dato un senso ai miei 60 anni di lavoro, hai dato ragione ai giovani che mi hanno ascoltato. I tuoi occhi mi hanno accompagnato a Campo dei Fiori [e] mi accompagneranno fino alla fine».
Marco Cassini

pivano_blog2«Ah, la vecchiaia. Gli anni che pesano. Le parole cariche di amara rassegnazione di Guido Ceronetti, alle quali ha risposto con affettuoso ottimismo Arrigo Levi, mi hanno costretto a pensare, ancora una volta, alla mia di vecchiaia. A interrogarmi. E a scavare un po’ nella memoria.
Mi è tornata in mente Alice B. Toklas che a quasi ottant’anni aveva uno strano modo di giggling, di fare una risatina silenziosa stringendosi nelle spalle, come una ragazzina. Regale e tenerissima, era molto premurosa nei miei confronti, forse a causa dell’ ammirazione che avevo dimostrato per Gertrude Stein con cui aveva condiviso molti anni della sua vita. Nell’ aprile 1954 Alice era venuta a trovarmi nella mia casa di via Cappuccio a Milano, città a lei piuttosto sconosciuta, per «vedere» dove e come abitavo. Si era molto rassicurata quando aveva visto la terrazza deliziosa che dava sul parco di non ricordo che cardinale con la deliziosa vista sulle montagne lontane, illuminate dal tramonto rosato.
Allora ero giovane, con il sangue che scorreva veloce nelle mie vene. Solo molti anni dopo ho capito il coraggio che i ragazzi possono dare a chi è già vecchio. Ho molta nostalgia di quegli anni. Ma mi consola chi viene a farmi autografare i libri di Ernest Hemingway, di Jack Kerouac, di Gregory Corso, di Allen Ginsberg, di tutti gli autori che hanno permesso loro di sognare e che io sono orgogliosa di poter dire di aver contribuito a far conoscere. A questi sognatori ricordo sempre che devono ringraziare la follia di Gregory, la visioni di Ti Jean, le preghiere di Allen e tutti i miei amici che se ne sono andati. E che rimpiango. Tutti loro hanno raggiunto gli immensi spazi profumati dell’eternità quando al massimo avevano compiuto settant’ anni. Troppo presto.
Ma se penso ad Henry Miller, penso che anche un genio come lui se n’ è andato troppo presto. E di anni ne aveva 88. Non ho mai voluto accettare le malattie dell’ età e ne ho le scatole piene di dover prendere tutte queste pastiglie che i medici mi prescrivono. Ho sempre cercato di vivere di passioni e tutto questo mi riporta solo alla disperazione dei miei 92 anni, con le vene che non reggono la pressione di una semplice iniezione. Ma grazie a Dio ci sono questi ragazzi di 18 anni che mi mandano le loro poesie, i loro racconti, i loro auguri e mi chiedono suggerimenti su come fare a superare le tragedie della vita. Ahimè. A 92 anni ancora non so cosa rispondere. Dico loro di sperare. Di battersi per vivere in un mondo senza guerre volute solo da capitani ansiosi di medaglie. Di sorridere senza il rimorso di non aver aiutato nessuno. E proprio questi giovani sono una grande, meravigliosa, consolazione. Il segno che qualcosa di ciò che hai fatto ha lasciato un piccolo segno, un piccolo seme.
Posso confidarvi che l’ ultima volta che ho incontrato Gore Vidal per la presentazione di un suo libro, nel gennaio 2007, io ero appena uscita da un ricovero in ospedale e lui camminava aiutandosi con un bastone. Ma a cena, quando gli ho chiesto cosa potremmo fare insieme, lui mi ha risposto: «Let’ s make a baby – facciamo un bambino». Forse è questo il segreto per riuscire a sopravvivere anche a questa età. Forse è questo il segreto del vecchio Suonatore Jones dello Spoon River caro alla mia giovinezza, “che giocò con la vita per tutti i novant’anni”».
Fernanda Pivano

Annunci

Tag: , , , , , , , , , , ,

5 Risposte to “Un ricordo della «Nanda»”

  1. Laura Says:

    Grazie.Di cuore.

  2. anna tigli Says:

    bellissime le parole di marco cassini ma la vita che trasudano quelle della Pivano lasciano scorrere lacrime di commozione

  3. Serafina Says:

    bellissimo ricordo … grazie.

  4. cinzia sposato Says:

    Per un attimo mi sono sentita insieme a voi, stretta nella vecchia Fiat 500, immaginando il calore di quei baci e i gesti di Nanda, commossi e teneri come solo quelli degli anziani sanno essere. Leggendo, di seguito all’articolo, le parole di Fernanda Pivano, quasi di congedo, mi ha colpito il suo amore per i giovani e il conforto che ha tratto negli ultimi anni della sua vita dalle loro lettere e poesie. Non è un caso, che proprio un diciassettenne,sprovvisto di patente, abbia accettato di scortarla a dispetto del codice stradale e perdendosi addirittura il concerto di Bob Dylan. Forse le parole, quelle autentiche, creano un ponte tra le generazioni, un flusso di pensiero che rende immortali gli adulti e traghetta verso la maturità i giovani. Grazie per aver condiviso con i tuoi lettori un frammento così intimo e prezioso.

  5. Irene Says:

    Grazie davvero, uno splendido ricordo di una donna splendida.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: