PopCamp

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Una recensione camp del nostro Francesco Pacifico apparsa qualche tempo fa sulla rivista Rolling Stone.

di Francesco Pacifico

«Il miglior modo di nascondere una cosa è metterla in mostra».
Bellissima frase che non si sa mai quando usare. Per i sodomiti della Londra tardovittoriana, invece, era uno stile di vita. Gruppo eterogeneo di poveri, ricchi, nobili, amanti delle cose belle e dell’inversione, in una società che aveva inventato da pochi decenni il concetto di omosessualità per misurarli e ghettizzarli, si trovarono in questa curiosa posizione: non potevano negare di essere molto distanti dal noioso modello britannico di virilità, ma nemmeno ammettere cos’erano. Di fronte ai bisogni contraddittori e ugualmente imprescindibili di segretezza ed espressione, la soluzione era agghindarsi, fare scena, spiazzare per sfuggire alle definizioni. Un garofano verde all’occhiello, una vistosa pelliccia, andarsene in giro a sparare aforismi. Per questo genere di comportamenti cominciò a utilizzarsi la parola camp, che più o meno voleva dire mettersi sulla scena, esibirsi. Da allora la parola ha fatto moltissima strada ed è stata di volta in volta sinonimo di gay, travestitismo, pop (quando esplose come fenomeno negli anni Sessanta e tutti cominciarono a parlarne).
stelarcPer documentare la fortuna e il peso culturale di questa parola sfuggente che ha contagiato cultura e controcultura, PopCamp accumula eroicamente contributi eterogenei dal presente e dal passato. Un senso di abbondanza dovuto allo spirito collezionista dei suoi teorici ed interpreti, impegnati in elenchi di cosa è camp e cosa no, e di cosa è attivamente camp (la Marilyn di Warhol, i Soft Cell) e ciò che lo è involontariamente, passivamente (il boa di piume quando veniva considerato elegante, i film di King Kong, perfino i discorsi seriosi e retorici di DeGaulle), più una lunga rilettura del passato in chiave camp: dai nobili nullafacenti di Versailles, costretti a travestirsi e giocare per nascondere, esibendola, la propria inutilità sociale, al barocco, con cui la chiesa di Roma cercava di sopravvivere all’austerità della riforma protestante contrapponendole un’abbondanza alla Phil Spector di segni e svolazzi ultracattolici. In generale, le tragedie mascherate da farse sfarzose.
Oppure, come scrisse Isherwood negli anni Sessanta, il metodo è «Esprimere ciò che è serio in termini di umorismo, artificio, eleganza». madonna_blondDipingersi le lacrime sul volto invece di piangere (i ritratti di Francesco Vezzoli). C’è chi dice che il camp nasce come esibizionismo ma a forza di accumulare materiali bassi diventa una forma di tenerezza per il reale e per tutti i prodotti della cultura. Un modo per rifiutare i confini di alto e basso, come a fine Ottocento adunate d’invertiti di ogni ceto volevano trovare una chiave per stare insieme oltre i confini socioculturali, e la trovarono nell’eccesso. E in effetti si entra in questo libro come alle feste in cui ci si può levare le scarpe, e si incontra di tutto. C’è Bette Davis/Elisabetta I, ci sono le povere voci bianche della chiesa che il Vaticano faceva castrare perché cantassero al posto delle donne. C’è l’estetica dandy degli stacanovisti russi, la dolcezza robotica di Stelarc, il Blond Ambition Tour di Madonna, le avventure picaresche da Fratelli d’Italia di Arbasino. E ovviamente anche un fiume di immagini, per invogliare il giovane dabbene a sfogliarne le pagine con aria languida su divani fondi come tombe (stando a quanto dice Baudelaire) (I Baustelle sono camp?): duchampGreta Garbo, Oscar Wilde impellicciato, Goldfinger, la pop spy-story The Man from C.A.M.P., Russ Meyer, Flash Gordon, Theda Bara vestita da Cleopatra, Marcel Duchamp fotografato da Man Ray nei panni dell’alterego un po’ Gloria Swanson di Rrose Sèlavy. C’è Gloria Swanson in persona, le coreografie di Busby Berkeley, Wonder Woman, Mae West, il mago di Oz, Glenn or Glenda di Ed Wood, Brian Jones nel suo buffo gessato, David Bowie, Wonder Woman, Luigi Ontani nudo e pluridotato…
Questo manuale di travestitismo può mettersi a disposizione del giovane straight angustiato dalla vita moderna e dalla continua richiesta dei suoi dati personali, dalle banche fino a Facebook, un censimento in divenire che neanche a Betlemme nell’anno Zero, la civiltà trasparente dell’autocertificazione e delle telecamere a circuito chiuso. Il camp, la maschera, come via d’uscita dal CCTV, come in V for Vendetta (V/Guy Fawkes era molto camp) e come in Banksy: nei suoi stencil i poliziotti vestono da donna, e su tutti vegliano alberi di telecamere.

Il libro
PopCamp è una raccolta in due volumi (25 euro l’uno) della rivista Riga, diretta da Marco Belpoliti e Elio Grazioli. Fabio Cleto, il curatore, ha messo insieme un materiale vastissimo che va dall’archeologia della New York anni Sessanta, con pezzi di Tom Wolfe, Susan Sontag, Truman Capote, James Purdy, agli studi più recenti su cinema, moda, cultura cyborg.

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Una Risposta to “PopCamp”

  1. giuseppe genna Says:

    Un numero eccezionale di RIGA. Fabio Cleto sta lavorando, all’Università di Bergamo, a un progetto vasto e interessante, che in qualche modo incrocia le considerazioni di Francesco, pur non derivando direttamente dalla materia di Pop-Camp (Fabio Cleto è rintracciabile su Fb). Su Belpoliti: conosciamo il rigore e l’importante militanza con questa rivista di monotematici, una delle migliori dell’intero panorama italiano.

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