Archive for settembre 2009

BerluSpinning. Il premier come trainer (I parte)

settembre 30, 2009

Riportiamo un pezzo di Giorgio Vasta apparso qualche anno fa su Nazione Indiana, e tuttavia ancora spaventosamente attuale.

di Giorgio Vasta

Ci sono retoriche – anche retoriche politiche e di configurazione sociale – che si incarnano in un’attività fisica, in un impegno muscolare e agonistico. Lottare, ad esempio, oppure correre, tirare di scherma, pedalare.

Per la prima volta ne ho sentito parlare tre anni fa. Mi ero iscritto a una palestra a due passi da casa – economica, scalcinata, essenziale. Quello che mi serviva. Desideravo recuperare un po’ di forma, di tono muscolare, un minimo di elasticità, di postura, eventualmente persino vigore. Prima dei fisiologici prolassi, del crollo dei pannicoli, della disgregazione delle adipi. Avevo bisogno di stancarmi fisicamente per dormire meglio la notte e per favorire la digestione.
Avevo fatto l’iscrizione base, quella che ti permette soltanto l’utilizzo della sala attrezzi, rinunciando così a tutte le altre attività, dal tone up al tai-chi al cosiddetto gag (gambe addome glutei). Prevedevano orari precisi, lavoro di gruppo, la presenza di un istruttore. E poi, al di là di questo, mi imbarazzavano in sé, mi davano la sensazione di un coinvolgimento eccessivo, di affiliazione. Preferivo un’attività più solitaria, persino introversa, crepuscolare.
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Re Zinedine

settembre 28, 2009

Questo articolo è apparso sullo Straniero

di Alessandro Leogrande

La notte del 12 luglio del 1998 il giovane Yazid, figlio di proletari algerini della periferia di Marsiglia, regala la prima Coppa del mondo di calcio alla Francia, segnando due goal di testa al magno Brasile di Ronaldo e Roberto Carlos. Per i due miliardi di esseri umani che guardano la partita in tv, Yazid è meglio noto come Zinedine Zidane, il più grande giocatore che abbia calcato i prati verdi dopo Diego Armando Maradona. Zidane è un calciatore fuori dal comune, un rettile imprevedibile. Come i grandi di questo sport, da Garrincha a Baggio a Messi, sembra provenire da un altro pianeta: quando nello spazio di pochi secondi fa una giocata in grado di spiazzare – rovesciando la logica comune – non solo gli avversari, ma anche i milioni di spettatori che vi assistono direttamente o sullo schermo, pare visitato dagli dei. Ed è questo in fondo che rende tuttora il calcio, nonostante la sua mutazione, un territorio epico che si rinnova costantemente, anche perché – tranne in rarissimi casi come Kakà – quasi mai queste visite premiamo i figli delle élites sociali.
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Zemanlandia

settembre 25, 2009

Questo articolo è apparso sul Riformista.

di Nicola Lagioia

zeman_bogCampionato di serie B, 10 dicembre 1989. Il Foggia ha appena perso contro il Parma davanti ai suoi tifosi, e rischia di sprofondare definitivamente in zona retrocessione. Gli ultras di casa, inferociti, stringono d’assedio il Zaccheria: urlano, intonano cori minacciosi, vorrebbero regolare i conti di persona con calciatori e mister. I rossoneri, rifugiatisi negli spogliatori, cominciano a infilare le uscite secondarie nella speranza di non essere notati da nessuno. È una triste pantomima andata in scena un’infinità di volte sui campi di calcio del nostro paese: a ciascuno la sua parte. E tuttavia, qualche minuto dopo, in modo assolutamente imprevedibile, all’uscita principale dello stadio si presenta un uomo. È Zdeněk Zeman, l’ancora semisconosciuto allenatore del Foggia: spalle strette in un trench bogartiano, sigaretta tra le labbra, raccoglie sputi e insulti senza battere ciglio. Alza infine lo sguardo di ghiaccio verso chi vorrebbe linciarlo, e zittisce tutti quanti sussurrando mollemente: «non. sprecate. fiato».
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Il diritto d’asilo finisce nel centro di detenzione

settembre 23, 2009

Inviato a Tripoli, il giornalista Stefano Liberti ha intervistato alcune tra le vittime dei respingimenti; le tragiche esperienze raccontate da questi uomini, oltre a suscitare sgomento e un senso d’ineluttabile sconfitta umana (non soltanto loro), illuminano su quella che è in effettivo la politica intrapresa dal nostro paese in tema di migrazione. L’inchiesta è leggermente datata, ma c’è da dubitare che nel frattempo sia cambiato qualcosa.

di Stefano Liberti

mani«Noi abbiamo chiesto soccorso. Loro sono arrivati, ci hanno presi e riportati indietro».
Richard – lo chiameremo con questo nome fittizio per evidenti ragioni di sicurezza – ancora non si capacita di essere stato rispedito al punto di partenza a poche decine di miglia dall’isola di Lampedusa, meta finale di un lungo viaggio cominciato tre anni prima nel Corno d’Africa. Richard è una delle più di mille vittime dei cosiddetti respingimenti, la politica inaugurata nel maggio scorso dal nostro Ministero dell’Interno, in virtù della quale gli immigrati intercettati in acque internazionali diretti verso la Sicilia vengono scortati indietro in Libia. L’ultimo si è concluso proprio ieri, quando all’ora di pranzo un’imbarcazione con 75 somali a bordo è stata ricondotta al porto di Tripoli. Una politica che nelle parole di Silvio Berlusconi, venuto domenica in visita in Libia in occasione dell’anniversario del trattato di amicizia, cooperazione e partenariato firmato nell’agosto del 2008 a Bengasi, è «efficace perché ha ridotto più del 90 per cento gli arrivi a Lampedusa».
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Il non-italiano

settembre 21, 2009

Nel 2007 La Stampa commissiona a Gianluigi Ricuperati un articolo su Renato Soru, all’epoca Presidente della Regione Sardegna, con cui Ricuperati collabora insieme a Stefano Boeri per l’organizzazione di Festarch, un festival internazionale di architettura che si tiene ogni anno a Cagliari. L’articolo non verrà mai pubblicato. Ma oggi che sappiamo come sono andate a finire le cose  il suo contenuto sembra  ancora più attuale, mostrando sotto traccia le ragioni della sconfitta di uno sconfitto potenziale. Soru è anche in modo silenzioso il grande assente alle primarie del Partito Democratico in corso di svolgimento.

di Gianluigi Ricuperati

Cosa si può pensare di un uomo che quando si presenta la prima volta ti saluta con la voce ferma e sommessa, tendendo il braccio come un militare; e quando ti conosce abbastanza l’unica differenza ha a che fare proprio con quel braccio, un po’ più rilassato, più vicino alle costole, finalmente molle e mobile? Ora sto cenando con lui e altri: è seduto davanti a me: qualcuno sta finendo di raccontare una storia, lui sembra sempre disattento e parla pochissimo. Il potere, questa astrazione invadente, ha di solito entrambe le caratteristiche: silenzioso, continuamente distratto. Lui, però, pare anche spesso a disagio: è un amministratore ma non si accontenta di amministrare, non ha lampi di seduzione. Chiede vuoi l’acqua? Chiede che cosa ne pensate. Chiede mi passi le posate. Ma è chiaro che se davvero potesse farebbe come i religiosi shaker americani: si alzerebbe, appenderebbe tavoli e sedie al muro e libererebbe lo spazio conviviale per fare qualcosa di nuovo, un’idea ambiziosa, un progetto folle, un’ossessione da far calare nella realtà. Quando se ne trova di fronte uno che gli interessa risponde quanti soldi servono? Ma la simpatia, l’accordo temporaneo delle voci, l’armonia del vino e del cibo – è evidente – sono dei passatempi sbagliati.
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I segreti di Twin Peaks (II parte)

settembre 19, 2009

di Paolo Pecere

3. Si tratta di un’ipotesi, forse astrusa. Ma per metterla alla prova, o almeno capirla meglio, si deve almeno mettere a fuoco questo rapporto interno realtà-finzione proprio del cinema di Lynch (che tuttavia, si è visto, pare riflettere, nei suoi termini storicamente contingenti, una più generale caratteristica del rapporto realtà-finzione, dalle pitture murali e i rituali d’iniziazione delle cosiddette civiltà primitive al moderno feticismo dell’opera riproducibile: cioè la tendenza al collasso della distinzione tra attori, personaggi e spettatori). Si è detto che – a prescindere da un diversamente demarcato filtro ironico – un rapporto analogo legherebbe gli spettatori televisivi nel film, che vedono Invito all’amore, e gli spettatori esterni allo stesso film. Si tratta di un compiacimento compulsivo, si direbbe quasi chimico, per il dipanarsi di rapporti inverosimili, ma soprattutto per le loro componenti puramente sensibili, a dispetto del carattere solo abbozzato dei personaggi – come se questi dovessero necessariamente sfumare sullo sfondo, più vistosamente di quanto accada nelle comuni fiction, meno trasparenti o meno consapevoli dei propri meccanismi.
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I segreti di Twin Peaks (I parte)

settembre 18, 2009

Prima di Lost e Six Feet Under, e di Sopranos e Dottor House e degli altri telefilm per i quali sono state scomodate in maniera piuttosto maldestra parentele con Dickens e con Balzac (mentre magari trattasi di epopee audiovisive realizzate finalmente bene, cioè tutta un’altra cosa), alla base dell’ultima rivoluzione del piccolo schermo, dicevamo, c’era stato Twin Peaks di David Lynch. Per molti versi, credo sia ancora un’esperienza insuperata. La serie arrivò in Italia nel 1991, e se la pochezza delle nostre emittenti continua a generare scandalo e frustrazione – di fronte all’ABC di Twin Peaks o alla danese DE che produsse Kingdom di Von Trier o alla tv polacca che fece la stessa cosa per il Decalogo di Kiéslowski, il nanismo creativo di Rai e Mediaset per così dire giganteggia – è forse ancora più eclatante il modo in cui un prodotto televisivo molto più che coraggioso come Twin Peaks (leggi: rivoluzionario) riuscì a catturare un pubblico inaspettatamente vasto. Tanto per dire: nella mia scuola eravamo in pochi a maneggiare un libro di letteratura più di due volte l’anno ed era difficile che andassimo a cinema per vedere qualcosa di diverso da Rocky o Dirty Dancing. Eppure, le ragazze del liceo scientifico in cui passavo le mie giornate a un certo punto erano tutte innamorate dell’agente Cooper, e i maschi già partivano alla ricerca della propria Laura Palmer.
A distanza di vent’anni, il mistero di
Twin Peaks resiste. Così, quando qualche tempo fa mi sono imbattuto su questo bel saggio di Paolo Pecere pubblicato su  Il caffè illustrato, ho subito pensato che mi sarebbe piaciuto metterlo a disposizione dei lettori a cui fosse sfuggito. Adesso esiste questo blog e dunque provo a farlo, dividendo per comodità di lettura il pezzo di Pecere in due parti.

PRIMA PARTE

Twin_peaks_definit1. È forse una tendenza solo affettiva, legata alle circostanze del particolare ambiente in cui si vive, quella di considerare importanti dei fenomeni culturali del passato, per esempio delle opere, che si considerano d’altra parte scadenti. Si tratta di un attaccamento indiretto a esperienze tipiche di un’età e come tali irripetibili, o anche solo alla possibilità di quelle esperienze, alla loro potenzialità che magari non si è affatto dispiegata. Talvolta, forse, la simpatia amara per certe opere – canzoni, film, statuette di un folklore divenuto patacca – è legata proprio a quel rimpianto per certi versi inevitabile con cui si rievoca il mondo in cui quelle opere si sono incontrate. Come se, riafferrando i versi triviali di un ritornello o la battuta involontariamente comica di un personaggio, si potesse riscattare almeno in parte la potenzialità di quelle ore, la sua apertura indeterminata. Guardando l’opera si mira a tutt’altro, tanto che l’opera risulta al limite superflua, e come l’oggetto di un’ossessione può apparire agli occhi di un terzo privo di connessione alcuna con la passione dell’ossessionato, così si può supporre che quest’esperienza risulti ermeticamente contenuta in un ambiente generazionale, e con essa l’opera sia destinata a cadere come un frutto secco e, quale nastro ammutolito negli archivi, ritornare prossima alla polvere.
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Herzog remixed

settembre 16, 2009

Si è appena conclusa la Mostra del Cinema di Venezia, a Milano è in corso il Milano Film Festival, tra qualche settimana prende il via la Festa Interanzionale del Cinema di Roma. Noi di minima&moralia parliamo di cinema con Werner Herzog, di cui minimum fax ha pubblicato un lungo libro intervista, Incontri alla fine del mondo. Vi proponiamo qui sotto un estratto dal testo, una selezione limitata di temi da cui emerge tuttavia il significato profondo che questo grande regista, tra i più originali e visionari del nostro tempo, attribuisce da sempre al concetto di «fare cinema».

Herzog_blogHai un’ideologia? Qualcosa che ti guida al di là del mero desiderio di raccontare storie?
Be’, direi che il «mero» desiderio di raccontare storie, come lo chiami tu, è più che sufficiente per un film. Quando mi metto a scrivere un copione non tento mai di articolare le mie idee in astratto attraverso il filtro di un’ideologia. I miei film mi vengono incontro in modo molto vivo, come sogni, senza schemi logici o spiegazioni accademiche. Ho l’idea di base per un film e poi, in un certo arco di tempo, magari mentre guido o cammino, mi diventa sempre più chiara. Vedo il film davanti a me, come se fossi al cinema. Ben presto assume una trasparenza così perfetta che posso mettermi seduto a tavolino e scriverlo tutto. È come se copiassi da uno schermo cinematografico. Mi piace scrivere velocemente perché in tal modo la storia acquisisce una sorta di urgenza. Tralascio tutte le cose secondarie e mi concentro sull’essenziale. Una storia scritta in questo modo avrà, almeno per me, molta più coerenza ed energia. E sarà anche piena di vita. Per queste ragioni non mi ci sono mai voluti più di quattro o cinque giorni per scrivere un copione. Mi siedo davanti alla macchina da scrivere o al computer e comincio a battere sui tasti.
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Perle Wallaciane

settembre 14, 2009

Per concludere questo lungo weekend di omaggio all’arte e alla persona di David Foster Wallace, vi proponiamo una piccola silloge del suo pensiero; riflessioni dell’autore, raccolte e tradotte da Martina Testa (la «voce» italiana di Wallace), sul valore della letteratura, sul contesto sociale ed etico che stiamo vivendo, sull’importanza e la gratificazione dell’insegnamento umanistico, sul progetto dello scrittore, il suo contatto personalissimo con il lettore, il suo talento, il suo dolore, importante e necessario per intendere e praticare la letteratura come un vero atto d’amore.

Un buon momento per fare lo scrittore

Personalmente, credo che questo sia veramente un buon momento per un giovane che voglia cominciare a scrivere narrativa. Ho degli amici che non sono d’accordo. Al giorno d’oggi la narrativa di qualità e la poesia sono emarginate. È un errore in cui cadono parecchi dei miei amici, questa vecchia idea secondo cui «Il pubblico è stupido. Il pubblico vuole andare in profondità solo fino a un certo punto. Poveri noi, siamo emarginati perché la tv, la grande ipnotizzatrice… bla bla bla». Ci si può mettere seduti in un cantuccio e piangersi addosso quanto si vuole. Ma è una stronzata. Se una forma d’arte viene emarginata è perché non parla davvero alla gente. E un possibile motivo è che la gente a cui si rivolge sia diventata troppo stupida per apprezzarla. Ma a me sembra una spiegazione troppo semplice.
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Appunti su un discorso su Infinite Jest

settembre 13, 2009

Continua il nostro weekend speciale in memoria di DFW con un saggio di Christian Raimo già pubblicato per Lo Straniero, in cui vengono approfondite alcune tra le tematiche e gli stili narrativi di cui si sostanzia la sua opera colossale.

di Christian Raimo

TEMI
Il mondo di Infinite Jest (da qui IJ) è una versione 2.0 del nostro mondo: un futuro non troppo remoto in termini cronologici, dove gli anni sono sponsorizzati («Anno del Glad», «Anno del pantaloni per adulti Depend»…) e dove interi stati sono stati destinati a fungere da discarica per altri stati più sviluppati. Il paesaggio è occupato non più parzialmente, ma totalmente da soggetti di un mondo molto post-fordista, ossia:

Droga & piacere
IJ ha una traccia neanche troppo complessa che lo struttura, e cioè: cosa succede a una cultura che decide che il significato della vita consiste nello sperimentare quanto più piacere possibile per la maggior parte del tempo possibile? L’eroe del libro, Don Gately: «Il senso primario di addiction implica l’essere legati, devoti a qualcosa praticamente o spiritualmente, nell’immolare la propria vita, nell’immergersi. Ecco, io ho cercato proprio questo». (IJ. p. 1073)
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