Questa è l’acqua

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L’ultimo libro dell’ultimo genio della letteratura americana (Articolo apparso sul Riformista).

di Francesco Longo

Acqua_blog«A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte», disse Don DeLillo nel discorso che tenne a New York, nell’ottobre del 2008, in ricordo di David Foster Wallace. Oggi, quel breve testo, che allora fu letto in pubblico, è diventato la prefazione del nuovo libro di Wallace che Einaudi ha appena pubblicato in anteprima mondiale. La raccolta si chiama Questa è l’acqua (Einaudi, pp. 166, euro 16,50) e contiene sei testi inediti in Italia (cinque racconti) più il testo (che dà il titolo alla raccolta) che è il discorso che Wallace tenne ai giovani laureati del Kenyon College nel 2005 e che Luca Briasco definisce, nella nota che chiude questa edizione di cui è il curatore, come «un testo quasi sapienziale».
Se si paragona questo discorso alle Lezioni americane di Calvino (ed è inevitabile cadere in questo paragone) lo si scopre più leggero, meno compiaciuto e più in grado di far luce sul nesso che lega la letteratura, gli studi umanistici e il comportamento morale della vita quotidiana. In questi cinque racconti, pubblicati tra il 1984 e il 1991, si trovano tutte le virtù e i vizi che rendono Wallace quell’indiscusso fuoriclasse della letteratura che oggi tutti riconoscono. Nel racconto che apre la raccolta, «Solomon Silverfish» si legge: «Sophie ricordava i malati di tubercolosi visti da piccola. Adesso la loro sembrava una morte elegante. Dimagrivano e espettoravano sgargianti colori in delicati fazzoletti di seta, impallidivano sempre più, diventavano quarzosi e traslucidi, quasi sbiadissero davanti agli occhi distolti del loro mondo, trasferendo ciò che erano in un altrove alto, freddo e delicato. Angeli erano sembrati, e le lenzuola del letto di un lontano cugino malato erano bianco inamidato, pulite come dovrebbero esserlo le ali. Ma laddove la tubercolosi era stata delicata, eterea, ultraterrena, il cancro era scuro e tozzo. Umidiccio, rovente e centripeto».
In un brano così si ritrova concentrata molta della narrativa di Wallace: chirurgia linguistica, acrobazie lessicali, dolcezza emotiva, attrazione verso il mondo della malattia e capacità di deformare il mondo o di restituirlo alterato così come questo si può mostrare ad un occhio iper-sensibile. Non è un caso che poche pagine dopo il protagonista baci «lacrime silenziose di un dolore silenzioso», che unisce il tipico calore amorevole cariato di sofferenza ricorrente nell’universo wallaciano.
wallaceQuesta raccolta sarà probabilmente letta da chi ha ancora addosso il gelo della notizia della sua morte. Lettori pronti a ridere quando leggeranno il racconto «Altra matematica» in cui un nipote si dichiara innamorato del nonno: «Sono innamorato di te, nonno». O si prepareranno tristemente ai battuti percorsi psicologici del racconto che ha come incipit: «Prendo gli antidepressivi da, quanto sarà, un anno, e ritengo di avere i numeri per dire come sono».
Prima dell’estate è uscito in Italia un libro di critica letteraria su Infinite Jest. L’autore è Filippo Pennacchio e il libro si intitola What Fun Life Was. Saggio su Infinite Jest di David Foster Wallace (Arcipelago Edizioni, pp. 188 euro 10). Tra le numerose tesi interessanti di questo studio, c’è quella che pone Infinite Jest all’interno di una tradizione di narrativa enciclopedica che vanta opere come la Divina Commedia, Gargantua e Pantagruel, il Don Chisciotte, Moby Dick, il Faust e l’Ulisse di Joyce e che arrivava fino a Pynchon.
Il lettore che si avvicinasse a Wallace con Questa è l’acqua deve sapere che ciò che lo attende è proprio Infinite Jest (magari assistito dall’interpretazione che ne dà Pennacchio).
Chi invece è già un conoscitore di Wallace non avrà bisogno di sapere altro circa questa raccolta, gli sarà sufficiente sapere che è in libreria per uscire e comprarla. Ultima cosa, però. Nel testo sapienziale Wallace scrive: «Il genere di libertà davvero importante richiede attenzione, consapevolezza, disciplina, impegno e la capacità di tenere davvero agli altri e di sacrificarsi costantemente per loro». Non vi pare questa una vera lezione americana?

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10 Risposte to “Questa è l’acqua”

  1. G.L. Says:

    Sì. E molto altro ancora.

  2. Giampiero Says:

    (Il curatore dovrebbe essere Luca Briasco, non Brioschi)

  3. RAV Says:

    “Tra le numerose tesi interessanti di questo studio, c’è quella che pone Infinite Jest all’interno di una tradizione di narrativa enciclopedica…”

    Tesi interessante? E’ praticamente la definizione della sedicente “letteratura postmoderna”, e il manifesto programmatico dei vari Pynchon De Lillo Foster Wallace, e questo dai tempi de… la lezione sulla Molteplicità di Italo Calvino, che in America si é fusa con l’ipertesto di Landow e altre cosette per diventare il programma ufficiale di una certa scuola di creative writing. Quindi tutto torna, e la “tesi interessante” è una tautologia che testimonia piuttosto dell’influenza *enorme* di quella lezione di Calvino su DFW.

  4. Filippo Pennacchio Says:

    Piccola precisazione: l’autore di What Fun Life Was, cioè il sottoscritto, è Filippo Pennacchio, non Flavio (evidentemente un piccolo refuso di Longo).

    Bè, RAV, diciamo che io non pongo esplicitamente Infinite Jest all’interno della suddetta tradizione; piuttosto cerco di probematizzare la questione.
    Per altro il riferimento è solo in parte alla lezione sulla molteplicità di Calvino (che invero puntava più sul concetto di “iperromanzo”, per certi versi altra cosa rispetto a quello di “romanzo enciclopedico”); semmai è a Mendelson che penso, e al suo tentativo di porre Gravity’s Rainbow all’interno di un continuum enciclopedico. Poi c’è Moretti con il concetto di “modern epic”. Insomma, volendo approfondire un attimo, la questione non è così facilmente liquidabile.

    Tra l’altro non credo che Calvino abbia avuto un influenza tanto enorme su Wallace o su altri scrittori contemporanei cosiddetti “enciclopedici”.

    Poi suvvia, parlando di “sedicente letteratura postmoderna” e di manifesti programmatici si rischia di mettere i vari Pynchon, DeLillo e Wallace nello stesso calderone, senza accorgersi che talvolta sono tra loro distantissimi.

  5. RAV Says:

    Bé innanzitutto ti chiedo scusa per la rapida liquidazione, diciamo che la sintesi non rendeva pienamente l’originalità della tua tesi. Diciamo allora che il tema “letteratura postmoderna – enciclopedia – ipertesto” é stato piuttosto battuto, e a giusto titolo. Senz’altro io, che non sono uno specialista, ho una percezione della questione molto più vaga della tua ma rimango convinto a) di una certa uniformità (di pubblico e di critica almeno); b) dell’influenza, diretta o indiretta, di quella lezione di Calvino. L’articolo di Longo, che cita tutti assieme, mi pare una testimonianza interessante non tanto della sostanziale esattezza di questa semplificazione, ma della sua validità perlomeno dal punto della Wirkungsgeschichte.

  6. Francesco Longo Says:

    Chiedo scusa per i refusi che sono già stati corretti.
    @RAV: ma veramente nel mio articolo cito insieme Delillo, Pynchon e Wallace? Sei tu a citarli nel tuo commento, non io.
    Io cito Goethe, Joyce e Pynchon, ma non per parlare del postmoderno.
    Saluti

  7. RAV Says:

    Eh no, citi anche De Lillo, all’inizio dell’articolo, per via dell’elogio funebre. Sono stato un po’ brusco a parlare (in figura) di manifesti programmatici per un insieme che non é un movimento, e infatti di manifesti programmatici non ne ha scritti, o ne ha scritti troppi, ciascuno il suo; ma é un fatto interessante che questi autori si ritrovino sempre negli stessi articoli, persino involontariamente. Un fatto, voglio dire, rilevante. Se ho parlato di “postmoderno” non é mica perché m’interessi arrivare qui, buon ultimo, a raggruppare i soliti noti in un movimento letterario desueto, ma perché il termine andava di moda in altri tempi, e questa moda letteraria (che ha in Calvino, Borges, Nabokov dei numi tutelari) é il contesto in cui é cresciuto DFW.

  8. Filippo Pennacchio Says:

    @RAV:
    d’accordissimo con te sul discorso ricezione: a volte è immancabile trovare la solita sequela di nomi negli stessi articoli – questo però è spesso dovuto all’approssimazione con la quale si leggono o si considerano certi autori;

    d’accordo pure sul fatto che il clima in cui Wallace è cresciuto sia stato quello della (virgolette d’obbligo) “letteratura postmoderna” – sfido chiunque a non leggere certi tratti della sua scrittura proprio alla luce di questo legame;

    ecco, sono invece meno convinto che si sia trattato di una moda o di un fenomeno effimero; è invece stato un qualcosa di piuttosto complesso e “scomodo” – lo dimostra anche la difficoltà e talvolta l’imbarazzo con cui certi autori sono stati approcciati o subito liquidati.
    Poi ripeto, Calvino, Borges e Nabokov centrano ben poco con autori come Wallace, DeLillo o, chennesò, Vollmann o Powers. Diversi i contesti, diversi i modi di intendere la letteratura…
    Se poi consideri che l’etichetta di “postmoderno” è stata applicata ad autori tra loro lontanissimi come Burroughs, Barth o Pynchon capisci bene che ogni tentativo di generalizzare o circoscrivere il “fenomeno” lascia il tempo che trova.

  9. giuseppe genna Says:

    Bellissimo articolo. Mi pare importante quanto dice Filippo nel commento qui sopra – io sento la vicenda di questa tradizione in movimento, che è la contemporaneità, allo stesso modo. Se si toglie la “risata” (componente fondamentale e polare in DFW, soprattutto tenendo presente l’altro polo, cioè la zona di assenza di risata – e del resto sono splendide le considerazioni che fece sull’umorismo letterale in Kafka), mi pare che William Vollman sia destinato a risultare il nome americano su cui puntare per i prossimi anni, anche se bisognerà attendere l’arco completo dei “Dreams” per valutare, con cautela, come necessario fare per qualunque manifestazione artistica contemporanea.

  10. davideventicinque Says:

    Un piacere “ascoltarvi”

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