Hanno detto di lui

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Una pubblicazione straordinaria, quella di questo weekend, che la redazione di minima&moralia ha deciso in occasione del primo anniversario dalla scomparsa di David Foster Wallace. Il primo è un pezzo che Nicola Lagioia ha scritto qualche tempo dopo la notizia della sua morte per la rivista Lo Straniero. A seguire due interventi, uno di Tom Bissel l’altro di Dave Eggers pubblicati su McSweeney’s e tradotti dal nostro direttore editoriale e traduttrice di Wallace, Martina Testa, di cui l’ultimo ricordo.

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» Questo, molto semplicemente, il tenore dei commenti a botta calda. Io stesso – che lavoro per la casa editrice che ha pubblicato Foster Wallace fuori dagli States per prima – sono stato raggiunto telefonicamente da persone che non sentivo da mesi o che conosco solo di sfuggita: nessuna pruriginosa richiesta di informazioni sul perché e sul percome del gesto, né la voglia di chissà quale analisi definitiva sull’esperienza letteraria dell’autore di Infinite Jest – piuttosto, la voglia di condividere con qualcun altro che presumibilmente ha fatto esperienza dell’universo-Foster Wallace una notizia pubblica che, inaspettatamente, irrompe nel privato. Irrompe nel privato e fa male, questo il punto. «Cosa sta succedendo?» mi sono chiesto allora.
A differenza di Hemingway, David Foster Wallace non era una star. Non era neanche un divo della pura assenza come Thomas Pynchon. Si trattava di una persona schiva e gentile, che non se la tirava, e che al delirio metropolitano degli scenari alla Bret Easton Ellis preferiva la quiete nascosta e forse anche monotona delle università di provincia. Dunque, lo sgomento provocato dalla sua morte c’entra poco con l’isterico falò dell’effimero che circonda i campioni della società dello spettacolo quando escono di scena. Tra l’altro, molte delle persone che, appresa la notizia del suicidio, hanno sentito il bisogno d’incontrarsi o semplicemente di mettersi in contatto tra di loro (non tanto gli addetti ai lavori, ma i puri e semplici e sacrosanti lettori), interpellate sui propri gusti letterari, hanno indicato – più o meno confusamente, fuori da ogni ordine cronologico, ma sempre con passione – in Philip Roth e in Cormac McCarthy e in Houellebecq e in Céline e in Philip Dick (questi ultimi due, considerati giustamente a tutti gli effetti dei contemporanei) i loro scrittori di riferimento per il presente, le loro bussole di carta. Solo qualcuno metteva al primo posto Foster Wallace. Dunque, molto spesso, ad andarsene non era stato neanche il loro autore preferito. «E tuttavia», mi hanno tutti detto, «se si fosse suicidato Roth o McCarthy, mi sarebbe dispiaciuto moltissimo non poter leggere i loro prossimi libri. Ma come dire… non avrei sentito tutto questo scombussolamento emotivo». E per quale motivo? «Era uno di noi… solo più talentuoso», di nuovo l’immancabile risposta. Così, prima ancora di capire attraverso il passare del tempo qual è la vera eredità dei reportage di Tennis, tv, trigonometria, tornado o di Considera l’aragosta (probabilmente il superamento del gonzo journalism di Hunter Thompson e di Lester Bangs, uno sfondamento letterario capace di spianare la strada per il revival delle scritture ibride) o di romanzi-mondo come La scopa del sistema e Infinite Jest (il tramonto della stagione minimalista e, contemporaneamente, un vittorioso tentativo di superare il postmoderno mettendosi coi piedi sulle spalle proprio dei vari Barth e Barthelme fin quasi a schiacciarli?), si può cercare di isolare già da adesso di cosa è fatto il vuoto emotivo lasciato da questo scrittore. «Era uno di noi…» Sì, ma in che senso? Pur non avendo mai commesso l’errore di scrivere un romanzo generazionale, David Foster Wallace è stato lo scrittore di riferimento (non necessariamente il più amato, forse non il migliore, ma il più vicino) per moltissimi lettori dell’Occidente ricco nati dopo gli anni sessanta. Insomma, la cosiddetta generazione x. Ma di che tipo di vicinanza si trattava? Sia che ambientasse le sue storie in mondi semifantascientifici dominati dalle multinazionali che negli studi televisivi dei quiz serali o del David Letterman Show che nelle aziende del terziario che nelle classi di creative writing, i personaggi di Foster Wallace erano molto simili ai suoi lettori. Tutti nati in un mondo mostruosamente libero e competitivo (il nostro), tutti abbastanza colti, tutti cioè posseduti dalla cultura pop ma consapevoli della mostruosità che il pop iniziava a rivelare già alla fine del secolo scorso, tutti spietatamente inclini all’autoanalisi fino alle soglie della ridondanza depressiva, di conseguenza tutti a rischio di tracolli d’autostima, tutti capaci di ispezionare fino all’ultima molecola la composizione di un universo bidimensionale e scintillante che provoca inevitabili malesseri in chi lo abita ma che (pur lasciandosi ispezionare in questo modo) non si lascia invece attraversare. Ed eccola, la tragedia dei personaggi di David Foster Wallace: l’incapacità di toccare la cosiddetta real thing. O, per dirla diversamente, l’incapacità di guardare in faccia la Gorgone. Abitare un mondo perennemente acceso dalle luci dei monitor e della pubblicità e dei centri commerciali e dell’informazione giornalistica e della politica-spettacolo, avere tutti gli strumenti per capire che quel mondo rischia di minare alla base lo stesso principio di umanità di chi ne è dentro, dunque sapere che esiste per così dire un controcanto notturno oltre l’abbacinante apparenza di tutte quelle luci ma non riuscire a trovare la porta che consentirebbe di entrare e dunque di attraversare quella notte avendo in questo modo almeno la possibilità di un riscatto: ecco la condanna di tutti i personaggi di David Foster Wallace. Sentire intorno a sé il Male, ma non riuscire più neanche a raggiungerlo così da sbarazzarsene per sempre, persino (o a maggior ragione) nella sconfitta. Una condanna a cui si sottrae il Bardamu di Céline (che invece la sua notte riesce ad attraversarla) o il Barney Mayerson di Philip K. Dick (che nelle profondità dello spazio si trova faccia a faccia con il terribile Palmer Eldritch) o il Marlow di Conrad (che al termine del proprio viaggio nelle tenebre trova Kurtz) o prima ancora Achab, forse il padre di tutti i viaggiatori notturni della letteratura dell’ultimo secolo e mezzo. Una condanna alla quale – per tornare alla contemporaneità – si sottrae il protagonista di uno dei più intensi e significativi reportage di David Foster Wallace: quel David Lynch che per certi versi di Foster Wallace è l’antitesi, e che molto spesso è riuscito a salvare se stesso e tutti noi (sia pure per la durata di un lungometraggio) facendo parlare i propri personaggi direttamente dal dark side per il quale i personaggi di Foster Wallace non riescono invece a trovare mai la via d’accesso. Così, se la scomparsa di Foster Wallace ci lascia soli con qualcosa, è proprio questa terribile impasse. Trovare una strada (etica, artistica, profondamente umana) per superarla rimanendo vivi, è la scommessa che rende più preziosa qualunque eredità del genere.
di Nicola Lagioia

Avevo una sola cosa in comune con Dave Wallace: il vizio di masticare tabacco. Anzi, in realtà, ce n’era anche un’altra: tutti e due venivamo dal Midwest. Ah, e poi probabilmente ho copiato da lui più che da ogni altro scrittore. Ma la nostra amicizia, in effetti, si basava soprattutto sul fatto che tutti e due masticavamo tabacco, e lo masticavamo mentre scrivevamo, e spesso ci odiavamo per questo nostro vizio. L’ultima volta che l’ho visto, in primavera, ero reduce da un’operazione alla bocca – la mia terza operazione alla bocca, a dirla tutta. Avevamo parlato tanto della nostra abitudine ma non avevamo mai masticato tabacco insieme, ed era la prima volta che ci vedevamo da parecchi anni. Si può dire che eravamo conoscenti più che amici. È difficile instaurare un’amicizia con una persona che si ammira così tanto quanto io ammiravo Dave, e la dice lunga sul suo garbo e la sua gentilezza il fatto che, pur sapendo benissimo quanto ero in debito con lui come scrittore, mi abbia anche solo lasciato entrare nella sua vita. Comunque sia. Tornando al tabacco. Lui aveva smesso per un po’, ma poi aveva ricominciato. Io avevo smesso da tre settimane. Dopo lunghe contrattazioni, decidemmo che potevamo concederci almeno una masticatina insieme, una sola. Finita quella, ci mettemmo a giocare a scacchi. Mi stracciò due volte di seguito, senza mai smettere di esternare la sua sorpresa per quanto mi stessi rivelando una schiappa. (Prima di cominciare, mi aveva detto che i suoi amici si sorprendevano sempre di quanto fosse una schiappa lui.) Quando poi, al termine delle partite, gli chiesi di firmare la mia copia di Infinite Jest (che avevo comprato nel 1996, mentre ero al college, quando spendere 30 dollari per un libro cartonato ti mandava in bancarotta sul serio, e che da allora mi ero portato dietro praticamente ovunque, perfino nel mio soggiorno in Uzbekistan con i Peace Corps, altra cosa non facilissima, date le limitazioni di bagaglio e di spazio a cui eravamo sottoposti), lui me la firmò in un modo molto tenero e bello, ma anche un po’ sardonico, disegnando uno schemino che mostrava il progredire delle nostre partite a scacchi, quasi a lasciar intendere che mi aspettava tutta una serie di partite a scacchi con lui in futuro: fece due segni di spunta sotto il suo nome e lasciò vuoto lo spazio sotto il mio. Poco prima della fine del weekend, però, finalmente riuscii a batterlo. Mi scordai di fargli correggere lo schemino, ma mi dissi che la prossima volta che ci saremmo visti gliel’avrei chiesto, e magari ci saremmo anche fatti un’altra partita.
L’unica cosa che posso dire di Dave è che la persona che leggiamo sulla pagina – le circonvoluzioni da Via Lattea del suo cervello, l’integrità quasi da uomo di altri tempi, la capacità di rendere colloquiali le cose intellettuali e di dare eleganza alle cose scatologiche e di raccontare con onestà le cose orribili, l’impressione che dava di non cercare mai di mentire al lettore – coincide, di fatto, con la persona che era. O se non altro, con la persona che è sempre stato quelle volte che l’ho incontrato e ci ho parlato, che non sono state molte, ma che proprio per questo, adesso, mi sono ancora più care. Per quanto sia difficile crederlo, nei rapporti personali e virtuali era altrettanto spiritoso che sulla pagina. Qualche giorno dopo quel weekend passato insieme, ho ricevuto un’e-mail in cui Dave commentava lo stato in cui erano rimasti i cani suoi e della moglie dopo la partenza della mia ragazza, la quale aveva legato talmente bene con quegli animali che la separazione aveva lasciato parecchio turbate tutte le parti in causa. In questa e-mail scriveva che i cani continuavano «a vivere, sul piano emotivo, in una sorta di stato apparentemente post-coitale; lei gli ha fatto qualcosa, a livello fisico, che sembra essere stato tutt’altro che spiacevole». Gli mandammo anche dei cioccolatini, e lui ci assicurò che la moglie Karen ci si sarebbe «avventata sopra strillando di letizia, mentre io mi mordo le mani per l’invidia». «Stato apparentemente post-coitale». «Strillando di letizia». Nessun altro scrive così. Anche adesso, oggi, quando col cuore di piombo sono andato a recuperare queste e-mail, nel rileggerle, chissà come, ho riso di nuovo. Era una persona schietta, sì, e spiritosa, certo, ma era anche l’uomo più gentile e più corretto che si possa immaginare: una specie di gentilezza da vecchietta del Midwest, di correttezza non priva di ostinazione che però aveva dentro anche lo spazio per cose pesanti.
Io non riesco a capire come possa esistere un mondo in cui uno come lui ci lascia in questo modo, ma le opere di Dave, se cercavano di insegnarci qualcosa, cercavano di insegnarci che non esistono risposte semplici. In questo secondo e impenetrabile giorno dalla sua morte non riesco a levarmi dalla testa l’ultima frase di Infinite Jest, in cui Don Gately, probabilmente il personaggio più complicato, affascinante e straziante che Dave abbia mai creato, si risveglia su una spiaggia dopo una pesantissima abbuffata di droghe. «E quando si riebbe era disteso sulla schiena su una spiaggia di sabbia ghiacciata, e pioveva da un cielo basso, e la marea era molto lontana». In questo periodo la marea sembra più lontana, e il cielo più basso, che in qualunque altro momento della mia vita, e l’unico scrittore che consideravo in grado di mostrarmi esattamente quanto era lontana, e quanto ci avrebbe messo a riavvicinarsi, se n’è andato.
di Tom Bissell

Contattammo per la prima volta David Foster Wallace mentre mettevamo in piedi la rivista letteraria Might, nel 1996. Avevamo letto La scopa del sistema e quindi gli chiedemmo se gli andava di mandarci qualcosa: un articolo, un racconto, un appunto su un tovagliolo di carta. Lui ci mandò un pezzo, sul sesso all’epoca dell’AIDS, che fu di gran lunga la cosa migliore che la rivista abbia mai pubblicato. Mi ricordo che ci arrivò in condizioni impeccabili, senza un refuso o un errore di punteggiatura: di fatto era impossibile da editare. Ma uno dei nostri editor ci si mise d’impegno e cominciò a riempirlo di freghi rossi come se fosse stato il pezzo di un esordiente. Tornammo in noi appena in tempo, e ci rendemmo conto che in fatto di scrittura quel tizio ne sapeva molto di più di quanto ne sapessimo, o ne avremmo mai potuto sapere, noi.
Un paio d’anni dopo lo conobbi per la prima volta di persona. Abitavo a New York e lavoravo per Esquire: lui aveva appena pubblicato un racconto sulla rivista. Insieme ad Adrienne Miller (che all’epoca era la responsabile della narrativa) lo portammo a cena in una tavola calda dietro l’angolo. Notai con sollievo che di gastronomia sembrava saperne poco quanto me, o interessarsene poco quanto me. La tavola calda fu un sollievo per tutti e due. Parlammo del fatto che era cresciuto a Champaign-Urbana, nell’Illinois, e che io ci avevo frequentato il college, e che suo padre ci insegnava, e rivangammo le bellezze e le stramberie dell’Illinois centrorientale.
È un’esperienza molto strana e di rara intensità quella di conoscere di persona uno scrittore che consideri straordinario e rivoluzionario ma che al tempo stesso proviene dalla tua stessa parte del mondo: e che ha proprio tutta l’aria di provenire dalla tua stessa parte del mondo. Era spiritoso, aveva una correttezza perfino eccessiva e una totale mancanza di supponenza. Era – tutti l’hanno detto e continueranno a dirlo – esattamente come uno avrebbe sperato: era esattamente come uno avrebbe voluto che fosse la persona che aveva scritto quei libri. E lo si capiva già dopo essergli stati accanto un paio di minuti. Era un vero essere umano, molto più colloquiale e normale di quanto ci si poteva immaginare, vedendo ciò che riusciva ad architettare sulla pagina.
Per tutta la cena tenne una tazza sotto il tavolo, mezza nascosta alla vista, in cui sputava il succo di tabacco. Fino a quel momento non avevo idea che avesse il vizio di masticare tabacco. Era buffissimo, perché è un’abitudine molto bizzarra, e molto problematica se non si vive all’aria aperta. Un cowboy o un giocatore di baseball possono sempre sputare per terra, ma chiunque altro si deve portare appresso una tazza piena di sputo marrone. Come quella che lui tenne sotto il tavolo per tutta la cena. Dovevo trattenermi dal guardarla in continuazione.
Qualche mese dopo, Dave fu la prima persona a cui chiedemmo di scrivere qualcosa per McSweeney’s, convinti di non poter cominciare la rivista senza di lui. Per fortuna ci mandò un pezzo immediatamente, a quel punto capimmo che si poteva iniziare. Avevamo davvero bisogno del suo incoraggiamento, del suo nulla osta, perché stavamo cercando, almeno all’inizio, di concentrarci sulla letteratura sperimentale, e in quel campo lui era talmente più avanti di tutti gli altri che senza di lui tutta la nostra impresa sarebbe apparsa ridicola.
Insieme al primo pezzo ci mandò anche un assegno di 250 dollari. Era una cosa inaudita: insieme al contributo letterario, ne mandava uno finanziario. E così fu il primo benefattore della rivista, anche se insistette perché in quel primo numero la sua donazione restasse anonima. Non mi venne facile incassare quell’assegno: avrei voluto conservarlo, incorniciarlo, passare ore a guardarlo.
Il biglietto che ci mandò era scritto a corpo 8, in un carattere con le grazie, ed era ritagliato in modo tale che non andasse sprecato neanche un po’ di carta. Non aveva ancora cominciato a usare l’email, cosa che fece solo molto più tardi. Fino a quel momento, spediva buste da Bloomington, Illinois, con dentro un solo foglio, tagliato in modo tale da utilizzare solo la carta strettamente necessaria per quel messaggio. Il resto lo conservava, o lo usava per altre lettere. E così, ti capitava di trovare nella busta un foglietto di dieci centimetri di altezza e venti di larghezza. E, anche in questo caso, non c’era neanche una parola fuori posto.
Queste lettere diventarono il mio modo di comunicare personalmente con Dave. Anche se lo ammiravo come persona e come scrittore più di quanto sia mai riuscito a dirgli, restammo amici sul piano professionale. Io gli chiedevo di mandarci i suoi pezzi ogni volta che voleva, e tutto quello che ci ha mandato l’abbiamo sempre pubblicato.
di Dave Eggers

Ecco come sono diventata una traduttrice: nel 1998 ho comprato A Supposedly Fun Thing… in una libreria internazionale di Roma: il primo pezzo mi ha lasciata interdetta, il secondo mi ha tenuta sveglia quasi per tutta una notte, il libro intero mi ha esaltata come forse non aveva mai fatto nessun altro libro prima di allora; io e un mio amico abbiamo sentito dire che una casa editrice cercava un traduttore proprio per quel libro; non avevamo esperienza; gli abbiamo chiesto di farci provare; ci hanno fatto provare; la prova gli è piaciuta. Da allora ho tradotto più di 30 libri dall’inglese all’italiano. Alcune sono opere di narrativa sperimentale, o best-seller di qualità, o candidati al premio Pulitzer, o perfino vincitori del premio Pulitzer, ma di nessuno vado fiera come dei quattri libri di David Foster Wallace su cui ho lavorato. Nessuno è stato altrettanto difficile e gratificante. Su nessuno mi sono impegnata con tanto amore.
Ogni volta che ho tradotto qualcosa di suo, gli ho mandato delle domande. Lui rispondeva con riluttanza, era in difficoltà, continuava a dire che una certa storia era impossibile da tradurre in maniera dignitosa e fedele – il che a volte mi faceva venire da piangere; e poi scriveva pagine intere per spiegarmi una singola parola o una singola frase, e concludeva dichiarando la sua totale fiducia nelle mie capacità di traduttrice – il che, di nuovo, mi faceva venire le lacrime agli occhi. Per quello che mi è dato capire, il motivo per cui gli veniva così difficile lavorare con i traduttori non è che considerava le sue parole talmente curate e perfette che chiunque altro, lavorandoci sopra, le avrebbe rovinate; piuttosto, aveva soprattutto paura di essere frainteso, male interpretato, o semplicemente incapace di comunicare esattamente ciò che voleva: in altre parole, era votato all’estrema chiarezza, onestà, purezza, a tutti i costi. Ho sempre pensato che la sua scrittura fosse così complessa e ricca di sfumature perché attribuiva un valore profondamente morale all’atto in sé del comunicare un pensiero, un’immagine, un’idea al mondo esterno: non voleva che la gente lo capisse male, che capisse male una qualunque cosa di quelle che diceva o scriveva; e si faceva veramente in quattro per evitarlo. Poteva sembrare geloso delle sue parole, ma in questo atteggiamento io in realtà vedo un altissimo grado di generosità.
Ho avuto anche la fortuna e l’onore di conoscerlo di persona. L’ultima volta che l’ho visto eravamo a Capri per un festival letterario. Gli ho fatto da interprete in alcune interviste e nell’incontro ufficiale con il pubblico. Era con la moglie (una gran bella persona), e sembrava talmente sereno e rilassato che non ho la forza di pensare che nel profondo non fosse affatto così. Continuava a dire che eravamo vecchi amici (anche se in realtà ci eravamo incontrati solo due o tre volte, e detti poco più che ciao). Mi dava pacche sulle spalle, mi abbracciava, mi scroccava sigarette con un sorriso imbarazzato (aveva smesso di masticare tabacco, ma ancora non poteva fare a meno della nicotina) e mi chiedeva di stargli vicino; una volta, quando mi sembrava di aver combinato un disastro nel fare da interprete a un altro autore, si mise subito a rassicurarmi del fatto che ero andata benissimo. Nonostante si facesse un gran parlare di quanto era a disagio in mezzo alla gente, in realtà aveva un calore e una dolcezza che sarebbero rari da trovare in chiunque – figuriamoci poi in un genio, o nel tuo scrittore preferito. Sul libretto del festival mi scrisse «Per Martina, con immensa gratitudine e affetto». Nessun sentimento è mai stato così reciproco. Mi mancherà per sempre.
di Martina Testa

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7 Risposte to “Hanno detto di lui”

  1. Alessandro Puglisi Says:

    Grandi contributi, che rendono onore a una personalità di altissima levatura, ancora troppo poco conosciuta.

  2. medleye Says:

    “Mi manca chiunque”.

    “Mark ascolta. E’ vero: lui è speciale. Sono entrambi speciali. (Ma io non sono speciale, e probabilmente non lo siete neanche voi: cazzo, non possiamo essere tutti quanti speciali, è ovvio; non c’è abbastanza posto per una folla così grande, qui. Pazienza.)”

  3. lettrice semplice Says:

    Grazie.
    I pezzi di Bissel e di Eggers li avevo già scovati, quello di Nicola Lagioia è bellissimo e ho la strana sensazione di avere già letto anche il contributo di Martina Testa, ma non so se è possibile. Comunque sottoscrivo tutto, parola per parola.
    Ho pianto, di nuovo. Solo qualche lacrima, ma mi stono trattenuta. L’anno scorso quando ho saputo la notizia ho pianto due ore davanti al pc, tra l’altro in pubblico perché quello di casa era rotto e sono dovuta andare in biblioteca.
    Ho pianto perché neanche io “riesco a capire come possa esistere un mondo in cui uno come lui ci lascia in questo modo”. La parola più ricorrente i suoi lettori e ammiratori scelgono per descrivere la loro relazione con lui e con la lettura di ciò che ha scritto è: amore. E’ anche la mia.

  4. giuseppe genna Says:

    Conoscevo due dei quattro contributi – quelli stranieri. E’ per me fondamentale e commovente il fatto che la mia attuale direttrice editoriale e il mio attuale direttore di collana siano non soltanto intellettuali straordinari, ma persone di profonda umanità – quale del resto era DFW, su cui ancora, credo, si dovrà meditare a lungo, fare depositare l’infinitudine che era vortice e sfondo silenzioso. Davvero grazie – state allestendo un e-zine bellissimo!

  5. DaniMat Says:

    Il tema trasversale di Infinite Jest è l’appropriazione, approccio borghese al mondo e in generale speculazione filosofica (borghese) sulla realtà, sistema egoista di conoscenza: come bambini cresciuti o cani a vita mettiamo in bocca tutto ciò che vogliamo conoscere ….

  6. Laura Says:

    grazie.Bellissimi articoli.
    Io m i metto fra quelli che avrebbero detto, a domada ‘scrittore preferito’, Roth, o Ellis, o Houellebecq.
    Ciò non toglie che sia stata molto addolorata.pur ammettendo che su F.Wallace ho trasferito m olto della scomparsa che mi ha fatto soffrire di più, quella di Kurt Cobain.

  7. marco Says:

    cavolo, mi sono perso (spero in un resoconto da parte di qualcuno che era presente) gli incontri mantovani dedicati a wallace, ma intanto rituffarmi a leggere questi interventi mi ha di nuovo fatto venire il magone. a un anno di distanza conservo ancora sul cellulare, e non ne capisco il motivo, una collezione di sms arrivati da almeno una ventina di persone che mi scrivevano commentando la notizia del settembre 2008: attonite sconvolte tristi incredule. dopo un anno l’assenza continua (e torna) a pesare. per fortuna ci sono i suoi libri, vecchi e nuovi, qualche rara immagine video, poche foto, le firme con le faccine sulle copie autografate, sei parole di un suo romanzo registrate su una vecchia audiocassetta, e tutto il suo mondo che in parte corrisponde al nostro.

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