Il non-italiano

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Nel 2007 La Stampa commissiona a Gianluigi Ricuperati un articolo su Renato Soru, all’epoca Presidente della Regione Sardegna, con cui Ricuperati collabora insieme a Stefano Boeri per l’organizzazione di Festarch, un festival internazionale di architettura che si tiene ogni anno a Cagliari. L’articolo non verrà mai pubblicato. Ma oggi che sappiamo come sono andate a finire le cose  il suo contenuto sembra  ancora più attuale, mostrando sotto traccia le ragioni della sconfitta di uno sconfitto potenziale. Soru è anche in modo silenzioso il grande assente alle primarie del Partito Democratico in corso di svolgimento.

di Gianluigi Ricuperati

Cosa si può pensare di un uomo che quando si presenta la prima volta ti saluta con la voce ferma e sommessa, tendendo il braccio come un militare; e quando ti conosce abbastanza l’unica differenza ha a che fare proprio con quel braccio, un po’ più rilassato, più vicino alle costole, finalmente molle e mobile? Ora sto cenando con lui e altri: è seduto davanti a me: qualcuno sta finendo di raccontare una storia, lui sembra sempre disattento e parla pochissimo. Il potere, questa astrazione invadente, ha di solito entrambe le caratteristiche: silenzioso, continuamente distratto. Lui, però, pare anche spesso a disagio: è un amministratore ma non si accontenta di amministrare, non ha lampi di seduzione. Chiede vuoi l’acqua? Chiede che cosa ne pensate. Chiede mi passi le posate. Ma è chiaro che se davvero potesse farebbe come i religiosi shaker americani: si alzerebbe, appenderebbe tavoli e sedie al muro e libererebbe lo spazio conviviale per fare qualcosa di nuovo, un’idea ambiziosa, un progetto folle, un’ossessione da far calare nella realtà. Quando se ne trova di fronte uno che gli interessa risponde quanti soldi servono? Ma la simpatia, l’accordo temporaneo delle voci, l’armonia del vino e del cibo – è evidente – sono dei passatempi sbagliati.
RENATO_SORUPer ragioni di lavoro culturale, nel corso di un anno ho passato un po’ di tempo  da osservatore privilegiato con Renato Soru: ovvero, nell’ordine: il presidente della Regione Sardegna. Il fondatore di Tiscali. L’uomo che con un paio di balzelli e provvedimenti ha attirato le ire di Briatore e i plausi degli ecologisti. Quello che  guida la sua propria automobile: che gira senza scorta: che rispondendo al telefono a chissà chi, un giorno, ho sentito dire non credo che sia il mio cellulare a non prendere, credo sia il suo. Lo stesso che i pescatori sardi salutano con una certa riverenza, come se fosse un altro pescatore, appena più grosso. Lo stesso che passa accanto a un rimorchiatore del porto di Cagliari e tutti quelli che gli stanno intorno capiscono all’istante quanto si identifichi, volerlo o no, con il rimorchiatore. I rimorchiatori sono circondati da una consistente coltre di gomma da pneumatico, per attutire ogni eventuale contatto con lo scafo che sta faticosamente, miracolosamente, fastidiosamente conducendo a destinazione – a un qualche genere di destinazione. E lo si voglia o no Soru sta rimorchiando la sua regione in un altrove rilevante. Con tutte le asperità del carattere, con tutta la differenza di passo che lo separa dalla macchina amministrativa, con tutto il decisionismo che lo separa dai riti dolci, circolari, del fare politico, del lasciar fare politico; persino con l’antipatica abitudine a non mostrare mai un cedimento, un dubbio, la possibilità di non essere davanti agli altri e di non aver ragione.

Ma a dispetto di tutto questo, la Sardegna, specie per le èlites intellettuali di mezzo mondo – architetti, artisti, manager culturali, visionari della tecnologia – sta diventando un polo d’eccellenza assoluto. Un posto in cui scommettere al di là del sole e delle coste, guarda un po’, ben oltre i profili erosi e imperturbati dei siti archeologici. Il curatore Hans Ulrich Obrist, una delle persone più interessanti nel mondo dell’arte, ha definito la Sardegna di Soru in modo impagabile, con l’accento svizzero-cosmopolita: “La Sardegna è già la caffeina dell’Europa’. E comunque fa paura, e mette i brividi alla nostra attitudine democratica e complessa, pensare quanto lo spirito del tempo, e lo spirito di un luogo, possano dipendere così intimamente da un solo spirito concentrato in un solo corpo. Soru, nome che in continente pronunciamo con un certo grado di dolcezza di vocali e consonanti, mentre in Sardegna viene stretto nella bocca di chi lo sta usando, di chi lo sta nominando.

I nomi dei politici sono monete dal suono immediato, facile, smerciabile, perchésoru02g devono resistere all’uso e all’abuso, e questo forse è uno dei motivi per cui molti uomini politici importanti, prima o poi, mostrano segni di stanchezza infinita, i loro corpi assottigliati, i loro sguardi spenti nell’eco di tutte le volte che sono stati guardati, le orecchie che fischiano per le troppe volte che il nome è stato messo in circolo nell’aria. I nomi dei politici sono l’eco ripetuta n volte di una specie di santità negativa. Ora dovete immaginarlo su una spiaggia vuota, ventosa, in una domenica mattina di marzo. Una spiaggia sarda, non c’è bisogno di dirlo. Le mani in tasca. Il passo delle persone rapide, che quando vogliono diventano anche lente. Lo sguardo attento, assorto, su ogni dettaglio, su ogni centimetro di terra: ma soprattutto su tutto ciò che di artificiale svetta sul magnifico paesaggio naturale: un cartello con scritto Area protetta: colonia di ‘fenicotteri’: proprio così , fenicotteri con le virgolette, come se non fossero proprio lì, davanti a noi, disposti in un rombo rosa. Glielo faccio notare, un piccola macchia ortografica che ha qualcosa di patetico e perdonabile: e sorride, con i livelli di irritazione mandati a quel paese, per una volta. Perché qualche ora prima, davanti al porto di Cagliari, percorrendo una sequenza di panchine di legno appena messe dall’amministrazione per suo esplicito volere, stava per togliere le lattine abbandonate con le sue mani: non capisco perché le tengono così, ma perchè non buttate le cose nel cestino. Soru, in altre parole, non lascia la punte velenose sul campo di battaglia dell’agone politico – le porta dietro senza sosta, minuto per minuto.

Il peggio è altrove. Non sull’acqua, ma sulla terraferma. Ma come è possibile, come è possibile, esclama puntando le braccia contro un campo da golf sospeso sul mare. Mi fanno arrabbiare più questi che gli edifici abusivi. Ma come si fa a costruire un campo da golf qua? Poi, tornando in auto, salendo di un centinaio di metri, è chiaro come il sole che intorno al campo da golf c’è una corona di palazzacci. Ecco che la voce di Soru entra nella modalità più stanca e cupa: la cosa terribile è la sensazione che dopo di me torneranno a fare tutto quello che vogliono. A volte temo che sia solo questione di tempo. Soru, in Sardegna, a qualunque livello, è un nome che genera un triangolo di sensazioni, compreso fra l’amarezza, il rispetto e una segreta incomprensione. Ma Soru non ama la Sardegna per dieci giorni all’anno. Non è neppure detto che la ami e basta. E’ un’adorazione muta e compressa, dura, secca, la sua. Si può detestare o ammirare, restarne delusi o restarne rapiti, ma una cosa è certa: Renato Soru è un non-italiano perfetto.

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