Il diritto d’asilo finisce nel centro di detenzione

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Inviato a Tripoli, il giornalista Stefano Liberti ha intervistato alcune tra le vittime dei respingimenti; le tragiche esperienze raccontate da questi uomini, oltre a suscitare sgomento e un senso d’ineluttabile sconfitta umana (non soltanto loro), illuminano su quella che è in effettivo la politica intrapresa dal nostro paese in tema di migrazione. L’inchiesta è leggermente datata, ma c’è da dubitare che nel frattempo sia cambiato qualcosa.

di Stefano Liberti

mani«Noi abbiamo chiesto soccorso. Loro sono arrivati, ci hanno presi e riportati indietro».
Richard – lo chiameremo con questo nome fittizio per evidenti ragioni di sicurezza – ancora non si capacita di essere stato rispedito al punto di partenza a poche decine di miglia dall’isola di Lampedusa, meta finale di un lungo viaggio cominciato tre anni prima nel Corno d’Africa. Richard è una delle più di mille vittime dei cosiddetti respingimenti, la politica inaugurata nel maggio scorso dal nostro Ministero dell’Interno, in virtù della quale gli immigrati intercettati in acque internazionali diretti verso la Sicilia vengono scortati indietro in Libia. L’ultimo si è concluso proprio ieri, quando all’ora di pranzo un’imbarcazione con 75 somali a bordo è stata ricondotta al porto di Tripoli. Una politica che nelle parole di Silvio Berlusconi, venuto domenica in visita in Libia in occasione dell’anniversario del trattato di amicizia, cooperazione e partenariato firmato nell’agosto del 2008 a Bengasi, è «efficace perché ha ridotto più del 90 per cento gli arrivi a Lampedusa».
«Dobbiamo essere severi con chi cerca di entrare clandestinamente», ha detto il Presidente del Consiglio, ignorando di fatto le critiche dell’Alto Commissariato delle Nazioni unite per i rifugiati (Nhcr) e della Commissione europea, preoccupati per la presenza di potenziali richiedenti asilo sulle imbarcazioni respinte in Libia. Richard, da questo punto di vista, è un caso emblematico. Lui è di nazionalità eritrea e, se fosse arrivato in Italia, avrebbe ottenuto in modo pressoché automatico l’asilo politico o la protezione umanitaria. In Libia è invece oggi in un centro di detenzione, quello di Misradah, colpevole di aver tentato di lasciare il paese clandestinamente. È da qui che, per telefono, racconta i dettagli di quella che chiama la sua «deportazione».
«Era il primo luglio scorso. Eravamo 82 persone sulla barca, fra cui nove donne e tre bambini. Dopo quattro giorni in mare, non sapevamo più dove eravamo. Con un satellitare abbiamo chiamato i nostri amici a Tripoli, che a loro volta hanno chiamato alcuni eritrei in Italia. Questi ci hanno ritelefonato chiedendoci le nostre coordinate satellitari per darle alle unità di soccorso italiane. Mezzora dopo è arrivata una barca grande, fiancheggiata da altre due barche piccole». Richard descrive l’imbarcazione. «Era una nave militare, c’era anche un elicottero sopra». Racconta che l’equipaggio li ha fatti salire tutti e 82 e avrebbe detto loro che il loro calvario era finito, che erano fortunati perché li stavamo portando in Italia, sarebbero potuti andare a Roma o a Milano. Ma intanto lo scafo faceva rotta verso sud. Il nostro interlocutore sostiene di aver trascorso 12 ore sulla barca italiana e che a un certo punto lui e i suoi compagni si sono insospettiti. «I nostri amici a terra, quando avevamo dato loro le coordinate, ci avevamo detto che eravamo a 30 miglia da Lampedusa. Non potevamo metterci tutto quel tempo ad arrivare sull’isola». I loro sospetti si sono poi avverati quando hanno visto spuntare una barca più piccola libica. Richard racconta che a bordo c’erano anche alcuni italiani e tutto lascia credere che si sia trattato di una delle tre motovedette che il ministro degli interni Roberto Maroni ha consegnato nel maggio scorso al governo libico in seguito all’accordo del 30 dicembre 2007 sui pattugliamenti congiunti. «Ci hanno fatto salire a bordo. Evidentemente eravamo arrivati in acque libiche. Abbiamo passato altre tre ore sulla motovedetta. Poi siamo arrivati a Tripoli», aggiunge l’uomo, che parla anche di alcuni momenti di tensione sulla barca italiana, in cui l’equipaggio avrebbe usato la forza per bloccare un incipiente tentativo di rivolta. Dal molo di Tripoli, gli immigrati mancati sono stati poi trasferiti in vari centri, dove tuttora si trovano. «Qui siamo in preda al nulla. Non sappiamo quando e se ci faranno uscire. Mangiamo male. Non facciamo niente dalla mattina alla sera», lamenta Richard, che chiede aiuto e dice di non voler rimanere in quello che definisce «l’inferno di Misradah».
filaNel centro di detenzione sulla città costiera della Tripolitania sono stati rinchiusi molti degli eritrei respinti dall’Italia. Anche le donne e i bambini. «È un campo con un vasto cortile dove si sta di giorno e con piccole celle per la notte». La descrizione di Joe (altro nome fittizio), un eritreo di 23 anni che conosce bene il centro perché ci ha passato due anni della sua vita. «Sono stato lì dal 2007 al maggio scorso. Poi sono riuscito a scappare». Seduto sul materasso che occupa metà della sua stanza di 4 metri quadri in un sobborgo periferico di Tripoli, il ragazzo mostra sul cellulare le foto del campo. In un grande spiazzo di sabbia, si vedono donne e bambini anche molto piccoli. «Stavamo tutti insieme sperando che ci liberassero. Quando stai lì non hai informazioni, non hai la minima idea di quanto tempo rimarrai recluso». Joe ha il tesserino di rifugiato rilasciato dall’Unhcr di Tripoli, ma il documento non ha alcun valore in questo paese, che non ha mai firmato la Convenzione di Ginevra e non riconosce ufficialmente nemmeno l’alto commissariato per i rifugiati, nonostante abbia permesso l’apertura della sede. Joe vive con decine di altre persone in un bugigattolo dalle pareti di cartone. Da un corridoio dal pavimento di terra sono state ricavate alcune stanzette, ognuna delle quali occupata da una o due persone. Nelle stanze, c’è un materasso, un fornelletto per il gas e una lampadina. «In tutto siamo 27. Eritrei, etiopi, egiziani. Abbiamo 3 bagni in tutto», racconta il ragazzo. Joe oggi è scoraggiato. «Gli italiani ci respingono, ma non si rendono conto che non abbiamo scelta. Non capiscono che fuggiamo da una situazione drammatica. In Eritrea è impossibile vivere». Il ragazzo è arrivato in Libia dopo essere fuggito dal servizio militare obbligatorio nel suo paese, che ha una durata virtualmente illimitata. Ha trascorso qualche mese in Sudan e oggi è a Tripoli bloccato. Ha paura di imbarcarsi, ma in Libia deve vivere di fatto nascosto. Si sente braccato e, quando esce, si guarda le spalle. «Non voglio finire di nuovo in un campo».
In Libia ci sono una trentina di centri di detenzione per immigrati, sparsi per tutto il paese. La legge non prevede un tempo di permanenza massimo. Così capita che gli stranieri catturati rimangano anche anni rinchiusi. Una situazione che certo non è migliorata con la politica dei respingimenti: gli immigrati rimandati indietro dall’Italia vengono portati tutti nei centri, che finiscono per scoppiare. «L’Italia scarica sulla Libia il problema dell’immigrazione, senza preoccuparsi del destino di quanti vengono rimandati indietro», denuncia Giovanni Martinelli, vescovo di Tripoli, nella cui chiesa ogni venerdì viene approntato un servizio di assistenza agli immigrati. «Questi ragazzi sono gente in gamba, pieni di iniziativa. L’Europa lo deve capire. E deve anche capire che la Libia non può essere lasciata sola a gestire questo fenomeno gigantesco».

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Una Risposta to “Il diritto d’asilo finisce nel centro di detenzione”

  1. LUCA T. Says:

    Ergo, se deduco bene:questo governo, per la politica dei respingimenti, per la politica della sicurezza, per l’accettazione supina del clima di razzismo dilagante, per la responsabilità indiretta delle centinaia di morti nel mare Mediterraneo e in Libia è responsabile di crimini contro l’umanità.

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