Re Zinedine

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Questo articolo è apparso sullo Straniero

di Alessandro Leogrande

La notte del 12 luglio del 1998 il giovane Yazid, figlio di proletari algerini della periferia di Marsiglia, regala la prima Coppa del mondo di calcio alla Francia, segnando due goal di testa al magno Brasile di Ronaldo e Roberto Carlos. Per i due miliardi di esseri umani che guardano la partita in tv, Yazid è meglio noto come Zinedine Zidane, il più grande giocatore che abbia calcato i prati verdi dopo Diego Armando Maradona. Zidane è un calciatore fuori dal comune, un rettile imprevedibile. Come i grandi di questo sport, da Garrincha a Baggio a Messi, sembra provenire da un altro pianeta: quando nello spazio di pochi secondi fa una giocata in grado di spiazzare – rovesciando la logica comune – non solo gli avversari, ma anche i milioni di spettatori che vi assistono direttamente o sullo schermo, pare visitato dagli dei. Ed è questo in fondo che rende tuttora il calcio, nonostante la sua mutazione, un territorio epico che si rinnova costantemente, anche perché – tranne in rarissimi casi come Kakà – quasi mai queste visite premiamo i figli delle élites sociali.
zidaneMa Zidane, come tutti i calciatori professionisti di un certo livello, è anche una macchina per fare soldi, il fulcro di un comitato d’affari che trascende l’uomo e il giocatore fino a snaturarlo, trasformarlo in altro da sé. Ed è proprio il confine dialettico tra il guizzo geniale e, diciamo, la sua razionalizzazione capitalistica che una biografia-inchiesta per nulla agiografica, Zidane. Una vita segreta (Marsilio), prova ad analizzare. L’autrice è una giornalista di L’Express, Besma Lahouri, che ha indagato per un paio d’anni un mondo che si è mostrato a tratti inaccessibile, impermeabile a qualsiasi infiltrazione esterna. Anche se alle volte Lahouri potrebbe approfondire meglio l’oggetto della sua narrazione, Zidane. Una vita segreta (tradotto in italiano da Raffaella Ferrara) è un libro interessante, tra i pochi che si discostano dal profluvio acritico ed eccitato di testi d’argomento sportivo tanto in voga nell’editoria contemporanea. Detto per inciso: oggi raramente lo sport (e soprattutto lo sport più amato, il calcio) è inteso e narrato come specchio della società, un frammento da analizzare criticamente per scorgere disfunzioni più grandi. In genere ci si limita alla chiacchierata da bar o alla rievocazione dei miti della propria infanzia, inglobandole in una lingua media (quella appunto del giornalismo sportivo globale) che anestetizza sul nascere qualsiasi analisi critica, qualsiasi collegamento tra il particolare e il generale, qualsiasi destrutturazione di quegli stessi miti…
Besma Lahouri parte da un’altra finale mondiale, quella del 2006, nella quale uno Zinedine Zidane che ha appena annunciato che lascerà il calcio dopo la fine della partita si fa malamente espellere, quando mancano pochi minuti ai calci di rigore, per aver rifilato una capocciata in pieno petto a Materazzi. In quel momento, all’apice della sua carriera, il genio e l’irrequietezza del calciatore sbattono violentemente l’un con l’altra. Nessun romanziere avrebbe potuto prevedere una simile uscita di scena; eppure è proprio quello che succede, e per anni il gesto ingiustificabile verrà difeso in tutti i modi da una nazione in blocco, la Francia, in genere piuttosto obiettiva quando si parla di sport (si pensi, ad esempio, alle inchieste dell’Equipe sul doping al Tour). Ma Zidane è Zidane, e tutti – da Chirac all’ultimo dei ragazzini che accarezza un pallone su un campetto di provincia – non sono mai obiettivi quando si parla di lui. Sono molto belle le pagine in cui Lahouri descrive un paese in ginocchio di fronte alle bizze del suo Achille. Così come sono inquietanti quelle in cui ritrae il clan di faccendieri che circonda il giocatore.
In quindici anni di carriera, Zidane ha guadagnato 80 milioni di euro. Come vengono gestiti, smistati, reinvestiti questi soldi? Contattare Zidane direttamente è impossibile per chiunque. La sua immagine e le sue relazioni sono gestite da una ristretta cerchia di persone capitanata dai due fratelli, la moglie, alcuni amici che rispondono ai cellulari (che per la cronaca vengono cambiati ogni sei mesi) e, su indicazione del semidio, decidono se il caso o no di passarglielo. La lista dei sommersi e dei salvati è costantemente aggiornata, ed è così che Zidane per anni ha tenuto in pugno il mondo del calcio, del giornalismo sportivo e delle multinazionali pubblicitarie. Rendendosi imprevedibile nei contatti umani come sul campo di gioco. Come tutti i grandi fuoriclasse del XXI secolo (da Ronaldo a Federer), Zidane non è solo uno sportivo: è anche un uomo-immagine capace di far impennare i fatturati di decine di corporation, dalla Danone in giù. Quando oggi viaggia in giro per il mondo, dal Sud-est asiatico alla sua Algeria, gli vengono riservati gli onori di un capo di Stato. E allora c’è da chiedersi: quanto rimane del calcio, dell’epica del calcio, in tutto questo? La storia del povero che si riscatta attraverso lo sport, del ragazzino silenzioso e sofferente di banlieue che diventa un funambolo in grado di mandare fuori tempo qualsiasi difensore, è ancora intatta o è inevitabilmente corrotta da un sistema feroce che uccide i suoi figli? Che stritola il campione come la massa di cui, dopo pochi anni, nessuno si ricorderà più?
Zinedine Zidane si è affermato nella Juventus (venendo coinvolto di striscio nell’inchiesta sul doping e le mille omertà della prima squadra italiana) e si è consacrato a fama imperitura nel Real Madrid, dopo quello che è stato a lungo il trasferimento più costoso della storia del calcio. Ha vinto coppe, trofei e palloni d’oro. Ha condotto la nazionale transalpina laddove neanche Platini era stato capace di condurla. Ha segnato gol spettacolari e dribblato grappoli di avversari. periferia_parigiMa c’è un momento puramente cinematografico della biografia di Lahouri che merita di essere ricordato.
Il 6 ottobre 2001, poche settimane dopo l’11 settembre, allo Stade de France si gioca l’amichevole Francia-Algeria. Sugli spalti, migliaia di immigrati di seconda generazione fischiano la Marsigliese e alla fine invadono il campo sventolando bandiere algerine. Per la Francia è uno shock senza precedenti: la cittadella interrazziale del football è esplosa, gli odi del passato coloniale ritornano. Il giorno dopo, il difensore nero Thuram è il primo a sollevare la questione del malessere delle periferie. I giornali e le tv non parlano d’altro, all’interno e al di fuori dei confini nazionali. Tutti attendono che parli Zidane, che il re si esprima e plachi gli animi. Ma Zidane tace, si trincera dietro una coltre di silenzio. Eppure, senza che nessuno sappia niente, si fa portare in macchina da un amico a Barbès. Per più di un’ora l’auto attraversa a bassa velocità le strade e stradine del quartiere. Zidane osserva questa mini-Algeria di Francia dal finestrino, senza dire niente, senza farsi riconoscere. Guarda e basta. E, come sempre, si tiene tutto dentro. Per giorni i giornalisti sportivi e politici, gli altri calciatori, i tifosi dei Bleus, gli arabi di Parigi e di Marsiglia, Bush e Chirac continueranno ad attendere parole che non arriveranno, del tutto ignari di quella visita segreta, così simile alle visite dei monarchi dell’ancien régime.

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Una Risposta to “Re Zinedine”

  1. lausaveviaw-online Says:

    leggere l’intero blog, pretty good

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