Archive for settembre 2009

Hanno detto di lui

settembre 12, 2009

Una pubblicazione straordinaria, quella di questo weekend, che la redazione di minima&moralia ha deciso in occasione del primo anniversario dalla scomparsa di David Foster Wallace. Il primo è un pezzo che Nicola Lagioia ha scritto qualche tempo dopo la notizia della sua morte per la rivista Lo Straniero. A seguire due interventi, uno di Tom Bissel l’altro di Dave Eggers pubblicati su McSweeney’s e tradotti dal nostro direttore editoriale e traduttrice di Wallace, Martina Testa, di cui l’ultimo ricordo.

Il suicidio di David Foster Wallace ha lasciato scioccata un’intera generazione di lettori. Al di là dei coccodrilli e del tran tran dignitosamente ordinario di una breve commemorazione mediatica, le autostrade telematiche sono state rapidamente invase da messaggi pieni di sgomento e di dolore autentico. Sui siti internet, nei blog, nei forum di discussione e poi, fuori dalla rete, nelle conversazioni tra appassionati (spesso molto giovani) di letteratura contemporanea: «è morto uno di noi…», «lo sentivo vicino come un fratello…», «adesso mi sento persino più solo di prima…», «si può provare tanto dispiacere per una persona che non si è mai frequentata fuori dalla pagina?» Questo, molto semplicemente, il tenore dei commenti a botta calda. Io stesso – che lavoro per la casa editrice che ha pubblicato Foster Wallace fuori dagli States per prima – sono stato raggiunto telefonicamente da persone che non sentivo da mesi o che conosco solo di sfuggita: nessuna pruriginosa richiesta di informazioni sul perché e sul percome del gesto, né la voglia di chissà quale analisi definitiva sull’esperienza letteraria dell’autore di Infinite Jest – piuttosto, la voglia di condividere con qualcun altro che presumibilmente ha fatto esperienza dell’universo-Foster Wallace una notizia pubblica che, inaspettatamente, irrompe nel privato. Irrompe nel privato e fa male, questo il punto. «Cosa sta succedendo?» mi sono chiesto allora.
(more…)

Questa è l’acqua

settembre 11, 2009

L’ultimo libro dell’ultimo genio della letteratura americana (Articolo apparso sul Riformista).

di Francesco Longo

Acqua_blog«A distanza di anni sentiremo ancora il gelo che ha accompagnato la notizia della sua morte», disse Don DeLillo nel discorso che tenne a New York, nell’ottobre del 2008, in ricordo di David Foster Wallace. Oggi, quel breve testo, che allora fu letto in pubblico, è diventato la prefazione del nuovo libro di Wallace che Einaudi ha appena pubblicato in anteprima mondiale. La raccolta si chiama Questa è l’acqua (Einaudi, pp. 166, euro 16,50) e contiene sei testi inediti in Italia (cinque racconti) più il testo (che dà il titolo alla raccolta) che è il discorso che Wallace tenne ai giovani laureati del Kenyon College nel 2005 e che Luca Briasco definisce, nella nota che chiude questa edizione di cui è il curatore, come «un testo quasi sapienziale».
(more…)

La prima vittima. Tom & Jerry & la guerra giusta

settembre 9, 2009

di Raffaele Alberto Ventura

Poiché passiamo la porzione più dilettevole della nostra esistenza di cittadini democratici a «prendere posizione», a «giudicare», ad «aderire», spesso a «condannare» e ovviamente ad «argomentare», come passeremmo le giornate se non fossimo informati d’un numero congruo di rivoluzioni, esecuzioni, attentati e varie catastrofi? Ma soprattutto chi saremmo, se non potessimo definire noi stessi per mezzo d’una guerra lontana? La politica estera, si direbbe, è la forma più pura di politica interna. Per fortuna di conflitti se ne trovano a ogni angolo e anche di giornali, documentari, flussi RSS, twitter per raccontarne i sordidi dettagli. A noi spettatori resta l’onere di soppesare a mente fredda le ragioni dei contendenti, documentandoci quanto basta — cioè pochissimo. In fondo la regola dello spettacolo è semplice: tra gatto e topo, ha sempre ragione il topo. Ma chi è il topo?
(more…)

Diritti civili, omofobia e clericalismo «anche» degli attuali contendenti del Pd in ballottaggio

settembre 7, 2009

di Aldo Busi

Io non ho mai dichiarato i miei gusti sessuali pensando così di legittimarli e di forzarli in una dignità che già non avessero di per sé, ho dato bensì voce altisonante al mio legittimo disprezzo ideologico, direi carnale, verso ogni forma di oscurantismo e di dispotismo, dunque, qui in Italia, verso la religione vaticana che mi proibiva biblicamente di avere preferenze e capricci dopolavoristici al di fuori della normativa sessista promossa, almeno a parole, per la sua sopravvivenza e trionfo.
Io odio la tenebra da senso di colpa e la morbosità da rimozione e la violenza a fior di pelle dei chierichetti e dei frustrati a vita, penso che l’omosessualità maschile e femminile, se sanata dai complessi di peccato e di abominio imposti dalle religioni monocratiche, sia il toccasana e il sale della vera civiltà universale a pari merito dell’eterosessualità, perciò soltanto la determinazione personale e individuale, la volontà, la responsabilità, il libero arbitrio non imposto ma mutuo e la dolce intesa alla luce del sole tra cittadini parimenti adulti e maturi mi eccitano e sono il mio lievito naturale da sempre (il che significa che la mia vita sessuale è stata modesta, e l’unico autentico godimento di cui serbo ricordo è consistito nel descriverne gli scacchi, le frane, i bidoni, l’ideale ostinato sempre più patetico e surreale man mano che vado invecchiando, la frenesia apatica in crescendo, la schizzinosa promiscuità e il senso di nausea galoppante che poi tutto ha travolto e annientato, dirottandomi ancora giovanissimo verso una vana e molto vanesia astinenza con tutte le sembianze esterne della foia più partecipe, un coinvolgimento più psichico da ricercatore che non emotivo da parte in causa, anche se ero e se sono a battere in un parcheggio, in una stazione ferroviaria, in una sauna, in un cinemino porno, tanto, come ho scritto, l’amore per me batte solo alle tempie, piattole a parte; adesso che faccio mente locale, non mi viene in mente nessun episodio in cui, non dovendomi una volta tanto accontentare, non abbia preso le distanze magari già con una cappella a tutto sesto nel culo e la mente architettata in uno pneuma altrove, all’esodo dall’immeritato e sproporzionato supplizio; infine, l’unico aggeggio di cui si può fare del tutto a meno in caso di omosessualità maschile è un secondo uomo a parte te; io poi, scrivendo, mi facevo anche da terzo, l’orgia era contemplata già nel privé della mia sintassi).
(more…)

In memoria di Jerry Masslo

settembre 4, 2009

Una versione leggermente più breve di questo articolo è uscita su l’Unità del 25 agosto scorso, a vent’anni esatti dall’omicidio di Jerry Masslo. Masslo, attivista politico fuggito dal Sudafrica dell’apartheid, si trovava a Villa Literno per raccogliere i pomodori insieme a migliaia di altri braccianti africani, sfruttati e sottopagati. Quando un gruppo di balordi, a notte inoltrata, entrò nel casolare dove dormiva per rubarvi i pochi averi, oppose resistenza. Fu freddato a colpi di pistola. Era il 1989.

di Alessandro Leogrande

Masslo_blogVent’anni fa, in quella calda estate che precedette la caduta del Muro di Berlino, il barbaro omicidio di Jerry Masslo produsse uno spartiacque nella percezione del razzismo e del «lavoro migrante» in Italia. Un fremito scosse il paese. Il 28 agosto i funerali furono trasmessi dalla Rai; il 20 settembre in Terra di Lavoro fu organizzato il primo sciopero nero contro i caporali legati alla camorra; il 7 ottobre una grande corteo di oltre 200 mila persone sfilò per le strade di Roma. Dopo l’assassinio sorsero e si moltiplicarono le prime associazioni antirazziste e si arrivò, nel 1990, alla legge Martelli sull’immigrazione.
Da allora altre leggi (non sempre migliori) sono state promulgate fino alle nefandezze del recente «pacchetto sicurezza», mentre l’universo degli immigrati in Italia è profondamente mutato. È divenuto più complesso, articolato, frastagliato, componendosi di milioni di uomini e donne. Vista da questa prospettiva, il 1989 può apparire un’epoca lontana. Eppure non lo è, perché dopo la morte di Jerry Masslo altri braccianti stranieri sono stati uccisi come lui.
(more…)

L’industria della solidarietà: Linda Polman e il big business umanitario

settembre 2, 2009

di Ernesto Aloia

Dopo la lettura del saggio di Linda Polman, L’industria della solidarietà, (Bruno Mondadori, 214 pp, 16 euro), forse faremmo bene ad aggiornare il breve catalogo delle nostre certezze. I Buoni non sono più buoni. O almeno, non sempre.
Le organizzazioni umanitarie in zona di guerra saranno pure animate da ottime intenzioni, ma è molto dubbio se il loro impatto sia positivo o se, piuttosto, non finisca paradossalmente per tradursi in un aggravamento e in un allungamento dei conflitti.

(more…)