La pena della forma

by

di Sergio Garufi

cetaceo
Di solito in vacanza la gente tende a fare l’opposto di quanto faceva durante l’anno, e, in ossequio a questo precetto, in vacanza io non leggo. O meglio, non mi porto libri appresso. Due estati fa, forse per l’eccessiva astinenza, mentre attendevo il volo di ritorno comprai all’aeroporto un saggetto succoso che s’intitola Semplicità insormontabili, scritto da Roberto Casati e Achille Varzi. È una raccolta di 39 brevi storie su paradossi logici e filosofici, e fra queste vorrei segnalarne una in particolare che mi colpì molto. Si tratta di un dialogo telefonico tra un funzionario dell’ufficio elettorale della Casa Bianca e la signora Norma. In sintesi, il primo chiama la seconda per chiedere le sue intenzioni di voto. La signora Norma – nome molto azzeccato – reagisce spazientita dicendo che non ne può più di rispondere tutto il giorno a sondaggisti che la importunano per mille motivi: quale detersivo preferisce, cosa guarderà in televisione, dove trascorrerà le ferie ecc. Al che il funzionario replica che quello non è un sondaggio, bensì delle vere e proprie elezioni. Il nome che pronuncerà la signora Norma sarà il futuro presidente degli Stati Uniti, e questo perché hanno scoperto che lei incarna alla perfezione i gusti dell’americano medio. Ecco la ragione per cui gli istituti di statistica la disturbano e perché è inutile indire nuove elezioni. Norma rimane scioccata dalla rivelazione, piagnucolando rivendica la sua autonomia di pensiero, la propria individualità irriducibile, si dichiara unica e irripetibile, vuole essere originale; e per tutta risposta il funzionario ribatte: «appunto, come pensa l’americano medio». 

Ora, io non so se questa regola dovrebbe valere anche al contrario, ossia se chi è maggiormente colto e consapevole di se dovrebbe aspirare all’indistinzione, o perlomeno non temere di essere confuso nella massa anonima di suoi simili, però noto che quasi tutte le mie frequentazioni, composte in gran parte da persone istruite, soffrono in fondo la stessa condizione della signora Norma. Negli anni ho passato parecchie vacanze con gruppi di amici che sceglievano sempre come meta di destinazione isolotti sperduti, e all’interno di questi era fatto obbligo di prendere il sole unicamente nelle spiagge più remote, quelle raggiungibili mediante scarpinate fantozziane di mezz’ora fra i rovi. In quelle occasioni credevo che il mio fastidio per questi atteggiamenti nascesse da una congenita pigrizia, che mi porterebbe naturalmente verso un comodo alberghetto a mezza pensione sulla costa romagnola, possibilmente fronte mare, con l’ombrellone prenotato e il giornalaio di fiducia. Ma non è solo questo. A  ben vedere, il medesimo atteggiamento m’indispone pure ogni volta che, recandosi al supermercato per fare la spesa, l’amica germanista passa a trovarmi in negozio e mi saluta con un’espressione patibolare, detestando il rito di massa e la folla che incontrerà in quell’ambiente. Resta solamente da capire se la mia idiosincrasia verso il tentativo dei miei amici colti di distinguersi dagli altri non rifletta a sua volta il mio tentativo di distinguermi da loro. Forse la spiegazione di tutto la enunciò a suo tempo Pirandello, quando affermò  che ciascuno patisce la propria condizione, la c.d. pena della forma, la pena d’esser così e non poter essere altrimenti.

Annunci

Tag: , ,

Una Risposta to “La pena della forma”

  1. LUCA T. Says:

    Chi è davvero nobile e consapevole di sé non ha bisogno di sbandierarlo, non brama il deserto né l’indistinzione, ma è davvero disponibile, pur senza un ingenuo ottimismo antropologico, all’ascolto ed all’incontro. Mi è capitato di parlare con lo storico Carlo Ginzburg, che ha chiacchierato con l’ultimo incolto e ignoto nessuno con attenzione e curiosità, come se stesse parlando con un grande nome, o un uomo di pari rango intellettuale. In una società rasa al suolo dall’omologazione diventa un dovere sociale la distinzione. La costruzione della propria identità, opera d’arte per la quale tutti si sentono artefici di capolavori, implica spesso una ricerca assidua di scelte che collochino altrove, via dalla banale folla. Si sgomita affannosamente per guadagnare l’elezione, ma soprattutto per gridarla in faccia agli altri sgomitanti, che hanno fallito la gara e restano nel circolo degli uguali. “Guai a chi è diverso/ essendo egli comune” scrisse Sandro Penna, vagheggiando un esito che però raramente si verifica, perché la diversità comune, non troppo diversa dunque, è di sicuro successo. Si rinuncia al cellulare, pesando poi sugli altri che ce l’hanno; mai andare a ballare perché ci vanno tutti; figuriamoci la tintarella, le lampade, l’attenzione al proprio aspetto, le fotografie in vacanza (salvo chiedere la macchina agli altri quando viene in mente un’immagine a cui nessuno mai avrebbe pensato). Ancora bisogna evitare di tralignare negli usi plebei dei social network, che servono solo a decorare e nascondere la mancanza di una personalità interessante. L’autopromozione, soprattutto se è così palese e impudica, è troppo convenzionale. Tuttavia gli aristoi prima o poi non ce la fanno più; hanno bisogno del riconoscimento; qualche strappo alla regola dello snobismo è necessario. Il coraggio di chi rinuncia ai beni della materia e dell’apparenza, per propendere per quelli dello spirito è un altro bene della materia e dell’apparenza, perché i più si lasciano tentare e svelano la dipendenza dal credito della banale folla.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: