Il galateo di monsignor Eusebio

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L’intervista a Eugenio Montale, qui sotto, è datata 2 giugno 1968. Visibile anche sul sito dell’Espresso nel numero della rivista dedicato al ’68.

di Camilla Cederna

EUGENIO4La contestazione, i giovani, la musica. «A scuola dovrebbero esserci due sole materie obbligatorie, la lingua italiana e la buona educazione».
Milano – «Sono Celentano e voglio parlare con Montale», disse al telefono una voce arrogante. «È partito», rispose Montale. «Cosa vuole?». «Gli dica che sono arrabbiatissimo, che gli farò querela», fu dall’altra parte la concitata risposta. E, con un pacato: «Va bene, riferirò», Montale riappese il ricevitore.
Ma la querela lui non la teme. È vero che elencando i personaggi famosi che figurano in una collana di Longanesi nel suo ultimo elzeviro sul Corriere egli citò anche il «sedicente cantante Celentano», ma chi dice che è un insulto? «Io mi limito a costatare un fatto: che lui dice di essere un cantante. Non è un’offesa, non è un giudizio morale: che poi questa sua qualità io l’affermi o la neghi, spetta alla malignità della gente stabilirlo».

E camminando in quel suo modo curioso, un trotterello spezzato, un lento beccheggiare, un arresto un po’ pensile quando il mimare della telefonata lo esige, per prima cosa Montale mi presenta la sua nuova casa: in cima all’armadio di camera sua l’upupa impagliata che gli regalò Parise con quell’elegante raggera di penne sul petulante capino («e dovevi vedere quando durante il trasloco camminavo per strada con l’upupa in una mano e il martin pescatore nell’altra, mi han certo preso per un matto»), da una parte i rossi tetti di via Bigli, dall’altra il balcone ricoperto di vite americana che dà sulla gran corte frondosa, tutte quelle foglie che a Milano son d’un verde minerale, quasi veleno, mentre i tronchi e i rami sono neri catrame.

La lettera di Hölderlin
Ogni oggetto la sua spiegazione, secondo una felice consuetudine di Montale, sempre anche una notizia in più e generalmente insospettata. L’upupa? Si nutre di sterco di cavallo, quindi è una razza che presto si estinguerà. Il ritrattino sbiadito di una bella bambina di una volta, con tanti riccioli biondi giù per le spalle? Una sua sorellina morta piccola. Anche lui da bambino era biondo, anzi quasi albino, «mia madre conservava un morbido ciuffetto candido, ed era mio». Mentre coi suoi capelli adesso lui è in polemica, «li vorrei corti e lisci, che sono più seri, invece mi è venuta questa stupida criniera riccia, e di un giallume antipatico, almeno fossero decisamente bianchi». (Quanto a sua madre, era una specie di bellissima Lucia Mondella, con due scriminature che incrociandosi al centro le traversavano la testa, e ben quattro chignons alle estremità).

Tornando ai cantanti (il bell’elzeviro che mandò in collera Celentano era dedicato al fenomeno Callas), Montale è convinto che genio e imbecillità devono essere le loro principali componenti.
Genio in dose omeopatica, qualche scintilla a far tanto: e imbecillità moltissima, ché una persona intelligente, anche se ha voce (ecco il suo caso personale, prendeva lezioni dal maestro Sivori che lo considerava un baritono dei più promettenti, ma le prendeva di nascosto vergognandosene un po’), non ce la fa ad arrivare fino al palcoscenico, data la quantità di cose ridicole da affrontare, la barba finta, la spada, la calzamaglia, il cerone, il petto del soprano, la voragine della sua bocca spalancata a un centimetro di distanza, oltre a quel ripetere cinquanta volte e sempre peggio la stessa frase.
È un po’ di tempo però che di cantanti Montale non ne sente, da quando cioè ha smesso di fare la critica musicale, così adesso alla Scala non ci va più. Né lo invitano alle prove generali, da quando il sovrintendente Ghiringhelli gli ha bocciato la prefazione per un volume sulla Scala nel ventennale della ricostruzione. Non è stato comunque il sovrintendente a comunicargli il rifiuto; ma l’ufficio stampa, con una telefonata che diceva grazie tante, ma il pezzo non va bene, perché s’è permesso di dare dei giudizi personali (forse sette righe d’elogio al maestro Siciliani?).

EUGENIO2Del resto dai direttori o sovrintendenti dei teatri lirici lui non s’aspetta granché: non molto tempo fa uno di costoro infatti ricevette in omaggio dei dischi della Deutsche Grammophon, e la lettera d’accompagnamento finiva con due versi di Federico Hölderlin sulla musica che più di ogni altra arte affratella gli uomini: e non ringraziò lo sciagurato indirizzando la lettera a Federico Hölderlin, Berlino, direttore dalle Deutsche Grammophon? (Lettera subito fotografata e mandata in giro per il mondo con commenti ironici del vero direttore). Con quel suo viso fuori d’ogni norma, a vari piani rotondi, scosso inoltre da qualche tic non inquietante (come gonfiare e sgonfiare adagio adagio le guance, il che aggiunge una superficie rotonda in più all’insieme), quando smette di parlare, Montale pare che faccia le fusa in poltrona ruminando i ricordi, ma non c’è domanda che non accetti, e a cui di buon grado non risponda. Ma sì, anche sui giovani naturalmente, e sui loro movimenti, coi quali però non si può identificare, per il semplice fatto che lui non è mai stato giovane, non lo è mai stato perché nessuno gliel’ha detto mai, e di solito è quando vengono dette che le cose si sanno.
Lui era il più giovane della famiglia, e aveva soltanto amici più vecchi, così quando conobbe Sbarbaro che gli era maggiore di sette anni, lo trattava con reverenza e quasi gli venne un collasso il giorno che gli propose di dargli del tu. Quel che poi vogliono fare della scuola i giovani d’oggi, sia così privilegiati (tutte quelle borse di studio, i campeggi, i viaggi, i divertimenti vari, e oltre tutto possono cominciare una carriera politica a venticinque anni), a Montale non è chiaro. In realtà, e qui la sua faccia si arriccia un pochino dal divertimento, se si organizzassero bene per distruggere completamente lo Stato, potrebbe anche nascere una cosa curiosa. Ma è sicuro che non lo faranno perché son tutti in cerca di una sistemazione.

Né d’altre parte si sa cosa sarà la scuola di domani, dati i professori e i laureati di oggi. Non sono pochi gli studenti che gli scrivono per chiedergli cos’era il Gabinetto Vieusseux che egli dirigeva, perché i loro professori non lo sanno. Quei pezzi d’asino, commenta sbuffando di nuovo: e si che al Vieusseux ci andava gente come Manzoni e Leopardi.
E intanto le cattedre vanno moltiplicandosi, e le cosiddette scienze dell’uomo, ogni giorno ne nasce una, compresa la semiologia che in un recente congresso è stata definita una scienza di cui s’ignora tutto, son poi materie che dovrebbero rientrare nelle curiosità individuali, senza essere studiate a scuola. Obbligatorie a scuola dovrebbero essere solo la lingua italiana (che nessuno sa più) e l’educazione: tutto il resto facoltativo.
Insieme a Carlo Emilio Gadda, Montale (noto come Eusebio tra gli uomini di lettere) è certo l’unico oggi, almeno fra i letterati, a dar prova di un’educazione di altri tempi, piccoli inchini, rigide attese, mano tesa ad indicar precedenza, tutto un minuetto davanti alle porte; è accompagnato dalla fama di burbero e scontroso, ed è invece gentilissimo con tutti «specialmente con la piccola gente, un po’ meno con l’alta» egli precisa. E qui ricorda lo stupore di una sua compagna di ascensore di qualche tempo fa, la vecchia cameriera di un avaro (così avaro da scegliere il suo personale fra gente tremula e fatiscente, perciò di poche pretese, e questa aveva candida la testa, grossi pacchi in braccio e gonfie vene bluastre nelle gambe). Rimase ferma nel suo angolo una volta giunta al pianterreno, quindi: «Prego», gli disse. «Esca prima lei». E: «No», fece Montale. «Passi lei per piacere». « Ma cosa dice?», ripeté la vecchia: «io sono una donna di servizio». E lui pronto: «Anch’io sono un uomo di servizio», e con un inchino le lasciò il passo.

EUGENIO3jpgIn mezzo all’alta gente, quando è costretto ad andare a un ricevimento o ad un cocktail, Montale è spesso a disagio: alieno com’è da tutte le moine sociali, in queste occasioni è specialista nel farsi sempre più remoto, come distaccato, e composto in una specie di sua allegrissima noia. Basta farglisi vicini infatti a guardare insieme a lui una persona o una cosa, perché la battuta ironica affiori insieme al divertente ricordo.
«Mi fa venire in mente un ricco signore che conobbi a Firenze tanti anni fa», dice avvistando uno dei tanti ingredienti oggi indispensabili a una riunione mondana, cioè un uomo cortesissimo dai modi femminei. «Un tale che credevo morto da un pezzo, invece l’ho visto di recente a Lucerna, sui novant’anni, direi, con una parrucca, e tutto desolato perché il suo giovane amico se n’era andato lasciandogli un biglietto e portandogli via la Rolls Royce. Sono autofinanziamenti, mi dicono, che in quegli ambienti sono di ordinaria amministrazione».

La signora in pelliccia
E continuando a fare altri esempi di questi svolazzanti individui, è più che probabile che dica qualcosa d’inedito. Secondo lui, sotto la vernice della cortesia (sono gentilissimi, molto abili nel consigliare stoffe e tappeti alle signore), hanno ben poca umanità.
Ecco un suo conoscente, che si supponeva appartenere a tale categoria, e che fu tenuto bambino dai genitori fin verso i cinquant’anni, età nella quale non si era ancora conquistate le chiavi di casa. Sempre insieme ai vecchissimi babbo e mamma, si sarebbe detto che alla loro morte sarebbe crollato anche lui. Invece no: al duplice decesso quasi contemporaneo lui restò indifferente. Certo che aveva un suo speciale e compensativo modo di vivere insieme ad amici speciali, vivevano visitando suore, portando loro oboli e cioccolato, ognuno aveva la sua monachella prediletta.

Certo che una volta di questi tipi non si parlava mai, «cose orribili, brutti vizi» tutt’al più si diceva: fu a trent’anni suonati che Montale sentì pronunciare per la prima volta la parola “pederasta”. «Conoscevo un direttore di banca», continua Montale che è arrivato al momento di quelle tali notizie supplementari, «che a sentire questa stessa parola svenne, e ci volle un bel po’ per farlo tornare in sé. Era un uomo casto e prudente» (e qui un altro fulmineo particolare) «a cui un giorno si presentò una signora a chiedere un prestito. Lui glielo rifiutò e di colpo lei si aprì la pelliccia e sotto era nuda». Cosa fece allora il banchiere? Un grido di orrore, e via di corsa. Ma la storia non è finita, manca un’altra notizia, la migliore, che diventa gioco, quiz, indovinello. «Il bello è che la signora impellicciata la conosci benissimo. Però non ti dico chi è. Ti dico soltanto che qui c’è la figlia».

EUGENIO1E finisce la storia con una risata totale, sonora e contagiosa, par che gli ridano gli occhi, le guance, le mani, il ventre che sobbalza sotto lo scuro gilet. Ha appena un sorriso-ombra invece, e forse è soltanto un tic che gli tira gli angoli della bocca, quando parla di come ha vissuto, di quella joie de vivre che gli è assolutamente mancata (forse la vita l’ha anche amata, ma se è così non se n’è nemmeno accorto), della totale mancanza di ricordi che lo riguardano (soltanto in sogno gli capita di riviverne qualche particolare), della rapidità con cui gli sono rotolati via gli anni.
Non molta quindi la sua curiosità per la vita di domani. È sicuro ormai che tra non molti anni si andrà da Milano a Tokio in ventuno minuti, su aerei che volano a trenta chilometri d’altezza, a una velocità quasi pari a quella della luce, tutti i viaggiatori disposti uno sull’altro come bottiglie e incapsulati dentro bucce di plastica. Ebbene, questo enorme rimpicciolimento fisico, psichico e geografico di una terra sovraffollata non è che apra gli orizzonti, anzi li chiude.

Un cupo ritocco
Lui passeggiava ancora molto volentieri sia pure a Milano, ligio ai passaggi zebrati, a tutte le leggi del podismo urbano, e però fra mille pericoli; quel che non può più fare invece son le scale da solo, e ciò perché «ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, / ed ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino», come scrisse sei mesi fa in una poesia dedicata alla moglie. Per più di trent’anni l’ha accompagnata in discesa, ed ora in discesa quel braccio gli manca, è come una specie di riflesso condizionato. «Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio / non già perché con quattr’occhi forse si vede di più / con te le ho scese perché sapevo che di noi due / le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate erano le tue».
Pupille miopissime, eppure maliziose, grandi lenti rotonde che mandavano lampi, «caro piccolo insetto / che chiamavano mosca non so perché», eccola in un quadretto che Montale dipinse coi gessi («della ditta Bo» ), egli spiega, («ma Carlo non c’entra» ), che sta distesa su un letto dell’Hotel Ambasciatori, tutt’intorno i soliti mobili d’albergo, e in primo piano due enormi portacenere convenzionali.
Sto per andarmene, ma di andarmene non mi va se prima Montale non mi canta qualcosa con quella sua voce grave, grassa, nemmeno un po’ di ruggine. Amabile, com’è sempre, per farmi sentire una nota sepolcrale, mi canta allora «E l’ultim’ora per lei suonò» dalla Favorita, dov’è l’ultima sillaba a scendere in profondità, echeggiando nella bella sala fiorita di verdi rampicanti e di ortensie blu.

Un cupo rintocco che me ne ricorda un altro, quello che sottolineò il mio primo incontro con lui. Era durante la guerra, e passando per Firenze gli telefonai per consegnargli un vasetto di marmellata da parte di un’amica di Lecco, poetessa anche lei, di nome Piera Badoni. Allora mi dette un appuntamento da Doney, e me lo vidi venir incontro mentre cautamente cercava la ragazza intimidita con una giunchiglia in mano che ero io. Mi trovò, prese la marmellata, e mi parlò del Maggio Fiorentino. «Ci va stasera?», gli chiesi. «Le piace la musica?». Fu allora che mi rivelò che aveva cantato e ancora gli piaceva cantare; e per darmene una dimostrazione, facendo voltare grappoli di signore stupitissime, gonfiò il petto e mi fece omaggio di un do sotto le righe, un tremendo improvviso boato che fece accorrere i camerieri..

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4 Risposte to “Il galateo di monsignor Eusebio”

  1. francesca Says:

    Potrei sapere da dove è tratta la prima (bellissima) foto, che ritrae insieme Eugenio Montale, Alberto Moravia e Pier Paolo Pasolini? Grazie.

  2. minimaetmoralia Says:

    http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/06/02/il-galateo-di-monsignor-eusebio/?h=0
    Questo è il link dello speciale dell’Espresso dedicato al ’68. Nel sito trovi anche la galleria fotografica, ce ne sono di molto belle, tra cui anche quella che ti interessa.

  3. Matteo M. Vecchio Says:

    So che forse dirlo qui è incongruo…, ma sto curando le poesie e le lettere di Piera Badoni, in questo contributo citata, tra cui una di Montale.
    Chiedetemi e sarà data qualsiasi informazione su di lei, se vi interessa.

  4. Matteo M. Vecchio Says:

    Cara Francesca, si tratta di una fotografia presa al Premio Viareggio 1963, che decretò vincitore Antonio Delfini.

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