A me gli occhi

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Questo pezzo di Chiara Valerio è apparso sulla rivista Nuovi Argomenti e su Nazione Indiana.

di Chiara Valerio

Noi, gli uomini, chi siamo? Siamo veri, siamo dipinti? Tropi di carta, simulacri increati, inesistenze parventi sul palcoscenico d’una pantomima di cenere, bolle soffiate dalla cannuccia di un prestigiatore nemico?
G. Bufalino, Le menzogne della notte

I Lemmings (DMA design, 1991) cadono da una botola. Non sono cattivi, non sono buoni, non sono intelligenti e nemmeno stupidi. Sono indistinguibili gli uni dagli altri, indossano una uniforme, un grembiule quasi scolastico. Coincidono con ciò che indossano, bidimensionali. Il quadro di gioco è un percorso astratto e composito. Lo scopo è condurre, in un tempo stabilito e in un’altra botola, almeno una certa percentuale di lemmings. Non importa quali lemmings arrivino nella seconda botola ma solo quanti. Tuttavia, per farlo, il giocatore deve assegnare un ruolo, una funzione, a qualcuno dei lemmings. Il giocatore ne sceglie uno qualsiasi e lo investe scalatore, bloccatore, costruttore, perforatore, minatore, paracadutista, scavatore e kamikaze. Il giocatore dispone di una funzione di pausa per studiare il quadro di gioco e di una funzione di autodistruzione nel caso risulti impossibile salvare la percentuale di lemmings richiesta e non voglia attendere lo scadere del tempo. Nessun lemming può tornare nella buca dalla quale è caduto.

Le Benevole di Jonathan Littell (Einaudi, 2007) racconta una storia di uomini durante la seconda guerra mondiale. Le funzioni assegnate ai personaggi sono uomo, donna, madre, padre, tedesco, ebreo, zingaro, asociale, ufficiale, sano, ferito, antropologo, medico, costruttore di ponti, führer. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa a rivestire le funzioni e i panni di una cosa o l’altra. Non c’è merito alcuno e dunque non c’è colpa ad agire in accordo alle caratteristiche della funzione assegnata. In uno stato come il nostro a tutti era assegnato un ruolo: Tu, vittima, e Tu, carnefice, e nessuno poteva scegliere, non si domandava il consenso di nessuno, perché tutti erano intercambiabili, le vittime come i carnefici. I nomi propri utilizzati e i fondali dei percorsi di gioco sono documentati, minuziosi ed escerti dall’Europa dal 1938 al 1945. Le Benevole è un romanzo metafisico nella misura in cui, come in De Chirico, ogni oggetto, nome, data, cibo o accadimento è reale, quotidiano, riconducibile a una radice, geografizzato o catalogato in un archivio, e il complesso, la costruzione, che sia collage, olio, gas o tecnica mista, è estraniante e talvolta ambiguo. Un universo cristallino dal quale la vita sembrava bandita. È così ambiguo che le considerazioni morali nemmeno attecchiscono dietro le abilità dichiarate di risolvere più velocemente di tutti il cubo magico degli anni del Reich. È così estraniante perché ne Le Benevole sembra che capire tutto significhi giustificare tutto. Lo trovavo straordinario. Mi sembrava che ci fosse qualcosa di cruciale in tutto ciò, e che se fossi riuscito a capirlo, avrei capito tutto e avrei potuto finalmente riposarmi.

La categoria che rende evidente l’abilità di Jonathan Littell nel cucire la storia sul filo di ferro dei livelli di gioco e che palesa la fortunosa ambiguità de Le Benevole è quella dei nomi propri. E non ci sarebbe azzardo, o evidenza, o squarcio del velo narrativo, se certi nomi non trascinassero seco una rete di famiglia e relazioni, di eco e sentito dire. E dunque di acredini e affetto, di non detto e domande. I nomi propri, alabarde del nominare sinonimo di possedere, sono funzioni scomode perché identificano e attribuiscono tridimensionalità nell’altorilievo scorrevolissimo e nastro di questo romanzo. I lemmings sono bidimensionali laddove i nomi propri sono risme. (…) e diceva quelle cose, quelle parole che non si dovevano dire, e le registrava, su disco o su nastro poco importa, e prendeva accuratamente nota dei presenti e degli assenti (…) il Reichsführer lo faceva deliberatamente (…) era perché nessuno di loro potesse dire di non sapere, potesse tentare, in caso di sconfitta, di farsi credere innocente rispetto alla cosa peggiore, potesse pensare, un giorno, di cavarsela a buon mercato; era per comprometterli, e loro lo capivano benissimo, era da quello che nasceva il loro smarrimento. È il nome proprio a denunciare l’impossibilità di ogni appello.

Ogni premessa è debito
Nella vita di ognuno fa irruzione almeno una volta l’assoluto con le sue spietate pretese. Apre i sensi a mirabili percezioni, segna le grandi svolte della storia personale, ma toglie per sempre pace alla realtà di ogni giorno.
L. Kock, Favole di tenebra

In epigrafe si legge Per i morti. Che è l’ouverture che manca ai movimenti musicali che si susseguono nell’indice. In epigrafe si legge Per i morti. Che è il contrappunto che scandisce i movimenti musicali che si impilano nell’indice. Quanto agli altri, che la cosa gli ripugnasse o li lasciasse indifferenti, la eseguivano per senso del dovere e dell’obbligo, e così godevano del proprio zelo, della propria capacità di portare a termine con successo un compito tanto difficile nonostante il disgusto e l’angoscia: «Ma io non provo nessun piacere a uccidere», dicevano spesso, godendo così del proprio rigore e della propria virtù. Per i morti. Ho cominciato a leggere Le Benevole perché cercavo una declinazione narrativa de La banalità del male ma sono incappata in un nodo scorsoio. Declinare la banalità del male è possibile solo quando si fissano inderogabilia, principi giuridici, stilemi della politica o della supremazia nazionale, si identificano le doti della vittoria, e quando si relegano i sentimenti, i pensieri e le peculiarità di ogni singolo individuo alla sfera del caos. Fissato il riferimento cartesiano, il reticolo allucinatorio e coerente, la scacchiera, è possibile dimostrare che il male non esiste in sé ma solo come risultante di una interpretazione, di un arbitrio e di una consolazione. Se si è più esperti, e si gioca da lungi, è possibile provare che l’interpretazione, l’arbitrio e la consolazione sono diritti dei vincitori. (…) e ovviamente capivo che quella regola valeva per tutti, che se altri si fossero rivelati più forti di noi ci avrebbero fatto a loro volta quel che noi avevamo fatto ad altri, e che di fronte a quelle spinte le fragili barriere che gli uomini costruiscono per tentare di regolare la vita comune, leggi, giustizia, morale, etica, contano poco, che la minima paura o pulsione un po’ intensa le sfonda come una barriera di paglia, ma capivo anche che quelli che hanno fatto il primo passo non devono far conto che gli altri, arrivato il loro turno, rispetteranno la giustizia e le leggi, e avevo paura, perché stavamo perdendo la guerra.
Le Benevole non è infatti la storia di Maximilian Aue di madre francese e padre tedesco, Obersturbahnführer con specifiche competenze Judenfrei e poi venditore di merletti.
Maximilian Aue è solo il distrattore, in piedi al centro della scena a catalizzare l’attenzione, l’empatia, il disgusto e l’abilità risolutiva del lettore, mentre le ipotesi costruttive di Jonathan Littell mutano in dubbi atroci, allungano terminazioni sinaptiche nella testa di chi legge e ungono le mani di sangue. Nonostante le mie vicissitudini, e sono state tante, resto di quelli che pensano che le sole cose indispensabili alla vita umana siano l’aria, il mangiare, il bere, l’evacuare, e la ricerca della verità. Mangiare bere evacuare e cercare la verità sono i quattro cardini di questo romanzo. Con la specifica che non tutti gli uomini cercano la verità nel medesimo modo ma tutti condividono la necessità di mangiare, bere ed evacuare e pure i metodi di colmarla. Uno dei cardini sui quali poggia questo romanzo è labile e quasi falso. Per questo piccolo piolo traballante, anzi, traballato ad hoc, la realtà resta assai indietro rispetto alla plausibilità. E i fatti assai ritratti in confronto alle ipotesi. Che allungano terminazioni sinaptiche nella testa di chi legge e ungono le mani di sangue. Ancora una volta. Mi pervase un’ondata di amarezza: ecco cosa hanno fatto di me (…) un uomo che non può vedere una foresta senza pensare a una fossa comune.
Fratelli umani. Ex falso quodlibet.
Penso che mi sia permesso concludere come un fatto assodato dalla storia moderna che tutti, o quasi, in un dato complesso di circostanze, fanno ciò che viene detto loro di fare; e, scusatemi, non ci sono molte probabilità che voi siate l’eccezione. Non più di me.
Perciò. C’è un fatto assodato nella storia moderna.
Ne Le Benevole camminano due uomini. Il primo è Maximilian Aue, giovane giurista, ufficiale delle SS, raffinato senza troppe concessioni, privo di ambizioni, curioso del mondo e appena indennizzato, dalla guerra e dalla prostata, del fatto di non essere donna. Il secondo uomo è un lemming, una categoria funzionale che, in quanto forma, archetipo o simulacro, non è colpevole e nemmeno giusto, resta impermeabile agli umori e al tempo. Quando i due uomini si sovrappongono, Maximilian Aue, nome, gradi e inclinazioni nonostante, si rivela una spola, sostituibile in ogni momento, nel telaio della Storia. Ci passa attraverso. E la storia non gli lascia segno alcuno sulla pelle curata. Pur con un buco in testa, un occhio pineale, a regalargli un nuovo lacerto di circostanze, intorno al quale riorganizzare la concezione del mondo. Quel che volevo dire è che se l’uomo non è di sicuro buono per natura, come hanno sostenuto alcuni poeti e filosofi, non è nemmeno cattivo per natura: il bene e il male sono categorie che possono servire a definire l’effetto delle azioni di un uomo su un altro; ma a mio parere sono fondamentalmente inadeguate, se non addirittura inutilizzabili, per giudicare ciò che accade nel cuore di quell’uomo. (…) uccideva o faceva uccidere della gente, quindi è il Male; ma in sé era un uomo buono verso i suoi, indifferente verso gli altri e per di più rispettoso delle leggi. Se ci fossero gli uomini in capo alla frase risalterebbero le differenze. Gli uomini sarebbero acefali ma molteplici, colorati e corrotti, dissidenti o assertivi, l’uomo invece è solo un concetto vitruviano e, pur con testa attributi e timori, è qualsiasi. E non era l’unico, quell’uomo, tutti erano come lui, e anche voi, al suo posto, sareste stati come lui.
Ne Le Benevole si enumerano dunque due ambientazioni. La prima, la più evidente, e che pure cronologicamente compare più tardi, è il Terzo Reich, la disfatta della Germania sul fronte orientale, la vita diplomatica a Berlino, gli intrighi politici, l’industria dell’olocausto e il Volk sostituito a Dio e che come tale abhorret a sanguine. (…) se è giusto sacrificare il meglio della Nazione, mandare a morire gli uomini più patriottici, più intelligenti, più generosi, più leali della nostra razza, e tutto ciò in nome della salvezza della Nazione- e se poi non serve a niente – e si sputa sul loro sacrificio – allora, che diritto alla vita possono avere gli elementi peggiori, i criminali, i pazzi, i ritardati, gli asociali, gli ebrei, senza parlare dei nostri amici esterni? La seconda ambientazione è una serie di livelli di gioco, come Lemmings. Quando i quadri di gioco astratti si colorano di Storia, la lettura procede attraverso distorsioni e sfocamenti che affastellano eccezioni fino a renderle regole di comportamento. Era giusto? Finché ne avevamo la forza, e il potere, sì, perché riguardo alla giustizia un’istanza assoluta non c’è, e ogni popolo definisce la propria verità e la propria giustizia. Ma se mai la nostra forza si fosse indebolita, se il nostro potere avesse vacillato, allora avremmo dovuto subire la giustizia degli altri, per quando tremenda fosse. E anche quello era giusto.
Jonathan Littell ama le patologie tanto da riuscire ad architettarle. Ne ero consapevole, tutte quelle cose agitate e contraddittorie salivano in me come un’acqua nera, o come un rumore stridulo che minacciava di coprire tutti gli altri suoni, la ragione, la prudenza, perfino il desiderio ponderato. Il principio motore dei livelli di gioco programmati è il determinismo comportamentale che evidenzia pure la non commutatività della massima di San Paolo ogni cosa a ogni uomo.
Littell apre con ogni uomo a ogni cosa inaugura la frammentazione della linea delle responsabilità e delle colpe, rinfocola la definizione di letteratura come epistemologia sostituendo le azioni con le parole, imponendo eco emotive e razionali sulle condizioni culturali che ha dichiarato fisse, aristoteliche, in apice e spiegando i processi dell’umana conoscenza attraverso la ricostruzione delle fasi del loro sviluppo nell’individuo. Uno qualsiasi o Maximilian Aue. L’uno qualsiasi che è Maximilian Aue. (…) scriveva Hans Johst, uno dei nostri migliori poeti nazionalsocialisti: «L’uomo vive nella propria lingua» e ancora (…) nei discorsi predominavano le frasi costruite al passivo (…) e così le cose si realizzavano da sole, nessuno faceva mai niente, erano azioni prive di agente (…) si riusciva, se non a eliminare completamente i verbi almeno a ridurli allo stato di inutili appendici (…) c’erano solo fatti, realtà nude e cude, già presenti o in attesa dell’inevitabile compimento.
È un tranello e una proposta di metodo tanto che la prima ambientazione, il Terzo Reich, è accessoria e Littell la utilizza solo con intento deduttivo, perché esso è universalmente additato come il crogiolo di tutte le empietà. Se mai riusciste a farmi piangere le mie lacrime vi sfregherebbero il viso come vetriolo. La tesi consiste nel dimostrare che gli uomini che agiscono secondo le leggi stabilite dagli uomini stessi e, non secondo coscienza, se coscienza e legge hanno poi significati differenti, possono ritrovarsi con le mani coperte di sangue. Si è usato molto, dopo la guerra, il termine disumano, per tentare di spiegare ciò che era accaduto. Ma il disumano, scusate, non esiste. C’è solo l’umano e poi ancora l’umano. Così tanto, così mortalmente umano, che la prima esternazione di umanesimo ne Le Benevole recita: dovete resistere alla tentazione di essere umani.
Il determinismo comportamentale è ciò che consente a Littell di rendere sinonimi le azioni sparare e ordinare una salva, vessare e progettare una persecuzione sistematica, occuparsi di Endlösung e governare uno scambio ferroviario, agire e attendere (al)le conseguenze delle azioni, scegliere e sospendere il giudizio. «E quando sparavi su quella gente cosa provavi?» Risposi senza esitare «La stessa cosa che guardando sparare gli altri. Dal momento che bisogna farlo poco importa chi lo fa. E poi ritengo che guardare comporti la mia responsabilità quanto fare».
Nel momento in cui il Volk sostituisce Dio, o un imperativo kantiano, le necessità del Volk soppiantano il formicolare, le sfumature e le ritrosie della coscienza dei singoli. Si crede ancora alle idee, ai concetti, si crede che le parole definiscano dei concetti, ma non è necessariamente così, forse non esistono idee, forse solo le parole esistono davvero, e il peso che ciascuna di loro possiede. E forse è così che ci eravamo lasciati trasportare da una parola e dalla sua inevitabilità. In noi, quindi, non c’era stata nessuna idea, nessuna logica, nessuna coerenza? C’erano state solo parole della nostra lingua così particolare, solo quella parola Endlösung,la sua sontuosa bellezza? Epistemologia ancora.
Tuttavia sostenere che la coscienza è una azione singola e la giustizia è una azione collettiva indotta dalle ristrettezze e dalle scommesse della guerra è complesso nonostante la sistematica.
A Littell manca ancora qualcosa.
Per rimanere un nominalista, quasi un puro argomentatore, per far sì che il secondo uomo, il lemming e Maximilian Aue combacino, Littell ha bisogno della contemporaneità, della mancanza di ambizione, della curiosità e della prima persona.
Se la narrazione non fosse contemporanea, Littell non potrebbe servire i sentimenti e le considerazioni al sangue. Se l’ambientazione non fosse coeva, risulterebbero troppo cotti e quindi duri da digerire. Se non avesse contemporaneità le ponderazioni di Aue, di Hauser, di Vöss, di Hoenhegg, di Mandelbrod e di Leland coinvolgerebbero i giudizi e le considerazioni sugli accadimenti assai più che i pettegolezzi e le connessioni tra i fatti. Senza la contemporaneità gli inseguimenti di Clemens e Waser sarebbero meno di una puntata di un telefilm americano anni settanta. Seppure capita che Aue dichiari di aver appreso certi fatti del Reich solo successivamente, dopo le memorie di Carrell o di Frank, tutte le novecentocinquantasei pagine dell’edizione italiana sono raccontate mentre avvengono, mentre i fatti si svolgono, si riconfermano e si contraddicono. La contemporaneità consente a Littell di eliminare d’amblai tutte le questioni morali e di spostarle dall’azione alla ricostruzione storica successiva, al pastiche delle verità accertate, del a posteriori.
Se le considerazioni morali, su cosa non sia il bene e su cosa sia il male, non fossero relegate in questo a-posteriori resterebbero a impicciare e titubare le azioni dei lemming. Differenziandoli.
La distinzione del tutto arbitraria stabilita dopo la guerra fra le «operazioni militari» da una parte, equivalenti a quelle di qualunque altro conflitto, e le «atrocità» dall’altra, perpetrate da una minoranza di sadici e pazzi è, come spero di dimostrare, un fantasma consolatorio dei vincitori (…). Littell condensa nella parola morale, che nemmeno è un concetto, ogni pensiero estraneo alla burocrazia del da farsi. Scrivendo come spero di dimostrare proscrive le considerazioni o i sussulti morali nell’a-posteriori. Era una questione di rigore (…) non era importante solo obbedire agli ordini, ma anche condividerli, io avevo dei dubbi e la cosa mi turbava. Alla fine lessi un po’ e dormii per qualche ora. Morire, dormire, nient’altro.
È una costruzione narrativa, non un intento didascalico. In questa accezione l’a-posteriori di Littell più che una questione temporale è un concetto spaziale, una attesa, è l’oltre la pagina, è il lettore. Come tutti gli a-posteriori però è una scatola che ha per coperchio l’interpretazione, e che dunque non tutti i lettori riescono a chiudere. Acclarata l’acuminata questione del coperchio è immediato dedurre che chi riesce a serrare la scatola sottoscrive le ragioni e le ipotesi di Littell e dunque intende che Le Benevole non è un libro sul male assoluto, ma solo un magnifico romanzo a tesi, e chi non riesce a chiudere la scatola subisce il fascino macabro della narrazione, si interroga emotivamente sulle azioni di Maximilian Aue e dei suoi, rivisita l’immagine del Reich, cerca evidenze della propria diversità, e, non trovando nulla, trema e allontana de sé la pagina scritta.
Io penso che la seducente civetteria de Le Benevole consista nel creare questo schieramento, nel cercare una condivisione con l’intelletto degli uni e con gli intestini degli altri. E nel posizionare sulla linea di confine e di fuoco, sulla scriminatura farinosa, la percezione del male.
Non c’è merito alcuno e non c’è colpa a consegnare a Jonathan Littell i pensieri o i sussulti. Non c’è merito alcuno e non c’è colpa a scegliere i bianchi o i neri e a sedere a una partita nella quale i contendenti sono in accordo sui principi. I filosofi politici hanno spesso osservato che in tempo di guerra il cittadino, maschio perlomeno, perde uno dei suoi diritti più elementari, il diritto di vivere (…) ma hanno raramente notato che questo cittadino perde al tempo stesso un altro diritto, altrettanto elementare e forse per lui ancor più vitale, per quanto riguarda l’idea che si fa di se stesso come uomo civilizzato. Il diritto di non uccidere. Non può esserci libero arbitrio quando si è perso il diritto di non uccidere. Il teorema di Littell è coerente. L’ipotesi feroce. Nulla accade o deve stupire perché il diritto di non uccidere si perde a pagina 19 e nemmeno Le Benevole possono restituirlo a un uomo solo con tutto il peso del passato, del dolore della vita e della memoria inalterabile. Se la memoria è inalterabile, Maximilian Aue è destinato a ripetere. A ogni riavvio del gioco, il primo quadro è sempre identico, e a quello segue il secondo. E così è.
Se Maximilian Aue non fosse un mero lemming con una mera funzione, se cioè avesse ambizione, Littell non potrebbe affermare che tutte le azioni, tutti i ruoli, decisionali ed esecutivi, tutte le morti, civili e militari, in battaglia o disarmate, sono uguali. Perché l’ambizione farebbe digrignare i denti smalti di Aue di merito e attribuzione di senso, di prerogativa e assunzione di iniziativa.
Se solo Maximilian Aue avesse ambizione e non fosse così curioso Littell non potrebbe maneggiare un eterno fanciullo che può esperire senza avvertire la necessità di giungere a un risultato diverso dall’osservazione medesima. Se Aue non fosse così curioso avrebbe chiari limiti temporali. (…) la curiosità: qui come in tante altre cose della mia vita, ero curioso, cercavo di vedere quale effetto ciò avrebbe avuto su di me.
La prima persona è un espediente chiarito, con qualche virtuosismo, da Yourcenar in Memorie di Adriano, l’io in cima a un opera dalla quale si vuole cancellare se stessi. Io credo che l’io in vigore ne Le Benevole sia quasi una conseguenza della contemporaneità e la cancellazione di sé sia piuttosto una cancellazione del sé. Del sé lettore.
Se la narrazione fosse alla terza o alla seconda persona singolare, il passaggio all’indistinto noi-lemmings, il percorso dal racconto al reticolo, dalla pelle alle ossa, non sarebbe istantaneo. Si dovrebbe passare attraverso commenti o più semplicemente attraverso la descrizione di incontri, di situazioni e di luoghi. Per una di queste stradicciole, tornava bel bello dalla passeggiata verso casa, sulla sera del giorno tal de’ tali Maximilian Aue.
Invece la prima persona singolare del racconto, il sé cancellato, coincide con la prima persona plurale del quadro di gioco, e vede, agisce, sbaglia, uccide, ama, spera, distrugge e palpita. Così quando i quadri di Lemmings, i reticoli teorici dei documenti archiviati, gli schemi delle battaglie e della burocrazia, vengono calati nel contesto storico, la reazione del lettore è l’inquietudine. Le mie idee, le avevo sempre mantenute radicali; ora anche lo Stato, la Nazione avevano scelto il radicale e l’assoluto. (…) E se poi la radicalità era quella dell’abisso, e se l’assoluto si rivelava il male assoluto, bisognava comunque, di questo almeno ero intimamente persuaso, seguirli fino in fondo, a occhi bene aperti.
L’io lettore cerca una persona singola per identificarsi e invece, sopravento sottoscorta sottosopra, si ritrova a sillabare Io sono noi e quindi non sono proprio nessuno. Non sto uccidendo e non sto massacrando e nemmeno salvando qualcuno. (…) e quello sguardo mi si conficcò dentro, mi aprì il ventre e ne fece uscire un fiotto di segatura, ero un volgare pupazzo e non provavo niente, e al tempo stesso volevo con tutto il cuore chinarmi e ripulirle la fronte dalla terra e dal sudore, accarezzarle la guancia e dirle che andava tutto bene, che tutto sarebbe andato per il meglio, invece le sparai convulsamente un colpo alla testa, il che dopotutto era lo stesso(…).
Il microambiente è solforoso, puzza, brucia anche se apre i polmoni. L’aria primaverile era acre, piena di fumo nero e di polvere di mattone che scricchiolava sotto i denti.
A un certo punto si respira così bene che è quasi accettabile, per un momento e a piè pari, saltare fuori dallo schema, sbarazzarsi del poderoso impianto storico, disinteressarsi del successivo livello di gioco, e condividere i movimenti emotivi di Maximilian Aue. Che per converso alla brillante carriera militare e alla adesione fattiva al nazionalsocialismo non sono casuali e nemmeno supinamente condivisi ma perseguiti e dannati e rammaricati a ogni passo. Le cose degenerano in maniera impercettibile. L’amore per la sorella gemella Una, il pianoforte e l’odio per la madre. Ancor oggi, il fatto che non suono il piano e non lo suonerò mai, mi opprime, talvolta più degli orrori, del fiume nero del mio passato che mi trascina con sé attraverso gli anni.
Aue li vive con approccio mimetico e vicario. E io invece amo un’unica persona (…) quella il cui pensiero non mi abbandona mai e che lascia la mia testa solo per penetrarmi nelle ossa, quella che starà sempre tra il mondo e me e quindi tra te e me, quella il cui stesso matrimonio fa sì che io potrei sposarti solo per provare ciò che prova lei nel matrimonio, quella la cui semplice esistenza fa sì che tu per me non potrai mai esistere del tutto, e per il resto, perché c’è anche il resto io preferisco comunque farmi trapanare il culo da ragazzi sconosciuti(…). Si accaparra gli spartiti affinché qualcuno, anche un piccolo ebreo virtuoso, suoni Couperin e Rameau. Cerca uomini che lo possiedano così da sentirsi donna quanto Una. Insegue una foto del padre senza volto e senza postura pur di raccontarsi di avere avuto un genitore retto e che non abbia distrutto la famiglia risposandosi. Come mamma ed herr Moreau. La madre, il pianoforte e la sorella gemella sono amori fuori tempo massimo, galleggiano sull’orizzonte emotivo di Aue sempre troppo tardi. Se Una non fosse mia sorella. Se avessi imparato a suonare il piano. Se mia madre avesse atteso il ritorno di mio padre. Per il sottile moralismo di Aue, che forse è solo una modulazione de l’orgoglio è il peccato dei puri, essere in ritardo è molto più che disdicevole, è quasi corruzione. E per coerenza a sé, per il rigore di cui blatera e argomenta, per la devozione all’assoluto verso il quale tende. Maximilian non riesce a chiudere i rapporti con nessuno dei propri amori e continua a raccontarli, rimuoverli e riesumarli, integri e perduti. Ed è con il medesimo rigore che Aue imbastisce la responsabilità della propria catastrofe. La mise en abîme della propria disfatta. L’incontro con Hélène è raccontato con i contorni di una allucinazione e con la nostalgia dell’inaccessibilità, dell’impotenza e dell’inammissibilità. (…) volevo prenderla a calci nel ventre per la sua inammissibile bontà. Hélène, che non è Una, è inaccessibile, Hélène, che non è un adolescente vigoroso, non gli fa scorrere per il corpo umide carezze, Hélène, che gli si dedica senza un fine diverso da quello di un’altra possibilità e di una giovinezza sfuggita alla guerra, è appunto inammissibile. D’altronde la gratuità dei gesti è aleatoria e dunque sfugge a qualsiasi determinismo. «Ho nostalgia di quando andavamo a nuotare in piscina», mormorò. «Se vuole, -proposi, – quando starò meglio, ci torneremo». Guardò a sua volta dalla finestra: «Non ci sono più piscine a Berlino», disse pacatamente.
L’amore di Hélène evidenzia le ossessioni e le debolezze di Maximilian Aue. L’amore, comunque impossibile, suppura tra gli interstizi della logica, del livello di gioco, impregna le pieghe della Storia e mostra Le Benevole come un libro esangue.
Le ossa scricchiolano, gli impiccati evacuano e dondolano le braccia, i visceri colano dagli squarci nel ventre. Ma non c’è sangue che imporpora la neve, né sangue che si raggruma sulle ferite seccate al freddo di Russia. Corrono i topi a rosicchiare gli arti e le cartilagini del volto e brulicano gli insetti sui cadaveri accatastati nelle cantine. Le pareti dello studio addobbate di brandelli di carne. Ci sono tutti gli effetti della perdita di sangue ma il sangue non si vede. Resta oltre. Talvolta se ne avverte l’odore o se ne rimane abbacinati dall’orrore estetizzante. (…) fui pervaso da una angoscia senza senso: gli Orpo avrebbero fucilato gli ebrei proprio lì e li avrebbe buttati nella piscina, e noi avremmo dovuto nuotare nel sangue, tra corpi che galleggiavano proni. L’adolescenza di Una termina con una perdita di sangue e il sangue separa Maximilian e Una come una ferita aperta. Aue perde sangue solo quando pensa e pensa solo quando ama e se così è, il più grande prestigio di Jonathan Littell è quello di aver piegato la Storia a proprio beneficio (e rischio e pericolo) e di aver celebrato ne Le Benevole l’indifferenza di uno verso le altrui sofferenze e causalità. I pensieri di Maximilian Aue, il suo libero arbitrio, i suoi focolai di ruminazione sulle circostanze sono accesi e fumiganti verso Una, per il resto, egli può fare ciò che gli è stato ordinato di fare e non c’è altro. (…) era più di così, era l’intero corso degli eventi, la miseria del corpo e del desiderio, le decisioni che si prendono e sulle quali non si può tornare, il senso stesso che si sceglie di dare a quella cosa che chiamiamo, forse a torto, la nostra vita.

Maximilian Aue è Jean Floressas Des Esseintes in guerra. Se ci fosse andato
Maximilian in Aria è Trilogia della città di K
Maximilian ad Antibes è Arancia meccanica
Maximilian e Una sono Igiene dell’assassino
Thomas Hauser è Nessuno tocchi Caino
Mandelbrod e Leland sono Guildestern e Rosencrantz o la SPECTRE
Clemens e Waser sono Guildestern e Rosencranz sono morti o Chips
La SS-Haus di Lublino è Salò o le 120 giornate di Sodoma
Ad libitum. Sfumando

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3 Risposte to “A me gli occhi”

  1. Tiziana Says:

    Punto numero uno: avevo già in mente di comprare il libro di Chiara Valerio “La gioia piccola di esser quasi salvati”.
    Punto numero due: dopo aver letto l’attenta riflessione della Valerio su “Le benevole” mi “toccherà” comprare pure questo.
    Punto numero tre: ho letto l’articolo con l’attenzione che merita, mi sono fermata a valutare le miriadi di sfumature che la vita assume e come spesso ci si limiti a considerarne solo due o tre per non sprofondare. Galleggiamo, così, senza peso. La vita essendo questa cosa qui e non altra! Non sempre, comunque.

    Grazie

  2. Johnnie Says:

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  3. Murray Says:

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