Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria

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new-logo-novevolt1Questo testo è la seconda parte di un’introduzione alla collana di narrativa Novevolt, curata da Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi, a partire dal 2011, per la casa editrice Zona. Il primo testo può essere letto qui, ed ha il carattere di un’apertura violenta del vaso di Pandora. Questo secondo testo, dopo l’apertura del vaso, ci guarda circospetto dentro, e si interroga sul futuro e la possibilità di scardinarne le pareti, o almeno distanziarle. La collana Novevolt, oltre a proporsi come soggetto culturale nell’organizzazione di un festival letterario nazionale (ULTRA-Festival della letteratura, in effetti) e di altri progetti collaterali, auspicherà una promozione, attraverso piccoli libretti, romanzi brevissimi e racconti lunghi di autori affermati e giovani promesse, di luoghi quali la qualità, la densità e il rischio nella letteratura italiana. Le prime due uscite saranno gli autori Enzo Fileno Carabba e Franz Krauspenhaar. [Enrico Piscitelli e Alessandro Raveggi]

di Alessandro Raveggi

Viviamo, oggi, in una condizione in cui le nostre parole sono un nodo, una tag associata a un’informazione, verso le quali e dalle quali si irradia una rete, alcune reti, nella Rete. La Rete è un modello di autonomia relativa, di libertà limitata e temporanea, meravigliosamente anarchico e labirintico (per i fanatici del labirinto), ma anche ambiguamente accessibile. Siamo completamente accessibili, siamo completamente visibili, purtroppo, ovvero: vulnerabili. La Rete ha le sue falle e i suoi pescecani, che navigano a vista con i propri specchietti per le allodole tra i denti. La possibilità di essere fregati, di essere illusi, di perdere la nostra libertà, è paradossalmente maggiore. Dal Sistema anarco-capitalistico in crisi, dal mainstream che pur sta cercando di mimetizzarsi nella nostre forme di resistenza vitale, quasi biologica – per rinascere quando forse rinasceremo – si è sempre delusi.

logogiustoIl diffondersi della letteratura nel mezzo partecipativo delle comunità-web italiane e mondiali ha moltiplicato quantitativamente i luoghi dove la qualità può (ma non necessariamente deve) essere rintracciata. Al di là della possibilità che le forme rapide di pubblicazione del weblog ci stanno offrendo, e del ricrearsi blando della comunità in una simulazione gioco in cui possiamo pur sempre mascherarci da avatar, bisogna preservarsi dal rischio del consenso qualitativo, ovvero dalla pretesa di valutare un testo come qualitativamente letterario, dipendendo dalla quantità di frequentazioni del testo, di apprezzamenti, di click, poll e commenti telematici. La letteratura qui viene spesso classicamente mercificata, anzi mercificata al secondo grado. «Non è merce, questa è letteratura, un nuovo modo cool di farla», ma è sempre paradossalmente merce, termometro di consenso. Quello che vogliamo dalla qualità non è consenso, è diffusione e differenziazione, movimento di visione e divisione, non partecipazione da prova d’acquisto.
Bisogna comunque fare un tentativo per togliere uno strato immancabile di spocchia dalla nozione di qualità letteraria.
Cosa è allora questo richiamo alla qualità, in un mondo felice e utopico in cui Tutti scrivono Tutto, e in un mondo infelice e distopico in cui nessuno pare comprare i libri? Facciamo un parallelo. Cosa intendiamo con l’espressione qualità della vita? Il semplice adeguamento al gusto della massa (o della massa al suo gusto preconfezionato), la semplice capacità di possedere e dominare ammennicoli tecnologici, divani confortevoli e televisori al plasma, di essere oggi up-to-date e domani chissà…? Questa concezione non è più proponibile, visto che il modello economico che l’ha portata in auge sta crollando, o rientrando nel proprio guscio protezionistico (anche se forse lì dentro marcirà). La qualità della vita è ora molte cose assieme, un vettore di tante variabili in rapporto al nostro Welfare State individuale, ma sicuramente è una condizione in rapporto a una gittata, a una potenzialità futura. Appunto: la gittata delle nostre azioni future. Vivo qualitativamente bene se quello che faccio oggi potrà durare domani, senza per questo andare in cancrena, ma vivendo nella metamorfosi, nell’apertura, non in un eterno presente insipido. E questo vale sia per la classe media italiana in lenta fissione, che per i Paria dei paesi in via di sviluppo. Vivo qualitativamente bene non necessariamente se oggi possiedo un divano di lusso (o un libro in prima fila sullo scaffale), ma se potrò permettermi un divano anche domani, magari più piccolo, anche per i miei figli. La qualità della vita è così poter pensare alla propagazione, e metamorfosi, della mia vita, e della mia opera, domani. Ed è qualcosa che ha a che fare dunque con la possibilità (non l’obbligo) di fare figli, di riconoscersi in un’alterità che nasce dal nostro ventre.
orologio_daliIl disprezzo per i giovani che le generazioni che ci precedono dimostrano e hanno dimostrato, un disprezzo che si è caratterizzato come spettacolarizzazione della gioventù, almeno dal Dopoguerra a oggi – e che è uno dei nostri faticosissimi compiti annullare – ci fa capire che la loro visione di qualità della vita era necessariamente contraria alla nostra possibilità di propagarci, era in qualche modo castrante. Il benessere borghese è ed è rimasto un concetto statico e ottocentesco basato sull’accumulazione, l’appropriazione, l’accatastamento di beni, entrato in crisi proprio nell’era del consumo e della sovrapproduzione. Dall’accumulazione si è passati, linearmente, alla mercificazione della cultura. Questo dobbiamo ripensarlo. Sono le nostre discariche vicine e lontane che ce lo chiedono. Persino tutta questa discarica del senso che ci ha consegnato il cosiddetto post-moderno dimostra in fondo una mancanza, un dolore nascosto, anestetizzato più che esorcizzato, annullato più che ritualizzato.
Questo per dire che qualità non è possesso, una eudemonia: la qualità non si possiede, ma si produce, si narra, si propaga, si consegna e si perpetua, potendo guardare al di là del presente. Adesso speriamo che il parallelismo sia chiaro, anche se il rapporto vita/letteratura è obliquo, necessariamente inclinato, mai verisimile: la qualità letteraria è un insieme di forze che producono un effetto d’intensità, una durata che garantisce la possibilità di trasmissione. Effetto sul lettore, effetto sulla comunità, effetto sul futuro. Non è solo una questione di stile, ma di efficacia di stile. Per questo, la qualità letteraria sta, e a un tempo non sta, nella forma libro. Forma che molti (non noi) sono pronti a demolire o sorpassare, senza riuscire a pensare alla transmedialità originaria della letteratura, dalla lingua schioccante degli aedi alle USB roventi dei piccoli editori.
La qualità è così la capacità del libro, del romanzo, del poema, di prefigurare il futuro, uscendo da se stesso, uscendo dal proprio presente statico e cristalizzato del linguaggio e del desiderio. Qualcosa di molto vecchio e di molto nuovo. Senza per questo dimenticare il passato, anzi, rinnovando il desiderio di comprenderlo in quello che chiamiamo memoria. Già, la memoria: in Italia pare solo il nome dato al tour di un gruppo di partigiani, che vanno affaticati, di liceo in liceo, a rammentare i combattimenti su per i monti, le rupi e le brumose vallate. Già, l’Italia… Oggi più che mai, parlare di qualità letteraria in Italia, ancora senza snobismo e pretese decadenti, esotico-esoteriche, significa enucleare una serie di topic-salvagente non del tutto inutili anche per quello che si chiamerebbe condizione di vita (almeno nel Bel Paese). Il parallelo qualità letteraria-qualità della vita potrebbe diventare un’istruzione. Visto che paiono saltati da tempo i parametri di distinzione tra reale e finzionale, almeno dobbiamo trovare una strategia sostenibile per muoverci in queste ambiguità, un efficacia che ci permetta di distinguere. Non opere efficienti, che fanno il loro bravo lavoro di decalcomania feticistica della realtà, che rispettano il lettore e il suo mondo di agi e ombrelloni, ma opere efficaci.
deformePerché, allora, in Italia, dovrebbe esserci necessità di opere letterarie qualitativamente intense e durature? Perché in Italia c’è una voragine chiamata: carenza di immaginario, collettivo e individuale. Chiamatela tedio, noia, apatia, ma si sta verificando un’atrofia dell’immaginario che molti non possono o vogliono scorgere, perché hanno disimparato a dare valore al concetto di qualità. Dobbiamo però reinventare il nostro immaginario, ovvero il nostro modo di compensare la refrattarietà delle cose italiche con la creazione verbo-visuale, il nostro modo di sfogliare l’opacità delle cose presenti, e guardare oltre, dietro il muro dell’oggettività. E questo andrà inevitabilmente a scalfire la nostra identità tradizionale, un’identità che deve avere una durata. Oggi la letteratura, almeno in Italia, è una forma di sopravvivenza, una consegna al mittente da non mancare.
Carenza d’immaginario, carenza d’identità, carenza di qualità. Carenza di futuro. Non osiamo immaginarci il futuro italico, ma siamo stanchi d’incipriare il presente. La qualità della nostra vita dipende anche dalle opere che i nostri autori coevi sanno e pretenderanno di produrre. Questa è la responsabilità che ci si presenta davanti. Si deve tentare, rischiare tutto, reinventare un linguaggio, captare le emergenze – cioè quello che viene fuori da questi tempi, e manca ancora di parola. E prefigurare le nostre nuove facce, desiderando e recuperando le facce altrui, la nostra tradizione polverosa. Facce di un passato che, oramai staticizzato tra monumenti impercettibili, libri di testo e retoriche varie, ci spinge sempre più verso un futuro già pari a: zero.
Intensità e durata, si è detto. Se azzardiamo ad applicarle a una visione magnetica – da campo magnetico – delle opere letterarie, queste prevedono spostamento. Lo spostamento prevede adattamento creativo della forma, ovvero metamorfosi. Questa, lo si è detto fino alla nausea, è una delle qualità costitutive del romanzo, il prodotto della sua origine epico-orale (dispersione assoluta e semina della sua avventura), del suo ibridare generi (il romanzo è un grande cannibale, una tessitura aperta come la tela navajo dell’Emilio Cecchi in Messico), del suo pensare e criticare se stesso (il romanzesco che guarda se stesso, Don Quijote che legge le sue avventure stampate), cercando di acciuffare senza tregua allo stesso tempo quel Reale traumatico che stiamo vivendo – il fantasma della cibernetica calviniana, che non si vede, ma pressa. E, prima o poi, ritorna.
Perché dire Italia oggi cosa significa? Non è qualcosa che ha a che fare con il dolore spettacolarizzato di una progressiva mancanza di qualità di vita? Italia è un’espressione senza referente, un sipario desiderante senza scena desiderata, ma con molti mésententes e différends, disaccordi e dibattiti, con tante tracce e traumi da esplorare. Per questo c’è forse il bisogno di tentare opere metamorfiche, mutanti e cosmiche, che tocchino il cielo universale per riflettere la piccola zolla particolare e redimerla, emisferi dove la nostra faccia – perché noi, italiani, con l’identità, ci rimettiamo pure la faccia – si possa rispecchiare deformata, per scorgere i cambiamenti dei connotati e delle costellazioni, domani. Lavorando di fantasia, irrispettosamente, anche sulla nostra Storia senza capo né coda.
Parlare di romanzo, o di racconto in prosa, di per sé è parlare di qualcosa che non è, ma che sarà, qualcosa di volto al futuro anche se scritto nel passato remoto. Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola. Significa auspicare un futuro duraturo, ma non per questo conservativo, della nostra identità. Un futuro parzialmente libero, temporaneamente autonomo. Diciamo durata, non necessariamente ripiego morale o moralistico della parola. Responsabilità della posta in gioco, non civismo sbandierato e, quindi, spettacolarizzato.
Le nostre opere, in questo orizzonte di senso in modificazione repentina, saranno l’arco perfetto e intagliato pronto a risuonare, la freccia sarà il nostro occhio critico pronto a fendere l’aria, la qualità sarà l’intensità con cui tiriamo la corda e lanciamo. Seppure nel disastro dell’immaginario italiano, un punto d’appoggio e un tentativo per essere buoni arcieri ancora dobbiamo e possiamo farlo. Anche da una posizione sbilenca, minoritaria, ridicolmente caparbia.

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17 Risposte to “Non multa sed multum. Qualità della vita, qualità letteraria”

  1. cristiano de majo Says:

    a parte alcune dichiarazioni fumose e altre condivisibili (per esempio quella sul valore futuro di un’opera), questo pezzo secondo me elude una domanda ineludibile sulla ricompensa di quella che voi chiamate “qualità”: si può avere qualità senza pagarla? si può chiedere a uno scrittore di scrivere un capolavoro senza o quasi essere ricompensato per il suo lavoro? e possiamo ancora permetterci di considerare la scrittura un’attività da tempo libero? e, infine, si può immaginare un sistema culturale senza borse, premi di fondazioni, eccetera, eccetera? senza questa considerazione, tutto il discorso sul cosiddetto mainstream risulta un po’ monco. voglio dire: manca il punto di vista dell’autore, che per poter lavorare bene e in pace nel frattempo dovrebbe essere in grado di campare e badare alla sua qualità di vita, a meno che non dobbiamo considerarlo un eroe mitologico.
    (e non mi dite che kafka faceva l’impiegato.)

  2. enpi Says:

    errata còrrige: “a partire dal 2010“.

    @Cristiano
    vero. non affrontiamo la questione – della quale comunque si dibatte da molto, e in molti luoghi – della “ricompensa” dell’autore.
    ora, nel concreto, i nostri autori hanno un buon contratto. ma non è questo il punto. non è il punto sul quale è incentrato questo intervento [il secondo di quattro] “programmatico”.
    la terza parte sarà incentrata sul rapporto fra autore e responsabili editoriali [editor, curatori ecc.].
    ma – di nuovo – non affronterà la questione che tu poni.
    credo sia una questione interessante e importante, ma va al di là della curatela di una singola collana, coinvolgendo l’intero sistema culturale – e lo Stato. divendo – in ultima istanza – una questione politica e ideologica [nell’accezione positiva dei due aggettivi].

    ma è una questine politica e ideologica anche questa della “qualità”. e – al momento – ci sembra la prima questione da affrontare, la più importante.

    enrico

  3. Alessandro Raveggi Says:

    Caro Cristiano,

    grazie per il tuo intervento e d’accordissimo con te sulla questione “economica”. In effetti non affrontiamo il problema della qualità della vita dello scrittore, o meglio di quello che lavora per ottenere la qualità dal suo lavoro. Ci concentriamo più sul confrontare i termini qualità della vita/qualità letteraria e velatamente proponiamo un azzardo: che la produzione di opere qualitativamente efficaci possa avere un effetto sul corso e corpo delle cose italiche (o almeno sul loro modo di essere considerate). E quindi, di rimbalzo, anche sulla questione dello status dello scrittore, questione che ci interessa molto e interessa molto anche ai nostri autori, tra i quali ti segnalo Franz Krauspenhaar, che da tempo si è battuto in questa direzione su Nazione Indiana e altrove. Abbiamo poi volutamente cercato di abbassare il tono della parola qualità per non risultare “quelli che pensano che l’autore è un eroe mitologico che tutto fa e tutto soffre etc…”

    La questione delle borse di studio -io che lavoro in Messico- la sento moltissimo: persino qui, un paese considerato del terzo mondo…, ci sono una quantità direi esagerata di borse di studio. Tutto questo però credo dipenda dalla quantità di investimento che la classe politica e culturale dominante (al di là dei partiti) dedica alle nuove generazioni italiane, cioè pari a zero. Dipende dal fatto che, da noi, le borse di studio sarebbero dedicate ad un gruppo di 30enni macilenti senza lavoro e avidi di briciole e che qui partono dai vent’anni e sono un impulso alla produzione (anche ingenua). E’ una mentalità -che ritorna nel testo quando parlo in maniera un po’ feroce di uno scontro generazionale- che va espunta. E’ ridicolo, d’altro lato, che le politiche giovanili in Italia stiano attualmente monitorando artisti e produttori di 35, dico: 35, anni!

    E’ una mentalità che non prevede da un lato l’ingenuità come banco di prova, come viatico e perizia febbrile verso la maturità. E che dall’altro non contempla una maturità professionalizzata. A tutti conviene considerare le Belle Lettere come qualcosa di talmente aulico e raffinato da non avere bisogno di sostentamento dignitoso. Per questo, di contro, se vuoi leggere in maniere amplificata le opinioni di scrittori italiani in materia di società, devi leggerle nel bel mezzo di cosce lunghe, creme dimagranti, attrici in menopausa e bicipiti. Fanno certi sospiri, dai parrucchieri, quando si “salvano” leggendo uno scrittore e la sua rubrichetta…

    La questione è quindi forse più politica e ideologica, che economica. Penso che affrontare la qualità letteraria come l’affrontiamo in questa sede sia un passo anche minimo -se vuoi un po’ fumoso, in un’esposizione che avrebbe richiesto pagine e pagine e qui propongo sacrificata- per provare a cambiare le cose, forzando la via, non adeguandosi alle condizioni (privative e lavorative), ma nemmeno arroccandosi in posizioni e lamentele di principio. So che la nostra, la mia, quella di Enrico, non è sì una posizione di principio, ma forse è una posizione un po’ da mistica dell’ottimismo. Considero che, in sede di poetica, la mistica si trovi spesso mascherata d’ottimismo. Ma niente eroismo, sicuro.

    Come ha ricordato Enrico, questa è la seconda parte. La terza verrà dedicata al tema del rapporto (editoriale e di “coinvolgimento”) dell’autore con l’editor e il curatore. La quarta ed ultima forse risponderà ai tuoi dubbi. Ti invito a seguirci. E ancora grazie.

    A.

  4. La Cura, parte seconda. Ancora ramificazioni sul web. « NOVEVOLT, collana di narrativa densa Says:

    […] Precari. Potrete leggere integralmente e commentare da oggi (venerdì 23 ottobre) anche su Minima & moralia, blog culturale di minimum […]

  5. cristiano de majo Says:

    Grazie per i chiarimenti. A me sembra che “il problema del mainstream” e delle sue eventuali capacità ricattatorie non possa essere risolto, o anche solo discusso, se non partendo da semplici considerazioni di carattere economico. E qualunque nuovo progetto che non ponga questa dimensione come punto fondante mi pare fallimentare in partenza. In Italia si pubblicano moltissimi libri quasi sempre pagati male o nulla e anche di conseguenza brutti o inutili. Continuamente nascono case editrici nuove che fanno splendide dichiarazioni d’intenti e poi chiedono agli autori – ne ho esperienza diretta – “qualcosa” o “qualcosina” senza neanche sognarsi di prevedere un compenso. Per quanto riguarda i giornali e le riviste non ne parliamo nemmeno. Forse, ipotizzo, proprio nell’ottica di una anti-mercificazione del libro, ma siamo già entrati nel campo delle utopie, sarebbe il caso di pubblicare meno cose e meglio pagate. Forse per fare impresa culturale sono necessari investimenti forti, non ci si può improvvisare, non si può andare al risparmio e sperare nel colpo di foruna. Io vedo una overdose di pezzi e racconti e poesie, e sinceramente sono sempre meno le cose che salvo e proprio secondo me perché non c’è un discorso sul valore, anche economico – se non vi sembra una bestemmia – della parola scritta. Io vedo continuamente – e ho anche lavorato per – case editrici, quelle che magari vengono considerate resistenti o interessanti, che rispetto al discorso economico hanno una mentalità anche più spregiudicata dei grandi gruppi, nel senso che credono di potere scrivere e stampare libri senza metterci una lira, senza rischiare, senza investire.
    comunque un sincero in bocca al lupo a tutti e due…

  6. enpi Says:

    qui c’è da dire – scrivere – tanto. tantissimo.
    innanzi tutto, Cristiano, ti segnalo questa cosa:
    http://roundrobineditrice.wordpress.com/2009/10/03/scrittura-ed-eterno-presente/
    che è, in parte, un modo per rispondere alla questione.

    dov’è la difficoltà – la mia difficoltà – nel risponderti?
    in questa contraddizione: io non credo che si debba partire “da semplici considerazioni di carattere economico”; e – allo stesso tempo – so bene che siamo in un sistema che basa tutta la struttura su questioni e idee economiche.
    ovvero: sì, bene scrivere, bene l’onestà della scrittura, bene i discorsi attorno alla qualità, ma poi? che me magno?

    allo stesso tempo, però, credo che la scrittura come “lavoro” non porti alla Verità – non necessariamente, almeno. scrivere su commissione, cioè, è una cosa diversa dallo scrivere per la Verità – la propria Verità.
    ma – tornando al “mangiare due pasti al giorno” – anche lavorare ad altro, per poi scrivere quando si ha il tempo di farlo: può corrompere.

    quindi ho davvero difficoltà nell’affrontare i discorsi sullo status di scrittore, e i discorsi che attengono al compenso economico che la scrittura deve generare.
    credo che i soldi, l’idea di arricchirsi scrivendo, siano una delle cause della mole di scriventi e manoscritti. e sempre ai soldi bisogna ascrivere il degrado della qualità – ché per vendere molto ci si è convinti di dover seguire esempi (appunto) commerciali, e di dover andare incontro a tutti (abbracciare tutti), generando scritti poco utili, poco densi, scritture trite e ritrite – molte, moltissime volte.

    insomma: la questione riguarda il Mondo nel suo complesso. va affrontata da punti di vista ulteriori [sociologio, politico, filosofico ecc.] e non si può risolvere in brevi scritti.

    gli squali di cui parli [“case editrici, quelle che magari vengono considerate resistenti o interessanti, che rispetto al discorso economico hanno una mentalità anche più spregiudicata dei grandi gruppi”] sono mossi dalle stesse considerazioni – corrette – che fai tu. considerazioni economiche. solo sono “dall’altra parte”. e questo è un fatto.
    e forse è semplificativo ridurre la letteratura e la scrittura a lotta economica fra autori ed editori – anche, sì, perché no? ma anche lotta ideologica, e anche alleanza, di vario genere. e molte altre cose.

    insomma: la questione generale è complessa.
    va affrontata, nel Mondo.
    la questione particolare – novevolt e gli autori novevolt – è più semplice: l’editore [Zona] fa dei contratti del tutto corretti. gli autori avranno un compenso dalle loro opere in relazione alle vendite dei loro libri [royalties]. né più né meno.

    ma credo che il punto sia un altro, ovvero: cosa chiediamo noi agli autori e come ci relazioniamo a loro. e cosa questi autori producono, e con quali presupposti.

    crepi il lupo!
    ciao Cristiano,
    enrico

  7. federica sgaggio Says:

    Allora.
    Per prima cosa, voglio dire che mi sento molto vicina a questa affermazione di Alessandro e Enrico: «Parlare senza timore di qualità, oggi, nella nazione italiana, parlare di complessità, come fanno altri in altri frangenti da altre prospettive, parlare di avventura (come metamorfosi, durata e intensità del nostro raccontare e come potenza dell’immaginario), significa avere fiducia, non solo in noi stessi (cosa che da tempo ci manca), ma anche nella durata della parola».

    Ma vorrei anche dire che io di qualità ne vedo, nelle scritture che leggo.
    Mi sono anche stancata di sentire così spesso che le cose pubblicate sono brutte, scritte male, insignificanti, inutili e dannose.
    Non è per forza vero. A volte ti colpisce una copertina, la tattilità della carta, una frase minuscola che leggiucchi sfogliando il libro e poi non ritroverai mai più, una suggestione visiva o sensoriale che ripeschi da chissà dove; così, per uno di questi motivi, decidi di acquistare un libro di cui non hai letto alcuna recensione, alcuna notizia, niente di niente, e scopri che è un piccolo tesoro.
    Succede. E succede anche spesso.
    E credo che siamo tutti abbastanza adulti da poter contare su una serie di segnalini che ci mettono in guardia – con buona ma non sempre perfetta efficienza, per carità – evitandoci di acquistare stronzate colossali.

    Quel che mi pare che manchi al quadro d’insieme è – questo sì, purtroppo – la «comunità», un’idea di «comunità» gentile e benevolente, o perlomeno non feroce e massacrante. Mi sa che in mezzo c’è un sacco di spazio agibile, no?
    Ma forse chiedo troppo.

    E poi.
    Le vostre frasi che ricopio qui di seguito mi hanno colpito come uno zott.
    Sono – credo – le cose più convincenti che ho letto da tempo sul senso dello scrivere, sul senso della qualità e sul senso del – chiamiamolo così, ma altrove (poi dico dove) c’è qualcosa che chiarisce meglio il punto – successo.

    Perciò, grazie.
    Veramente grazie.

    E ora, la copiatura (non per caso, tra l’altro, parlate di «comunità»):

    1. «La qualità della vita è così poter pensare alla propagazione, e metamorfosi, della mia vita, e della mia opera, domani. Ed è qualcosa che ha a che fare dunque con la possibilità (non l’obbligo) di fare figli, di riconoscersi in un’alterità che nasce dal nostro ventre».

    2. «Questo per dire che qualità non è possesso, una eudemonia: la qualità non si possiede, ma si produce, si narra, si propaga, si consegna e si perpetua, potendo guardare al di là del presente».

    3. «La qualità letteraria è un insieme di forze che producono un effetto d’intensità, una durata che garantisce la possibilità di trasmissione. Effetto sul lettore, effetto sulla comunità, effetto sul futuro».

    Sulla questione mi ero interrogata anch’io, da un altro punto di partenza, a questo link: http://www.federicasgaggio.it/2009/09/lidentita-e-lo-statuto-di-uno-scrittore/

    Quanto alla questione economica, temo che non sia possibile uscirne con poche parole facili facili.
    Fino a che il numero di copie vendute, in barba a qualunque altra considerazione, sarà la misura della qualità, chi scrive farà bene ad avere un reddito alternativo, o – per meglio dire- un reddito «vero».

    Piuttosto, a volte mi viene il sospetto che il problema sia nel fatto che a fare la differenza è l’abilità di costruzione di se stessi come personaggio e del proprio libro come un prodotto.
    Ma questo, come qui sopra mi pare sia già stato detto, attiene assai più al «potere» che alla qualità o alla remunerazione della qualità.

    (Infine, e tra parentesi. Sui trentacinquenni considerati «giovani».
    Vero. Assurdo.
    Ma dal punto di vista sociologico i trentacinquenni sono spesso a carico dei genitori, vivono a casa con madri e padri perché in giro non c’è granché da guadagnare.
    E allora, che facciamo? Li escludiamo dal mondo degli adulti e pure da quello dei giovani?
    No, domando).

  8. Simone Ghelli Says:

    Giustissimo affrontare anche il discorso economico, in un manifesto (posso chiamarlo così?) che sottoscrivo in pieno. E’ vero, in Italia oggi si pubblica troppo, e tante cose poco utili se non inutili, ma ha ragione federica nel dire che a cercar bene ci sono anche le cose buone e più che buone… Certo, è più difficile trovarle proprio perché ammassate in mezzo alla valanga di titoli che escono continuamente, ma qui la colpa non è solo degli editori… se gli autori credesero di più nel lavoro che fanno e non fossero così facilmente disposti a svenderlo, avremmo meno editori a pagamento e meno libri a prender polvere sugli scaffali… si tratta, dal mio punto di vista, di un problema culturale molto più ampio, che parte dal venir meno dell’esigenza del confronto tra chi scrive… a me stupisce sempre il fatto che, a conclusione di un reading, sia più facile che venga a dirmi qualcosa un lettore (o, nel caso specifico, spettatore) piuttosto di un altro scrittore venuto a curiosare… c’è questa sorta di tacito consenso per cui non ci si debba pestare i piedi e scontrare, questa mentalità molto democristiana di dare a tutti il proprio posticino senza rendersi conto che così ci finiremo soffocati tutti insieme in quel posticino… e perché poi tanta paura di sentirsi dire che così non va, che c’è ancora tanto lavoro da fare, o che magari è proprio il caso di lasciar perdere? Cos’è questa necessità di trovare la pubblicazione dopo la scrittura? A me pare molto spesso la necessità di mettersi in mostra (ché poi non so perché, capirei con le comparsate in tv), di trovarsi una propria vetrina che funzioni anche al di là del blog in internet… E’ su questa necessità di starci, di essere parte del gruppo che bisognerebbe riflettere, che poi coincide con il venir meno dell’ascolto e della lettura, e giù scuole di scrittura creativa, quando basterebbe comprarsi quei 40-50 libri da leggere e rileggere per imparare un po’ cos’è il lavoro dello scrittore…

  9. enpi Says:

    per quanto mi riguarda, Simone risponde alle domande di Federica.

    io aggiungerei che – se c’interroghiamo sulla “comunità” – dobbiamo affrontare una questione complessa dal punto di vista sociologico.
    complicata ancor più dal fatto che la “comunità”, o ciò che dovrebbe comporre la comunità, non ha più un centro. è una comunità diffusa. io e Federica siamo – credo – a 800 km di distanza. Federica e Simone a 400 – per non parlare di Alessandro, per il quale dobbiamo introdurre il terzo zero, e arrivare alle migliaia di chilometri.
    sì: qui, ora, in questo momento, in questi commenti: noi stiamo “parlando”, e quindi siamo connessi. la Rete può dare l’idea di comunità.
    ma questo è un altro discorso ancora – forse ancora più complesso.
    però la Rete – quale che sia il ragionamento derivante dall’affermazione qui sopra – va comunque sfruttata.
    ovvero: Federica introduce il concetto di “comunità” nel ragionamento mio e di Alessandro. qualcuno [Simone?] ne scrive, se ne interessa a fondo. mette insieme un nuovo ragionamento. e così via.
    così come il ragionamento mio e di Alessandro vien fuori da quelli [della comunità?] che abbiam letto.

    due cose sole sul commento di Federica:
    “Fino a che il numero di copie vendute, in barba a qualunque altra considerazione, sarà la misura della qualità”.
    be’ il numero di copie vendute non è misura di qualità – e su questo siamo tutti d’accordo, credo.
    è misura d’altro: “successo”, “commerciabilità”, “ricchezza”.

    e seconda cosa: certo! esistono “già” scritture di qualità. eccome.
    a volte anche confortate da successi di vendita.

    quindi, mettendo insieme le due cose:
    io credo che la qualità esista, ma spesso non è fondante.
    un libro – insomma – è “anche” di qualità, ma la qualità non è il criterio di scelta [troppo spesso] né per chi lo “produce”, né per chi ne usufruisce.

    e.

  10. federico Says:

    per quanto mi riguarda sulla questione ‘comunità’ sollevata da federica mi trovo – credo – d’accordo con lei (andrebbe creata) e – penso – con enrico: attraverso la rete si può creare, la stiamo creando.

    altro nodo fondamentale, il risvolto economico. anche io mi ritrovo a lavorare per un piccolo editore che non chiede contributi – ma pur garentendo contratti buoni d’altro canto difficilmente è in grado di gratificare economicamente in modo sostanzioso gli autori (il meccanismo dei contratti ‘buoni’, è quello che indicava enrico, quello delle royalties), gli editori del resto sono sulla stessa barca degli autori, chi lavora in piccole case editrici sa di che vendite si tratta e sa che spesso è un lavoro che si fa (purtroppo) più per passione, più in virtù di un ideale etico/estetico che per soldi,e questo a mio avviso è tanto sbagliato per gli autori quanto per gli editori, a fine giornata (e anche durante) tutti devono magnà. Sennò non vale la pena. La soluzione – ardua – risiede sì da una parte nella qualità (quelle case editrici che non chiedono contributi sono ‘costrette’ a provare a garantirla, se vogliono solo poter accarezzare l’illusione di farcela), e dall’altra, a mio avviso, proprio nella comunità. Nella Rete dovremo essere capaci di creare un insieme di relazioni che metta di fronte autori, editori e lettori (i ruoli sono spesso intercambiabili – come stiamo dimostrando – per altro), e che sia un bacino di ricchezza per tutti. Questo avviene, perché già avviene, solo in parte, in modo discontinuo e frammentario. ci sono lacerti di senso nel buio, isole, momenti di non inferno che bisogna trovare, e dargli spazio.

  11. Simone Ghelli Says:

    Concordo, la comunità è essenziale, e che ce ne siano di esempi sparsi nel marasma del web è indubbio. A questo punto, però, è essenziale superare il discorso delle parrocchie e delle conventicole all’italiana per un confronto il più ampio possibile su certe questioni… è necessario “dare corpo” alla rete, evitare di trasformarla esclusivamente (come già in parte accade) in un insieme di monadi che sconfinano dal proprio terreno per il tempo di un commento estemporaneo… io sono fiducioso, perché ultimamente ho visto che qualcuno si sta sforzando di portare la rete fuori dal web, il modo partecipativo, quanto meno di analizzarlo e studiarlo, e quindi di rendersi conto che la possibilità esiste…

  12. enpi Says:

    d’accordo con Simone: cominciare in Rete, perché la Rete va sfruttata e permette di fare cose complicate a budget zero, e di mettere in relazione istantanea persone molto distanti – non solo geograficamente – per poi uscire dalla Rete. che sarà -l’uscir fuori, il “vedersi”- il vero web 3.0.

    e Federico sa che i piccoli editori hanno un senso quando non imitano i grandi: hanno un reale funzione quando innovano, in qualche modo. e lo sa perché il suo editore fa questo – si discosta dalle logiche dei “grandi”, che valgono -se valgono- solo per i “grandi”.

  13. Alessandro Raveggi Says:

    Io sono un fan del 3.0 da tempo, assieme ad Enrico. Riportiamo i nostri sistemi cerebrali dalla tecnica al corpo (per voler parafrasare il protesismo di McLuhan), così come dalla comunità virtuale a quella reale, collettiva e individuale.

  14. Alessandro Raveggi Says:

    *e nervosi.

  15. enpi Says:

    zitto tu, ché hai deciso di cercar riparo in Messico 😀

  16. federico Says:

    w il 3.0. avoja!

  17. Alessandro Raveggi Says:

    Enrico, lo sai, la distanza dello sguardo è importante per distinguere nell’informale alcune figure importanti da salvare nell’inferno. Ma sulla mia esperienza in Messico taccio [e scrivo altre cose :D]

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