Un’introduzione a Fitzgerald

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Metto in rete la prefazione che scrissi tempo fa per Nuotare sott’acqua e trattenere il fiato di Francis Scott Fitzgerald.

di Nicola Lagioia

Nonostante il proliferare delle cattrede di creative writing, niente mi toglie dalla testa che la migliore scuola di scrittura disponibile sia la lettura consapevole dei classici e un duro lavoro su di sé. Il che significa interrogare senza tregua il proprio talento, mettendolo continuamente a confronto con quello di chi ci ha preceduti. Non è un esercizio a buon mercato, perché avvicina al terribile concetto dell’invalicabile (come sentirsi al cospetto di un Assalonne, Assalonne!, di un’Albertine scomparsa, di un Tenera è la notte?) e soprattutto – cosa forse ancora più terribile – perché costringe tanto aspiranti scrittori quanto poeti laureati a fare i conti con i limiti superabili: ovvero, ciò che potremmo fare ma ancora non facciamo per rendere la nostra scrittura migliore e degna di essere letta. Si tratta, in definitiva, di mettere continuamente in discussione la propria vita.
Questa raccolta di frammenti di Francis Scott Fitzgerald – estratti dalla fragile stupefacente bellezza delle sue opere e dalla sua vita epistolare (non meno tormentata dell’altra) – è una testimonianza molto efficace di questo perenne travaglio esistenziale. Credo possa tornare utile a chi vuole fare letteratura per capire ancora una volta quanto sia lastricata di sudore e irrequietudine la strada che porta alla realizzazione di un buon romanzo, traendone (se si leggono queste pagine in modo davvero intelligente) non scoramento ma coraggio. È forse utile anche agli editori non ancora malati di cinismo per ricordare loro che differenza passa tra i risultati da Blockbuster di un John Grisham e, rendiconti alla mano, le circa 40 copie vendute complessivamente da Fitzgerald nel suo ultimo anno di vita. Sicuramente queste pagine torneranno poi preziose a quei lettori già così fortunati da possedere la sensibilità necessaria ad amare romanzi quali Tenera è la notte o Belli e dannati, e in più desiderosi di dare un’occhiata nella bottega dello scrittore.

A parte un trascurabile frammento sull’uso degli aggettivi, tra le pagine di questo libro i cosiddetti consigli tecnici sono banditi. Ogni cosa sembra giocarsi sulla tenacia e sulla giusta disposizione d’animo per la difesa del proprio talento. Non potrebbe essere altrimenti, tenendo conto dell’autore.
Alcuni scrittori, anche scrittori di prim’ordine, sono un tavolo anatomico perfetto per un corso di scrittura creativa. Prendiamo Nabokov: decostruire lo splendido primo capitolo di Lolita è impresa abbastanza semplice. Lunga, faticosa, ma semplice nella sua essenza e in fin dei conti gratificante perché bulloni, puntoni e tiranti della superba struttura che presiede le avventure di Humbert Humbert e di Dolores Haze sono ognuno dove dovrebbero essere. Una perfetta opera di architettura, si potrebbe dire. Ma proviamo a fare la stessa cosa con un romanzo di Kafka o anche con una delle sue brevi parabole. Trovare un giusto incastro di verbi, aggettivi e predicati capace di rendere in modo compiuto e quindi definitivo l’atmosfera del Messaggio dell’imperatore o a maggior ragione quella del Castello è un’impresa che ci troverà sempre sconfitti. L’irriducibilità di certi scrittori consiste proprio in questo: la loro forza e il loro segreto sembra risiedere non nella semplice giustapposizione delle parole ma addirittura nel singolo-carattere-isolato che, per la letteratura (soprattutto dopo il Finnegans Wake…), è un po’ come l’atomo per gli antichi Greci. Da qui il mistero di Kafka, o forse la nostra ostinazione nell’usare la geometria euclidea per qualcosa che andrebbe indagata con altri strumenti. La stessa cosa detta per Kafka può valere ad esempio per Conrad, che Fitzgerald considerava non a caso uno dei propri riferimenti più importanti. Naturalmente vale anche per Fitzgerald. Non credo infatti esista un solo strumento di misurazione convenzionale capace di decrittare fino all’ultimo quark il senso di tragedia imminente che grava sul più futile dei party presente in Tenera è la notte. Non è ovviamente mia intenzione far entrare le scienze occulte nei già abbastanza vilipesi dipartimenti di letteratura né tantomeno suggerire un accostamento naïf alle nostre maggiori opere d’ingegno. Al contrario, ritengo che le regole del buon scrivere – anche quelle dell’ottimo scrivere – siano troppo semplici e scontate per aggredire, leggere e soprattutto esaurire un classico della letteratura. Temo che lo pensasse anche Fitzgerald, e infatti i (chiamiamoli così) consigli presenti in questo libro sono sempre provvidenzialmente un passo in qua dal corpo vero e proprio della scrittura. Non: si fa così. Ma il ben più arduo: ecco forse che atteggiamento avere con se stessi per provare a farlo, sperando di realizzare davvero qualche cosa di importante.

Prendiamo il coraggio e la tenacia. Prima di diventare uno scrittore pubblicato – si legge in queste pagine – Fitzgerald si ritrovò un bel giorno nella sua stanza di New York con centoventidue biglietti di rifiuto regolarmente recapitatigli dalle case editrici a cui aveva inviato i propri manoscritti. All’epoca lo scrittore non aveva più di venticinque anni e lavorava nella Grande Mela per conto di un’agenzia pubblicitaria. Senza perdersi completamente d’animo tornò a casa, a Saint Paul, annunciando ai propri esterrefatti parenti che aveva abbandonato la metropoli per ritirarsi a scrivere un libro, quello che sarebbe diventato Di qua dal paradiso. È superfluo aggiungere che Fitzgerald non sapeva che un editore gli avrebbe dato retta né che questo irregolare ma palpitante (in definitiva: vivo) romanzo generazionale sarebbe diventato un best seller. È forse invece opportuno ricordare che in quel periodo Fitzgerald era in bolletta, motivo per cui l’amatissima Zelda decise di rompere l’ormai arcinoto fidanzamento. Basta un semplice episodio come questo per insegnarci, come si diceva, non il si fa così, ma il come provare a farlo. Un modo come un altro, naturalmente. Ma in questo caso: se senti che la scrittura è per te davvero importante e credi nel tuo talento (e, probabilmente, in quel momento, sei l’unico a poterlo fare) puoi sempre decidere di trasformare un semplice miraggio nella roulette su cui giocarti la vita.
E sempre a proposito di tenacia… sono molti i riferimenti alle continue snervanti dolorose riscritture a cui Fitzgerald sottoponeva i propri romanzi. Nella letteratura italiana degli ultimi cinquant’anni, è Fenoglio probabilmente l’autore che si lamenta con più pathos raccontando come la più semplice delle sue pagine fosse il frutto di una penosa opera di revisione. Qui Fitzgerald fa la stessa cosa, si dà addirittura dello “sgobbone”. Ma questo approccio, oltre a essere la versione languidamente e forse anche studiatamente opaca degli irresistibili motti picassiani («per essere dei geni bisogna lavorare nove ore al giorno…») rivela sullo scrivere qualcosa a cui la semplice dissezione anatomica non riesce ad arrivare: e cioè che la bellezza di certe pagine non è la giusta combinazione di pezzi appena usciti da una scatola del Meccano ma una lenta opera d’erosione o alternativamente di dilatazione (un processo quasi biologico, se non si vuole usare il termine spirituale) di cui la pagina è solo la più infallibile e perfetta delle fotografie e infine, crudelmente, l’unica cosa che davvero conti.
È ovvio che per scrivere un buon libro non ci sono sensi unici. Gesualdo Bufalino lavorò in perfetta solitudine circa trent’anni per fare in modo che una montagna incantata sprofondata nel barocco della Conca d’Oro diventasse Diceria dell’untore. È anche vero che se T.S. Eliot non avesse affidato all’impietoso esame di Ezra Pound il suo poema, avremmo avuto una grandissima opera letteraria e forse non invece quell’autentico pilastro della civiltà moderna che è La terra desolata. Francis Scott Fitzgerald ci racconta in queste pagine di come lui e Hemingway si facessero le pulci vicendevolmente, invitandosi a ridurre pagine, aggiungere scene, calibrare voci, ripensare finali troppo azzardati. Insomma: il valore del confronto. Non una strada obbligata, ma un possibile sistema per migliorarsi. E, volendo intraprenderlo, non è poi indispensabile avere a disposizione l’autore dei Cantos o di Addio alle armi. È sufficiente un essere umano che sia anche un ottimo lettore, che sia armato di un’impietosità talmente salda e sincera da fargli mettere da parte eventualmente anche l’invidia, se quello che gli si sottopone è uno scritto di valore. Insomma, una persona di cui fidarsi nel mondo prima o poi si trova. Ma ritornando a Hemingway e Fitzgerald: la loro amicizia, come si sa, non fu del tutto esente dall’invidia, dall’ingratitudine e da qualche colpo basso, ma se riusciamo a non farci accecare dal bagliore che l’accostamento di questi nomi inevitabilmente scatena, scopriremo nel racconto della loro frequentazione alcuni aspetti dell’opera di Fitzgerald che forse ci mancavano. In particolare, la circostanza che la lenta tristissima disgregazione che si respira nelle ultime pagine di Tenera è la notte sarebbe dovuta essere originariamente sostituita da un finale violento. Fu Hemingway a consigliare una lenta deriva, perché un expedit a tinte forti sarebbe potuto sembrare inverosimile. Come non dargli ragione, ad aver letto il libro? E come non guardare con struggimento agli esseri umani che ispirarono i personaggi di Dick e di Nicole, al Fitzgerald semialcolizzato degli ultimi anni e a Zelda morta nell’incendio di una clinica psichiatrica – e quindi, in definitiva, come non riflettere sul fatto che quel finale abortito sarebbe diventato poi la vita?
È invece quasi consolatorio, leggendo questi frammenti fitzgeraldiani, constatare come la mediocrità e i ricatti del mondo, almeno per le questioni letterarie, non si siano poi così aggravati negli ultimi sessant’anni. Le considerazioni di Fitzgerald di argomento puramente editoriale sono un piccolo Ecclesiaste sullo stato delle cose: niente di nuovo, o quasi, sotto il sole. Vedi le lettere a Max Perkins, il suo editore, nelle quali si lamenta della heavy rotation nel sistema distributivo e promozionale, ossia del fatto che i testi scelti come «libri del mese» rischiassero di catalizzare su di sé ogni attenzione e acquisto lasciando nell’ombra tutti quanti gli altri, e condannando in questo modo le librerie tradizionali a venire disertate in favore dei supermarket della carta (quelli che poi sarebbero diventati i Megastore) – o, sempre scrivendo a Perkins, le lettere in cui si domanda se il lettore profano sia consapevole che i blurbs (i giudizi favorevoli stampati sulle sovraccoperte dei libri) siano molto spesso il frutto di favori reciproci tra intellettuali, in una parola: «fandonie».
Non che Fitzgerald disprezzasse il mercato, anzi. Ma nulla in questo caso è più illuminante di una lettera a H.L. Menchen (fondatore e direttore di The American Mercury, una delle riviste a cui il nostro collaborava) in cui assicura – e qui, probabilmente, dobbiamo credergli – che la fama gli interessa solo nella misura in cui gli consente di provvedere ai doveri famigliari (che nel suo caso significava effettivamente avere parecchio denaro a disposizione) e continuare a scrivere, perché «quando si sia provata l’intensità dell’arte, nient’altro di ciò che ci può capitare nella vita sembra ormai importante quanto il processo creativo». Ed ecco, questo è un altro fondamentale memento. Sembra banale o tautologico, ma in una società (anche letteraria) sempre più terrorizzata dal poter perdere la coincidenza col quarto d’ora di celebrità, è bene ricordare che la prima cosa che dovrebbe interessare a uno scrittore vero è scrivere, superarsi, aprire una pista (come racconta in una meravigliosa lettera a sua figlia Scottie: sentire di avere qualcosa da dire, qualcosa che nessuno ha mai fissato sulla carta, ma sentirla in modo così disperato da trovare una maniera mai sperimentata in precedenza per esprimerla), e quindi lasciare un’impronta durevole. Insomma: il desiderio di posterità. Senza quello, difficile andare lontano.
E così, anche quando leggiamo le lettere di Fitzgerald a pochi mesi dalla morte, vale a dire la testimonianza di un uomo abbandonato dalla fortuna e dall’amore, di uno scrittore alle prese con un romanzo – Gli ultimi fuochi – che purtroppo non riuscirà a concludere e che, a proposito della caratterizzazione dei personaggi di quel libro, confessa malinconicamente che le sue difficoltà dipendono anche dal fatto di non riuscire a sentire le persone con la stessa intensità di un tempo, l’unica forza capace di annichilire la tristezza che tutto ciò comporta è la semplice evidenza che le opere di Fitzgerald sono sopravvissute all’uomo che le ha generate. Il che, per uno scrittore (e per qualunque uomo, se osiamo dilatare per un attimo il concetto di opera) è forse l’unica forma di trascendenza a cui si può guardare rimanendo con i piedi fermi sulla terra.

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4 Risposte to “Un’introduzione a Fitzgerald”

  1. Gianluca Liguori Says:

    Gran bella prefazione, complimenti.

  2. Laura Says:

    Grazie.
    Per me che amo F.S.Fitzgerald, che ho appena concluso ‘Save me the last waltz’, eche sono sempre felice di trovare cose su uesto scrittore immenso, che, semplicemente, mi commuove.Lui, veramente, aveva la Grazia.

  3. Laura Says:

    E la Grazia si riverbera in questa prefazione, bella.

  4. sarah Says:

    una prefazione di buon sentimento, appassionata, onesta.
    Mi sfugge la distinzione tra semi-alcolizzato e alcolizzato.

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