Ti racconto una storia

by

di Francesco Longo
(Apparso sul Riformista)

barhopper«“Ti racconto una storia”, dice Carver a Hopper. “È un’immagine che ho avuto. Non so se è una storia che si può definire realmente tale. Potrebbe essere una poesia. Forse un giorno la scriverò, e potrebbe essere un racconto breve quanto una poesia”. “L’ascolto con piacere”, dice Hopper».
L’incontro tra lo scrittore del cosiddetto minimalismo americano Raymond Carver e il pittore del cosiddetto realismo americano Edward Hopper non è mai avvenuto nella realtà. Ma sappiamo che la letteratura è una delle più raffinate forme di estensione del reale. Se qualcosa accade in un libro possiamo ancora dire con assoluta certezza che non è mai accaduto? Ebbene, da oggi, questo incontro plausibile, seppure storicamente fallito, in un certo senso c’è stato.
Aldo Nove ha appena pubblicato un libro che si intitola Si parla troppo di silenzio. Un incontro immaginario tra Edward Hopper e Raymond Carver (Skira, pp. 78, euro14) in cui racconta l’incontro tra lo scrittore e il pittore. Appuntamento mancato per un soffio, visto che si trovavano entrambi in California, negli stessi mesi del 1958, ma si sfiorarono. Aldo Nove, ex-cannibale, autore di Superwoobinda (1998), di Amore mio infinito (2000), di Mi chiamo Roberta, ho 40 anni, guadagno 250 euro al mese (2006) e di altri libri, ci dà la possibilità di assistere a questo contatto tra due giganti e lo fa in una narrazione pienamente riuscita. Nella prima scena vediamo Hopper («L’uomo con il Borsalino è Edward Hopper. Famoso per i suoi silenzi e per i suoi quadri»), e la moglie (anche lei pittrice, modella sempre presente nei quadri del marito). I due vengono presentati così: «Una coppia che per l’America, di tanto in tanto, scorrazza in cerca di tagli di luce, di angoli di case». Si fermano in un locale dove stanno parlando due uomini: «Il ragazzo sui 20 anni con la camicia a scacchi si chiama Raymond Carver».

Carver e Hopper vanno a pesca insieme. Aldo Nove ha il coraggio di mettere in bocca a Carver delle storie. Sentiamo Carver che racconta. E Hopper sta in silenzio e ascolta. Presto la loro conversazione diventa un commento al loro lavoro artistico. Carver per esempio dice: «Non sono capace di scrivere romanzi. Forse un giorno ne scriverò uno, o forse no. Il racconto è come una poesia. Ti permette di iniziare e completare una storia in un momento solo, senza doverci lavorare per anni. Io questo non posso farlo. Ma posso descrivere le emozioni i sentimenti che provo di fronte a tante cose».
Carver e Hopper hanno raccontato la stessa America. Pompe di benzina, interni di case spoglie, natura incontaminata, luci a neon di locali sulle strade provinciali. Si sono concentrati su scene semplici, domestiche, per raccontare dinamiche universali: l’incomunicabilità delle coppie, la solitudine, la stanchezza della passione, il declino dei corpi, il tramonto dei sogni. Hanno messo in scena anime disperate, corpi nudi, menti assorte. Sigarette, bicchieri di whisky e vasti paesaggi americani.
estatehopperNove ha avuto coraggio a scrivere queste pagine e il coraggio in letteratura è sempre ripagato. Ecco un dialogo tra Hopper e la moglie: «“Sei la mia unica modella” [dice lui]. “Io lo so perché” dice la donna come se stesse per rivelare un grande segreto. “Perché?”. “Perché tu adori le distanze”. “Forse è così”. “Ti piace, che io sia distante. Anche se sono nuda, anche nell’intimità. È per questo che mi hai sposata e lo hai sempre saputo”».
Si parla troppo di silenzio è un libro fatto quasi solo di luci, ombre, silenzi e parole. Nove, che di solito preferisce raccontare un’umanità squalificata dalla merce, debilitata mentalmente dall’intrattenimento televisivo, ha scelto questa volta una direzione nuova, poetica, introspettiva, psicologica. Carver, Hopper (e anche Nove) condividono sicuramente quanto dice Hopper nel libro: «È quasi scandaloso, per chi è in grado di accorgersene: quanta fantasia c’è nel reale, nella vita di tutti i giorni. Si tratta di ritrarla nel modo giusto, di darle forma o parola, ombra o silenzio, luce che immobilizza o buio che sospende».

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2 Risposte to “Ti racconto una storia”

  1. enpi Says:

    fra l’altro, nell’inserire il libro su ibs [ho seguito il link], una mano felice – e errante allo stesso tempo – ha scritto “2090” al posto di “2009”. e questo rende il tutto ancora più suggestivo…
    e.

  2. fernando coratelli Says:

    hopper è molto più vicino a camus che a carver. il resto è solo vanità

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