L’amore nuovo

by

di Carlo Mazza Galanti

amorenuovoProbabilmente Philippe Forest non sarebbe diventato uno dei più interessanti, intensi e coinvolgenti romanzieri francesi della sua generazione. Probabilmente avrebbe continuato senza interruzioni la sua brillante carriera accademica; avrebbe continuato a interpretare con raffinata intelligenza l’opera di Sollers, di Proust e dei surrealisti, a disegnare con applicazione certosina mappe tematiche intorno ai romanzi di Butor e Robbe-Grillet, per consegnare infine i risultati delle sue ricerche ai colleghi di Cerisy o ai tipi di piccole edizioni universitarie. Probabilmente: se la sua vita non fosse stata sconvolta da un dolore che quasi nessuno, salvo trovarcisi dentro una volta per tutte, potrebbe impedirsi di ridurre ad una delle tante formule scaramantiche di cui la società offre un campionario inesauribile.
Da quando, nel 1997, L’Enfant eternel (curiosamente pubblicato in italiano da Alet con il titolo di Tutti i bambini tranne uno, lo stesso di un saggio autobiografico che Forest pubblicherà dieci anni dopo il suo esordio letterario) è apparso negli scaffali delle librerie francesi, la casella postale dello scrittore si è riempita di attestazioni di solidarietà e di lettere di ringraziamento da parte di lettori che come lui hanno vissuto la catastrofe di perdere un figlio in giovanissima età. I lettori hanno ringraziato perché Forest, nonostante la tensione poetica e filosofica del suo romanzo, nonostante lo spessore formale di una scrittura tutt’altro che compiacente (si vedano i suoi autori prediletti, sopra citati), ha saputo «parlare contro le parole», per ripetere una formula di Ponge da lui stesso volentieri utilizzata.
Parlare contro il discorso sociale, parlare contro le bugie e le banalità a cui è stata ridotta l’esperienza del lutto da un mondo che del vitalismo caricaturale ha fatto il proprio programma etico e la propria principale risorsa economica, parlare contro il lutto anche: nella misura in cui tutto, nell’opera di Forest, si muove in direzione contraria alla vulgata psicanalitica della «elaborazione del lutto». È questo l’argomento più forte di Tous les enfants sauf un, il saggio di cui sopra: la difesa quasi maniacale di un vuoto che nessuna elaborazione potrebbe integrare o colmare, che nessuna difesa psicologica potrebbe o piuttosto dovrebbe cancellare.
Nei libri di questo autobiografo militante percepiamo un dimensione di protesta, una rivolta che attinge tutta la sua forza poetica/politica dall’esperienza vissuta: dalla terribile routine dei reparti oncologici al disagio degli amici di fronte alla tragedia, ai loro sguardi timidi e sfuggenti, riprova, se mai ce ne fosse bisogno, di quanto sosteneva Benjamin nel suo saggio sul Leskov, che cioè «la morte, nel corso dell’età moderna, viene progressivamente espulsa dal mondo percettivo dei viventi». Ogni libro che Forest ha scritto dopo la morte della figlia Pauline è animato dalla volontà di ritagliare a questo grande rimosso uno spazio di visibilità, liberandolo dagli schermi del patetico-sentimentale e da più o meno dichiarati esorcismi, compensazioni o sostituzioni. Il risultato, sul piano dello stile, è una sorta di oltranzismo descrittivo, di asepsi clinico-documentaristica capace di rendere palpabile lo scandalo, l’oscenità della sofferenza nella stessa misura in cui la libera da ambigui pudori e la consegna ad un lirismo intimistico appena accennato, profondamente conturbante. Nel primo libro, in assoluto il più duro e forse anche il più bello, sono gli ospedali – la loro gelida burocrazia ma anche i rari squarci di umanità di medici e infermieri – e le continue prove cui è sottoposto il piccolo corpo della bambina. Nel secondo (Per tutta la notte) sono narrati i mesi successivi alla morte della figlia, la sospensione quasi onirica in cui vengono a trovarsi i genitori e i loro tentativi di sopravvivere al trauma. Con Sariganara il discorso si allarga a comprendere gli interessi di Forest per la cultura giapponese, come se nelle fotografie di Hiroshima realizzate da Yosuke Yamahata o nell’opera di Soseki si potessero rispecchiare le esperienze dello scrittore. Infine ne L’amore nuovo (Alet, trad. di Gabriella Bosco, pp. 152, 15 E), l’ultimo romanzo pubblicato da Forest, torniamo all’autobiografismo diretto dei primi due libri.
In una narrazione fittamente ritmata, attraverso brevi capitoli che trasportano il lettore verso la dimensione riservata del journal intime, Forest ci racconta la rinascita dell’amore e del desiderio, le più piccole palpitazioni del sentimento all’ombra dell’indimenticabile dolore: «Nessuno ha mai detto nulla della strana effervescenza amorosa che colpisce coloro che l’esistenza fa sopravvivere al dolore (…) lo strano è che la nozione del nulla s’insinua proprio là dove l’energia ritrovata dei corpi amorosamente abbandonati l’uno all’altro dovrebbe ragionevolmente mettere tra parentesi tutto il resto. La prova si rinnova attraverso la fisicità erotica che sembrerebbe esserle completamente estranea». La stessa poetica asciuttezza che restituiva sulle pagine dei primi romanzi il vissuto della malattia, ci consegna ne L’amore nuovo quasi il diagramma esistenziale di una parabola erotica, il referto sentimentale di un «magnifico scivolare di due solitudini nell’incavo dello stesso letto», ma anche del commercio macabro con il ricordo della figlia che oscuramente alimenta il loro desiderio: «Non ho mai capito – scrive Forest nell’introduzione quasi saggistica del suo libro – quale assurdo legame si fosse stabilito tra la perdita di nostra figlia e l’interminabile e inutile sfinimento de quelle notti. L’approvazione della vita fin nella morte? Sì, forse, se sapessi cosa significa. Ma anche l’opposto: la fedeltà alla morte fin dentro l’esasperazione della vita».
È una frase di Bataille, quella che lo scrittore finge di non capire, precisamente la prima frase del saggio sull’erotismo. Ed è completamente batailliana la sua ricognizione anatomica dei gesti dell’amore inseguiti fin nelle più piccole espressioni corporee, la rappresentazione di una sessualità spudorata e disarmata, l’esercizio letterario di un voyeurismo molto più estremo di quello pornografico, molto più limpido: perché ogni amplesso, ogni minimo gioco erotico, ogni fallimento anche, hanno tutto il peso di quella violenza elementare di cui parlava il filosofo francese e che per Forest significa, ancora un volta, il persistere quasi rituale della memoria di Pauline.
Una delle frasi che più mi hanno colpito del libro, forse per il candore enigmatico di una dichiarazione così sbrigativa, è la seguente (il narratore ha appena finito di descrivere, con la consueta accuratezza, un momento di estrema intimità): «Scrivo queste cose non perché io le creda uniche – le ho vissute con ogni donna innamorata di me – ma perché non le ho mai lette in un libro». Le ultime pagine del romanzo conducono, su un registro più riflessivo e saggistico, a interrogarsi sul significato dell’autobiografia. Sono pagine dense e illuminanti, difficilmente riassumibili, pagine che ci impongono un confronto serrato con l’assurda bellezza della scrittura, con il bisogno di dirsi, di perdersi nelle parole e di salvarsi, perdendosi. Forest ci racconta il mistero e il fascino di questo spazio aperto all’inaudito, della dimensione confessionale che da Agostino a Leiris non ha smesso di occupare tanti scrittori e di suscitare capolavori. Uno spazio che lo scrittore rifiuta di abbandonare ai pruriti scandalistici dei media e al conformismo dei sentimenti telemorfizzati.

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Una Risposta to “L’amore nuovo”

  1. 引越し業者 Says:

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