Morte di un albatross

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Con questo post su Midway, ultimo lavoro del fotografo Chris Jordan, si apre la collaborazione di Fabio Severo con minima & moralia. Fabio è fondatore e autore del blog hippolytebayard, uno spazio che ospita interessanti ragionamenti sulla fotografia contemporanea e interviste esclusive con alcuni dei protagonisti. Ci sembrava importante aprire un canale di comunicazione con questa forma espressiva anche perché le speculazioni sulla fotografia e, più in generale, sullo statuto delle immagini sembrano avere l’incredibile capacità di dirci dove ci troviamo.

di Fabio Severo

Questa fotografia mostra gli oggetti di plastica rinvenuti nello stomaco di un giovane albatross di Laysan, raccolti e disposti dalla dott.ssa Cynthia Vanderlip, Division of Forestry and Wildlife, Hawaii.
Foto: Rebecca Hosking/Philosophical Transactions of the Royal Society

Atollo di Midway, “a più di duemila miglia dal continente più vicino”, alcune settimane fa.
Carcasse di piccoli di albatross fotografati come reperti investigativi, la stessa immagine per ogni animale morto, la più triste forma di tipologia fotografica. Dentro ciò che è rimasto di questi uccelli, e dove una volta c’era il loro stomaco piccoli oggetti di plastica dai colori sbiaditi formano composizioni astratte, racchiuse dallo scheletro degli animali. Questo è Midway, l’ultimo lavoro di Chris Jordan, una documentazione del disastro ambientale che sta accadendo in “uno dei più remoti santuari marini”, vicino a ciò che è stata chiamata la Great Pacific Garbage Patch, un vortice di spazzatura al centro dell’Oceano Pacifico del Nord che si stima sia diventato grande almeno quanto lo stato del Texas.

Difficile pensare un modo più forte di esprimere come l’idea di un luogo incontaminato nel nostro pianeta sia praticamente perduta, una volta che ci si rende conto che questi cuccioli in fondo sono stati uccisi dai loro stessi genitori che li hanno nutriti con spazzatura che hanno raccolto dall’oceano credendo fosse cibo.

Dopo Running the Numbers, in cui aveva realizzato enormi immagini utilizzando migliaia e migliaia di diversi oggetti la cui massa rappresentava la portata dei principali dati dell’inquinamento e della produzione di massa, Jordan cambia drasticamente approccio pur indirizzando il suo lavoro verso le stesse problematiche globali: mentre nella precedente serie le immagini erano assemblate dall’autore in dei murali di strati di informazioni e di significato che quasi schiacciavano lo spettatore, qui la realtà parla da sola, come lui stesso tiene a dirci. “Neanche un singolo pezzo di plastica presente in queste fotografie è stato mosso, disposto, manipolato o alterato in alcun modo. Le immagini riproducono l’effettivo contenuto dello stomaco di questi uccelli”, scrive Jordan.
La stessa persona che ha prodotto quei mosaici che nascondevano terribili verità dietro immagini innocue ora ci mostra come quegli oggetti che lui stesso manipolava possono presentarsi in composizioni ancora più assurde: creature viventi che celano l’impossibile nei loro stomaci. La natura è quindi ora letteralmente invasa, come le muraglie di merci di Jordan suggerivano che stesse accadendo. Ed è riuscito a esprimerlo nel modo più semplice possibile, ritornando ad una delle radici dell’immagine fotografica stessa: la registrazione della realtà.


In fotografia spesso si sceglie di affrontare problematiche sociali, dichiarando di cercare una qualche sorta di verità e suggerendo un “Io c’ero” del fotografo, sostenendo le immagini con la verità della storia che queste vogliono raccontare. Ma spesso queste immagini sono confuse, mostrano poco e cercano di colpire lo spettatore con uno stile aggressivo. Non c’è verità riconoscibile in questo tipo di fotografie, ma le loro didascalie ci informano di un luogo, di persone, di un momento che starebbero mostrando e noi quindi in qualche modo le crediamo vere, le assumiamo come elementi della storia, come una forma distorta di prova.
Ma con Midway l’atto che il fotografo compie dicendo “è esattamente come state vedendo” ritrova una dignità e un’importanza, l’affermazione di verità si trasforma in un’assunzione di responsabilità e il compito diventa raccogliere tracce da un luogo lontano e mostrarle nel modo più fedele possibile.

Paolo Pellegrin, uno dei fotografi in prima linea della Magnum, ha detto: “Mi interessa di più una fotografia ‘incompiuta’, una fotografia che sia suggestiva e che possa suscitare una conversazione o un dialogo. Esistono immagini che sono come chiuse, finite, in cui non c’è modo di entrare.” Che possiamo dire delle immagini di Midway allora? Sono immagini “incompiute” così come lo intende Pellegrin, oppure sono “chiuse” e “finite”?
Raramente mi è capitato di vedere un lavoro che abbia affrontato una tematica sociale in modo così forte come Jordan ha fatto con queste immagini, raramente ho visto uno stile visivo semplice, sincero e tanto efficace come questi ritratti post mortem di un’innocenza primordiale. La cosiddetta fotografia documentaria qui esprime il suo senso più profondo, quello di ‘produrre documenti’, proprio come un autore così apparentemente ‘manipolatore’ come Chris Jordan è riuscito a fare.

All images except image n.1 © Chris Jordan

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5 Risposte to “Morte di un albatross”

  1. Cano Says:

    Bel servizio, sembra un uccello robot, con un’accozzaglia di circuiti all’interno.

    P.S. Chiedo scusa: perché albatross e non albatros? In italiano la grafia con doppia esse non mi risulta. Non è una pedanteria, è semplicemente una curiosità linguistica.

  2. cristiano de majo Says:

    mi ero posto anch’io lo stesso problema. e avevo già controllato…
    sullo zingarelli ho trovato solo “albatro”, che però non mi pare molto utilizzato.
    in inglese invece è albatross con le due s finali.
    albatros non esiste nel nostro vocabolario, o almeno nel mio.
    essendo uccelli oceanici e derivando il termine “da una lingua indigena d’america”, ci è sembrato meglio usare direttamente l’inglese.

  3. Cano Says:

    In italiano è “albatro” la forma principe, non c’è dubbio. Sul Battaglia e sul Sabatini-Coletti c’è anche “albatros” come forma in uscita (“albatros” è la grafia francesizzante). Quella della “lingua indigena d’America” non la sapevo, a me risulta che derivi dalla sovrapposizione del portoghese “alcatraz” (pellicano) con “albus”.

    Capisco anche che albatross, in grafia anglicizzante, sia più internazionale.

    Basta così, adesso sì che sono pedantesco 🙂

    Ciao Cristiano! Cordialità.

  4. cristiano de majo Says:

    ciao andrea, grazie per l’intervento…

  5. azzurra Says:

    caspita
    c’è qualcosa di mortuario più nella chincaglieria colorata che negli scheletri, è strano. non perché sono mortiferi, ma per l’innaturalezza delle forme e dei colori, per l’inanimato, il fasullo, il seriale che trasmettono. in uno c’è un accendino o così almeno pare e vederlo lì, cosa nota in mezzo all’ignoto, è perturbante.

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