Un onorevole siciliano

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Questo articolo è apprso sul Riformista.
di Alessandro Leogrande

Nell’arco dei quattro anni in cui fu deputato radicale, dal 1979 fino al 1983, Leonardo Sciascia tenne in aula, tra interrogazioni e interpellanze, undici interventi. I testi erano stati già raccolti, insieme alla trascrizione di alcune interviste concesse a Radio radicale e ad altri scritti, in un libro curato da Lanfranco Palazzolo per le edizioni Kaos: Leonardo Sciascia deputato radicale. I soli testi «parlamentari», insieme alla relazione di minoranza redatta per la Commissione d’inchiesta sul caso Moro, vengono ora riproposti in un agile volumetto Bompiani, Un onorevole siciliano, con introduzione e commento di Andrea Camilleri.
Nel ventennale della morte, questi interventi tenuti a Montecitorio offrono più di uno spunto di riflessione sul confine «civile» dell’attività più strettamente letteraria del grande scrittore siciliano. Come scrive Camilleri, Sciascia è stato sempre stato «un politico», sia quando ha scritto romanzi e racconti, sia quando ha scritto articoli che hanno fatto infuriare il dibattito pubblico, sia quando è stato consigliere comunale a Palermo, come indipendente nel Pci, o appunto parlamentare radicale. E da letterato che scruta la società siciliana e italiana (o da intellettuale «illuminista» che utilizza l’arma letteraria) si è sempre prodigato, come scrisse su Tuttolibri nel ’79, per realizzare una «salutare confusione» tra etica e politica.
Perché Sciascia andò in Parlamento? Secondo Camilleri per prendere parte dall’interno alla Commissione di inchiesta parlamentare sul sequestro e l’assassinio di Moro, dopo aver scritto pochi mesi prima L’affaire Moro. Ma forse c’era anche una motivazione più profonda, come dirà egli stesso in un’intervista concessa a Marcelle Padovani: contribuire nel proprio piccolo a «rompere i compromessi e le compromissioni, i giochi delle parti, le mafie, gli intrallazzi, i silenzi, le omertà». E farlo nelle file dell’unico partito che al momento lo consentiva, il partito radicale.
Profondamente deluso, quattro anni dopo Sciascia avrebbe lasciato la Camera con un senso di liberazione. Tuttavia nel corso della legislatura intervenne su tutte le questioni più calde: la lotta alla mafia, le restrizioni delle libertà civili e la concessione di maggiori poteri alle forze di polizia, il caso Pecorelli, il caso Donat-Cattin e il coinvolgimento di Cossiga, lo scandalo della ricostruzione del Belice, le presunte violenze subite dai terroristi detenuti, l’omicidio del magistrato Ciaccio Montalto a Trapani… Parafrasando il giudizio di Camilleri, potrebbero definirsi tutti interventi politici, ma di un impolitico, di un marziano capitato nel cuore del potere legislativo.
Sciascia parla sempre concisamente, va subito al dunque, spesso cita libri e romanzi nel bel mezzo dell’analisi dell’infuocata quotidianità politica. I testi delle sue interpellanze e interrogazioni sembrano quasi oscillare tra due fuochi: un riformismo volterriano che si fa via via più pessimista, in un paese castale, violento, irriformabile; e una tensione alla straniamento quasi pasoliniana.
Alcuni discorsi sono talmente sciasciani che meritano di essere citati per esteso. Ad esempio, intervenendo sulle misure urgenti per la tutela dell’ordine democratico, dice: «Una delle cose che più mi sgomentano in questa mia breve esperienza parlamentare è la constatazione di una doppiezza tra il dire e il fare e tra il dire e il dire, che si realizza in scarti minimi di tempo e di spazio, cioè tra questa aula e il cosiddetto transatlantico: tra quello che si dice e si fa in quest’aula e quello che si dice prima di entrarvi o appena usciti». O, altrove, quando prende la parola per parlare di mafia e si dice a favore di nuove forme di controllo sugli illeciti arricchimenti, afferma: «Questa proposta va benissimo, ma bisogna allargarla, estenderla; il controllo, cioè, deve estendersi anche a noi, che stiamo su questi banchi».
In giorni in cui si discute della reintroduzione dell’immunità parlamentare, paiono davvero le parole di un alieno. Così come aliena appariva allora, a proposito della lotta alla mafia e al terrorismo, la continua riproposizione del principio secondo cui mai e poi mai lo Stato avrebbe dovuto smarrire il diritto e presentarsi come mera forza.
Per Sciascia, alla fine dei cupi anni settanta, e dopo la tragedia del caso Moro, non è il paese a essere ingovernabile, bensì le sue classi dirigenti, la sua cappa politica che ha colonizzato le istituzioni. Le sue interpellanze parlamentari andrebbero rilette insieme alle raccolte di articoli e riflessioni Nero su nero e A futura memoria. Costituiscono quasi le due facce della medaglia di una medesima analisi, i due volti di un pessimismo lucido in un paese offuscato.
Tuttavia, nel ventennale della sua morte, il ricordo della sua parentesi parlamentare favorisce anche un’altra riflessione. Sarebbe possibile oggi, per un epigono di Sciascia, trovare il medesimo ascolto in un aula parlamentare? In quell’Italia, Sciascia poteva essere politicamente iperminoritario, ma era ancora ascoltato. Oggi l’interlocuzione tra intellettuali e politica è totalmente saltata. Indipendentemente dall’autorevolezza dei primi, è la seconda a essersi completamente trasformata. Mutato il canone del dibattito pubblico e i criteri della rappresentanza politica, la critica illuministica – cui Sciascia ancora credeva – non ha più via d’accesso alla critica del Palazzo. O è inascoltata o si riproduce in farsa. Per cui leggere gli interventi parlamentari di Sciascia è come recuperare, a ogni pagina, un reperto archeologico. A essere sciasciani fino in fondo, si potrebbe dire che quel tentativo di interlocuzione è la nostra preistoria.

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