Archive for dicembre 2009

Diaframma e ciò che resta del rock

dicembre 31, 2009

Pubblicato qualche giorno fa sul Riformista
di Nicola Lagioia

Qualche settimana fa ho avuto la fortuna di condividere lo stesso palco con Federico Fiumani, cantante, chitarrista e anima dei Diaframma, uno dei pochi gruppi rock degni di questo nome nati in Italia negli ultimi trent’anni. Il luogo era il torinese Circolo dei Lettori, e l’occasione una rassegna ideata per far convivere letteratura e musica tra gli stucchi dell’austero palazzo Granieri della Roccia. Un contesto lontano da teatritenda, centri sociali e altri spazi d’elezione per la musica alternativa. E tuttavia, quando ho visto Fiumani imbracciare la chitarra e poi lanciarsi nei classici del repertorio come Verde, Siberia, Caldo, L’Amore segue i passi di un cane vagabondo davanti a un pubblico che più eterogeneo non poteva essere (tra fan accorsi dai paesi circostanti, studenti di creative writing nati dopo la new wave, signore impellicciate che ignoravano anche il nome di Ian Curtis), suscitando tra gli astanti non l’entusiastica e in fn dei conti vuota compiacenza che circonda i Dinosauri della musica leggera ma sentimenti più difficilmente gestibili quali stupore, perplessità, fastidio, commozione, spiazzamento, amore… è stato allora che ho pensato: «ecco, dov’era andata a nascondersi per tutto questo tempo…» Mi riferivo alla musica rock.
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Impegno in doppiopetto

dicembre 30, 2009

Questo articolo di Gianluigi Ricuperati è stato pubblicato qualche domenica fa sul Sole 24 Ore e racconta la persona e il lavoro di Frederick Seidel, poeta inedito in Italia considerato però un maestro nel suo paese. Data la recente apertura di minima&moralia alla poesia ve lo riproponiamo.

di Gianluigi Ricuperati

Signore, voglio sentire le tue mammelle. / Voglio far partire le cellule staminali. / La Casa Bianca è preparata / A farmi volare a velocità Mach 3 verso una località sicura segreta. Frederick Seidel ha 73 anni e abita in un appartamento dell’Upper West Side con vista da falco su Broadway, veste in doppiopetto italiano e possiede almeno cinque motociclette Ducati di cui una fatta apposta per lui. Ha pubblicato Final Solutions (lui, ebreo) nel 1963, sotto l’egida di Robert Lowell, il padre della confessional poetry che di lì a poco avrebbe intervistato per la Paris Review. Poi niente, per trent’anni circa: infine, uno dopo l’altro, volumi sempre più originali e potenti: è l’ennesimo caso di artista che trova la propria corda in tarda età, e quando la trova non sbaglia un colpo e d’incanto se ne accorgono tutti – anche il Paris Review, che lo intervista a sua volta sul penultimo numero. Nelle fotografie ha lo sguardo di chi si presenta all’ennesima cena in un ristorante stellato Michelin e vede, intorno, commensali, poi cannibali, poi ancora commensali, e infine ancora cannibali. Vede se stesso. Vede te e vede me. Io vorrei raccontare chi è Frederick Seidel; cos’hanno di unico ed esemplare i versi raccolti per la prima volta in Complete Poems 1959-2009, un volume antologico uscito in primavera da Farrar Straus & Giroux, raccogliendo recensioni entusiastiche da parte di critici, di poeti come Charles Simic e soprattutto una vasta ed eterodossa compagine di giovani narratori sparsi in giro per il mondo; vorrei raccontare perché all’improvviso mi è successo di riconoscere in un uomo nato nel 1936 un esempio d’impegno pressoché assoluto – sì, impegno: ho usato proprio quella parola, per uno che ha passato tutta la vita a collezionare amanti bellissime, beni di lusso, e tonnellate di sprezzatura. Passo la gran parte del mio tempo a non morire. / È a questo che serve vivere. / Mi arrampico su una moto. / Mi arrampico sulle nuvole e sulla pioggia. / Mi arrampico su una donna che amo. / Ripeto i miei temi.
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Appunti su Alice Munro: Zona Disagio

dicembre 29, 2009

di Linnio Accorroni

Come dopo un viaggio inconcludente e pericoloso. Come dopo un incontro che ci lascia perplessi, che ci spalanca più interrogativi che risposte: ecco ciò che si prova, dopo la lettura di una qualsiasi delle storie di Alice Munro. Alla fine di quelle pagine ci si ritrova con una manciata di polvere nelle mani, si rimane delusi e spiazzati. Preda persino di una specie di malessere fisico, del disagio tipico di chi non riesce a spiegarsi perchè tutto, in quei perfetti ordigni narrativi costruiti con tanta lucida intelligenza, con mirabile perfidia, tutto appaia tanto nitido e coeso e, al contempo, tanto indecifrabile ed irriducibile. Perché tutto, in quelle storie, è così chiaro e luminoso, eppure tanto inesplicabile? Il paradosso che più spaventa il lettore: più leggiamo, meno sappiamo. Pensavamo di aver capito tutto di un personaggio, di essere arrivati a costruire una cartografia attendibile e pertinente della sua personalità e, invece, un battuta, un gesto, una inezia fa saltare tutto per aria, ci risospinge verso quella Zona Disagio che pare consustanziale alla lettura della Munro. Tutto ci sfugge e, in un attimo, ci manca, rendendo vano ogni tentativo di ristabilire l’armonia perduta: è come tentare di acchiappare il fumo con le mani. Ovvio poi che proprio questa inaccessibilità, questa impossibilità di comprensione piena e totale della storia e dei personaggi, rappresenta il nucleo su cui si fonda gran parte del fascino di queste storie. Ma è la rottura esplicita del patto non scritto fra scrittore e lettore.
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L’arte non è democratica, ma il talento può essere di tutti

dicembre 28, 2009

Un viaggio tra scrittori e biblioteche di Portland, Oregon. Un reportage di Tiziana Lo Porto pubblicato su XL di Repubblica nell’ottobre del 2008

di Tiziana Lo Porto

«A Portland chiunque vive come minimo tre vite». A dettare la regola è Katherine Dunn, autrice di quel Geek Love (recentemente ristampato in Italia come Carnival Love dalle edizioni Elliot) divenuto libro di culto per più di una generazione di scrittori. A ribadirlo è Chuck Palahniuk, autore di innumerevoli romanzi (Gang Bang l’ultimo uscito in Italia, per Mondadori), allievo dello scrittore Tom Spanbauer (quello del magistrale L’Uomo che si innamorò della luna, ancora Mondadori) e irriducibile ammiratore della Dunn. Dunn, Spanbauer e Palahniuk abitano a Portland, Oregon. Con loro molti altri scrittori. Alcuni lì ci sono nati, altri arrivano da città o paesi vicini, altri ancora approdano a Portland abbandonando la scoppiettante e un po’ mondana scena letteraria dell’East Coast per «sparire» nel più garbato e discreto West. Così che la Portland un tempo resa celebre per il suo magnifico roseto al punto da essere ribattezzata la «Città delle Rose», sia diventata oggi la «Città dei Libri». Ovvero, a volere dar retta alla regola delle tre vite, non c’è abitante di Portland che non sia scrittore, lettore, libraio, o anche solo commesso di libreria.
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Clément Chéroux – L’errore fotografico

dicembre 26, 2009

Questo articolo è uscito nella rivista Alias del 12 dicembre

di Carlo Mazza Galanti

In una lettera del 1929 indirizzata al fratello una giovanissima Lee Miller, all’epoca assistente (e amante) di Man Ray, racconta di come un giorno, nella camera oscura, sentendo qualcosa sfiorare la sua gamba – probabilmente un topo – e spaventandosi per il contatto inaspettato, abbia istintivamente acceso la luce. Alcuni negativi di un nudo erano nella bacinella del rivelatore: «Man Ray li afferrò e li immerse in una soluzione di iposolfito e li osservò. La parte non esposta del negativo, il fondo nero, sotto l’effetto della luce si era modificato fino quasi ai bordi del corpo nudo e biancastro». Aveva scoperto la solarizzazione.
Casualità, serendipità, eterogenesi dei fini sono processi fondamentali, si direbbe, nella storia dell’invenzione artistica. Come ci ricorda Clément Chéroux, ne L’Errore fotografico, una breve storia (Einaudi, PBE, trad. di Rinaldo Censi), numerosi aneddoti, più o meno leggendari, confermerebbero il valore eminentemente euristico degli imprevisti operativi, anche e soprattutto in ambito artistico. Si racconta che Kandinskij abbia avuto la prima intuizione dell’astrattismo osservando una tela capovolta. Il vetro del Grand verre di Duchamp, inizialmente integro, si sarebbe rotto accidentalmente. E Hans Harp avrebbe concepito il suo primo collage osservando i frammenti sparsi di un disegno da lui stesso fatto a pezzi. Potremmo interpretare in questo senso anche l’uso deliberato della restrizione e dell’autolimitazione praticato da molti artisti e scrittori, dai conclamati oulipiani ad altri, meno sistematici, creatori à contrainte. Cosa può significare, ad esempio, scrivere un intero romanzo senza utilizzare una lettera (La disparition di Perec) se non un meticoloso sabotaggio del sistema linguistico, un modo ludico e vagamente masochistico di propiziare la disfunzione, di inceppare il codice per far emergere l’incidente, il lapsus rivelatore?
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Babbo Natale Rampicante Multiplo #1

dicembre 25, 2009

Questo articolo è uscito su Repubblica, edizione di Milano, il 22 dicembre. La foto è di Sabrina Ragucci

di Giorgio Falco

Caro Babbo Natale Rampicante Multiplo, sei un po’ meno seriale degli ultimi dicembre ma resisti arrampicato alle ringhiere con funi illuminate e intermittenti, attaccato agli infissi, alle insegne, assalti i capannoni e le grondaie, gli intonaci scrostati decorati da tubi fluorescenti, sei appeso alle case di nuova costruzione, edifici che l’anno scorso erano un campo di mais o un plastico in cui tu eri grande quanto il cane, accanto alla minuscola auto dei vicini. Credevo che fossi una moda passeggera, come le bandiere della pace o i maglioni e le magliette di quel lilla artificiale e sintetico, le donne lo indossavano all’inizio del decennio, adesso è sepolto nei cassetti, con gli anelli d’argento delle bancarelle giovanili. Non capisco mai se tu stia portando doni, un merchindiser pensionato o un giovane truccato da vecchio filantropo. Forse dovevi solo controllare le caldaie ma eravamo spaventati e nessuno ti ha aperto il portone, anzi, volevamo chiamare la polizia, i carabinieri, ti abbiamo spiato dietro i vetri o nel videocitofono, il grandangolo ti ha schiacciato, reso più lontano, deforme ai nostri occhi. Sei solo, abbiamo investito le renne, lasciate accanto alle nutrie decomposte sul ciglio della strada. Hai abbandonato la slitta, vaghi disperso nel territorio ostile, rendi visibile la ferita del nostro sguardo, da troppi anni ci ricordi che i posticci siamo noi. Vorremmo che te ne andassi presto, ma per il momento ci esprimiamo con un sentimento neutro, speriamo che tu possa precipitare, per renderci vivi nel soccorrere il tuo corpo partito qualche mese prima da una fabbrica cinese. E sotto quell’acrilico rossastro speriamo ci sia carne, da venerare per tessere, oltre i limiti dell’epidermide, il rimpianto della merce.

Essere altro

dicembre 24, 2009

Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto

di Giorgio Vasta

In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso a un altro simbolo per comporre, nell’insieme, il rebus di ciò che è accaduto, e l’eventuale soluzione del suo significato. In alcuni momenti la sensazione è stata quella di avere a che fare con un’ermeneutica impazzita, con l’ostinata ricerca di un’allegoria interna all’episodio, o per lo meno di una metafora esplorabile. Si tratta di tentativi di lettura comunque legittimi e indispensabili per provare a comprendere, dal particolare, qualcosa di più ampio. E se è del tutto naturale che in questi casi il nostro sguardo si focalizzi sul centro dell’immagine – il corpo di Berlusconi, il suo volto ferito – è ugualmente utile far lavorare anche la coda dell’occhio per andare in cerca di ciò che si colloca più in là, al margine, confuso e defilato, per quanto drammaticamente decisivo nel determinare ciò che è successo: il corpo di Massimo Tartaglia. Ed esattamente il momento in cui, nel brulichio della folla, Tartaglia solleva il braccio destro, lo carica facendolo oscillare un paio di volte nell’aria e poi scaglia contro Berlusconi il suo proiettile di pietra. Questa immagine – che ognuno di noi ha assorbito, in televisione o in rete, al ralenti o in un fermo immagine – ha attivato l’equivalente della coda dell’occhio nell’ambito del ricordo, una sorta di “coda della memoria”, facendomene venire in mente un’altra e generando così una rima, sia di struttura sia di senso. Un’alternativa pratica e politica.
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Aristofane, il Bagaglino e l’economia della bestemmia

dicembre 23, 2009

di Raffaele Alberto Ventura

Perché il Bagaglino è considerato uno spettacolo di destra, ovvero disdicevole? Daniele Luttazzi, che si crede Aristofane e pontifica di conseguenza, risponde con un bel luogo comune: perché la loro farsa non trasgredisce le regole. La comicità del Bagaglino, che si vuole non ideologica, è conservatrice, mentre il vero comico pratica lo scandalo e osa la bestemmia. Insomma mostra la merda, come direbbe Kundera, e la lancia sul pubblico. Aristofane scandalizza perché dice troppo, il Bagaglino rassicura perché dice troppo poco. La distinzione passa tra l’eccesso di rappresentazione (la bestemmia dunque) e il difetto di rappresentazione (eufemismo o eufemia). Ma fino a che punto Aristofane si spinge nella bestemmia? E dove si arresta, invece, il Bagaglino?
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H1N1, un’epidemia di paura – che mi ha ricordato un sonetto di G.G. Belli

dicembre 22, 2009

di Damiano Abeni

Qualche settimana fa scrissi questa lettera (come previsto non pubblicata, e rimasta senza risposta), esasperato dall’epidemia di paura ingenerata da una comunicazione scriteriata – e tutta giocata sulle accezioni catastrofiche della parola pandemia.
Pandemia è un termine tecnico che, nella definizione operativa dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, si riferisce alla diffusione di un nuovo agente infettivo in diverse macro-aree del globo. Nell’immaginario collettivo, per motivi diversi, alcuni dei quali saranno chiari – secondo me – leggendo il sonetto del Belli, il nuovo agente infettivo viene unanimemente identificato con un virus letale. E questo è falso: per assurdo, ad esempio, potremmo avere pandemie da virus (nuovi, in effetti) che colpiscono il sistema gastrointestinale e trasformano le deiezioni in oro.
Insomma, pandemia non è affatto sinonimo di epidemia con manifestazioni cliniche gravi, e ne stiamo appunto vivendo una in cui un virus che (è vero) non circolava in popolazioni umane da diversi decenni provoca danni comparabili a quelli della normale influenza stagionale.
A questo proposito ci vuole una parola anche sul rovescio della medaglia: la normale influenza stagionale provoca migliaia di morti ogni anno, e questo viene bellamente ignorato.
Credo che sia tipico dei politici e dei media da un lato amplificare i pericoli immaginari, e dall’altro sminuire o ignorare i pericoli reali, provocando nel pubblico un frullato di sensazioni poco definibili che lo rende sempre più vulnerabile. Ma adesso vi lascio leggere.
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La città degli scrittori

dicembre 21, 2009

Quest’articolo è stato pubblicato su D – La Repubblica delle Donne. Le foto sono di Alessandro Imbriaco.

di Veronica Raimo

«E tu devi essere l’italiana», è la prima cosa che mi viene detta appena atterrata all’aeroporto di Cedar Rapids, mentre un ragazzo biondo americano in jeans e camicia a scacchi mi stringe la mano. Si chiama Joe, ci siamo scritti per un mese, è stato lui a farmi avere il visto per arrivare in Iowa. Dopo quasi 24 ore di volo, 3 scali, e un paio di bloody mary presi sull’aereo, non mi rendo ancora conto che «essere l’italiana» è la sintesi di quello che sarò per i prossimi tre mesi. Joe mi prende la valigia e stringe la mano a Hu, «il cinese», e a sua moglie Jo. Siamo gli ultimi scrittori a essere arrivati, fuori è già notte.

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