Un’introduzione a Raymond Carver

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Questo testo è l’introduzione che Marco Cassini ha scritto per Niente trucchi da quattro soldi, una raccolta di frammenti, di idee, di ricordi di esperienza personale, di piccoli segreti sulla scrittura svelati da Raymond Carver ai propri studenti e lettori.

di Marco Cassini

Perché voi ragazzi non vi mettete a ballare, decise di dire e poi lo disse: «Perché voi ragazzi non vi mettete a ballare?»
Disse: «Voglio solo dirvi un’altra cosa». Ma poi non riuscì a pensare quale potesse essere.

Ecco com’è Raymond Carver.
Quando leggiamo un suo racconto o una sua poesia, quasi mai ci capita semplicemente di vedere i personaggi che fanno qualcosa, capita di rado che li sentiamo semplicemente dire una battuta. Carver ce li presenta appena un attimo prima, permettendoci di osservarli mentre stanno per dire o fare qualcosa: tentennano, ci provano, e poi alla fine lo fanno, oppure no. E la storia procede per questi piccolissimi passi, come per tentativi, per accumulo di incertezze.
(Sembra quasi sia un tentennamento dell’autore stesso; più avanti in questo libro troverete una frase illuminante al proposito: «In genere scopro che cosa voglio dire nell’atto di dirlo».)
In modo non dissimile da quello in cui presenta i processi mentali dei suoi personaggi, Carver nel breve arco della sua carriera di scrittore pubblicato, durata appena una dozzina d’anni (da Vuoi star zitta, per favore?, 1976, a Da dove sto chiamando, dell’88), ha sempre fatto partecipi i lettori dei processi creativi che stavano dietro alla propria scrittura, tanto da diventare una sorta di simbolo per tutti coloro che negli ultimi tre decenni si sono interessati di creative writing, di insegnamento della narrativa, di tecniche di scrittura: non solo perché i suoi racconti sono – al pari di quelli dei maestri dichiarati Hemingway e Cechov – ormai indiscutibilmente riconosciuti come modelli, ma anche perché Carver ha sempre raccontato moltissimo della sua officina, forse (prima che parlarne diventasse una moda, un vezzo necessario) più di tutti gli altri scrittori della sua generazione e di quelle precedenti.

In questi processi e fra gli ingredienti che in un modo o nell’altro hanno finito col diventare letteratura hanno per Carver pari dignità ciò che ha a che fare con la scrittura vera e propria (la formazione, le letture, gli incontri con scrittori e insegnanti, i primi tentativi poetici e narrativi, il tempo e il luogo dello scrivere) e per così dire l’ambiente (le disgrazie economiche, la morte del padre, i litigi con la prima moglie Maryann, i figli, i mille mestieri fatti per mantenere la famiglia, l’alcolismo, la rinascita, l’incontro con Tess Gallagher, la malattia).

Così per esempio succede, con la pubblicazione di Voi non sapete che cos’è l’amore, che un autore di due soli libri, che sono per di più raccolte di racconti (verso cui la diffidenza del mondo editoriale è ben nota), realizzi un’opera composita – racconti, poesie e saggi – che si apre con una cinquantina di pagine interamente autobiografiche. Pagine in cui la letteratura viene per la prima volta misurata in ore per scrivere lasciate a disposizione all’autore dal suo lavoro di portiere notturno; oppure pagine in cui, per spiegare le origini della propria opera, uno scrittore racconta di un pomeriggio passato in una lavanderia a gettoni a maledire i propri figli. Poco più tardi la consacrazione arriva con l’intervista della «Paris Review», nella serie The Art of Fiction, in cui prima di lui si erano raccontati autori del calibro di Hemingway, Faulkner, Auden, Miller, Capote. Qui Carver parla di alcolismo, del sussidio di disoccupazione, di pesca al salmone e di caccia, di una Mercedes, del suo bisnonno e della Guerra di Secessione, di quando da piccolo cambiava sempre casa – in una parola, di vita. Ma lo fa en passant, mentre noi crediamo che stia parlando semplicemente di scrittura.
Carver insomma non si nasconde, anzi si concede, e non pretende che la letteratura sia staccata dal mondo terreno: ci racconta la scrittura senza mai prescindere dal fatto che fa parte della sua vita (della sua giornata) e ci mette continuamente al corrente dei progressi e dei processi dell’una e dell’altra.
Leggendo le sue molte interviste (che sono una delle fonti principali di questo volumetto) non si può fare a meno di notare come i due ambiti siano sempre in gioco: nel corso degli anni, vita e scrittura ora si sovrappongono, ora si escludono a vicenda, infine convivono in armonia.

È per questo che ci è sembrato giusto dar vita al libro che vi trovate fra le mani: perché pochi scrittori come Raymond Carver sanno raccontare le cose come nascono, come si sviluppano e come raggiungono una conclusione: si tratta di un racconto di pura fiction, di un episodio della propria vita o del modo in cui avvicinarsi alla scrittura, Carver ne conosce le fasi, le ragioni, i processi.
Questo libro raccoglie, divisi per capitoli tematici, un gran numero di piccoli brani tratti dalle interviste, dai saggi autobiografici, dalle recensioni, dalle prefazioni, dalle lezioni di Carver, e si conclude con un lungo monologo che è la trascrizione di un intervento dell’autore all’università di Akron nel 1982.
Il libro non esisteva nella mente di Carver e quindi gli faremmo un torto nel cercare le ragioni teoriche che ne giustifichino la necessità (del resto nessun libro è mai del tutto necessario). Eppure, ora che esiste, ci sembra destinato a diventare uno strumento utile per chiunque sia interessato a conoscere qualcosa in più su uno dei maestri del Novecento, e al tempo stesso un pratico sillabario per giovani o meno giovani scrittori, che fa luce sulle tecniche della narrazione, sui processi creativi, su come inventare personaggi, dialoghi, situazioni, su quali errori evitare e quali regole, se ce ne sono, andrebbero seguite.
Carver non amava dare lezioni («Non voglio tenere sermoni a nessuno o per nessuno. […] Io non so fare altro che scrivere il più possibile e con la maggior precisione possibile»). Quindi non prendete queste pagine come un manuale o men che mai come un libro accademico: si tratta di consigli di scrittura, da qualcuno che ha passato la vita a scrivere a qualcuno che forse vorrà farlo; suggerimenti da cui traspare la caratteristica forse più pura dell’opera di Carver, e quella che dovrebbe animare ogni scrittore: l’onestà.

Paradossalmente il frammento scelto come titolo del libro è l’unico, fra i tanti consigli qui raccolti, che non porta la firma di Raymond Carver: ma Carver lo fece proprio, carverizzandolo, ossia tagliandone una parte a suo avviso non necessaria, come racconta in una pagina di Voi non sapete che cos’è l’amore:

«Una volta ho sentito Geoffrey Wolff dire a un gruppo di aspiranti scrittori: “Niente trucchi da quattro soldi”. [Questa frase] io la correggerei un po’: “Niente trucchi”. Punto e basta. I trucchi non li sopporto. Quando leggo narrativa, al primo segno di trucco o di trovata, non importa se da quattro soldi o elaborata, mi viene istintivo cercare riparo».

Di Carver si apprezza infatti innanzitutto l’onestà intellettuale, il rigore con cui ha condotto la propria vita – o almeno la seconda parte di essa – e l’attività letteraria, riuscendo grazie a queste doti a sfuggire alle mille luci del successo (all’apice della propria fama di scrittore se ne andò a vivere – e scrivere – in un paesino del Nordovest) e insieme sopravvivere alla caducità delle etichette che gli venivano di volta in volta attaccate addosso dalla critica (fra cui la più dura a venir via è la famigerata definizione di minimalista, alla quale lui contrapponeva quella più calzante di precisionista). Onestà e rigore (e precisione) che in questo libro affiorano, se non da singole citazioni, dalla visione d’insieme, che ci restituisce l’immagine di un uomo libero e liberato, fino all’ultimo ossessionato soltanto dalla perfezione del testo; ostile alle falsità e, appunto, ai trucchi; uno scrittore consapevole delle responsabilità che fare questo mestiere comporta, ma al tempo stesso grato per le opportunità che offre (lontano anni luce dagli arzigogoli da letterato, confessava con candore di scrivere perché «ne avevo voglia, che mi sembra la migliore ragione possibile per fare una cosa»); un artista che conosce i propri limiti («ecco perché mi dedico con tanta diligenza alla scrittura: lavorando sodo, cerco di compensare il talento che non ho») e i limiti impostigli dalla materia («le parole sono tutto quello che abbiamo, perciò è meglio che siano quelle giuste»), e che a questi due aggiunge un limite ulteriore, specifico, invalicabile, quando consiglia «totale indifferenza a qualunque cosa tranne che al pezzo di carta infilato nella macchina da scrivere».
In definitiva si tratta di una persona che, avendo conosciuto nella vita e nel lavoro l’insuccesso e il fallimento, ed essendo stato più volte sul punto di dover abbandonare e la vita e la scrittura, esprime incessantemente gratitudine – come dice nella famosa, struggente poesia «Ultimo frammento» – alla sorte e a se stesso per avergli (per essersi) concesso un’altra possibilità: perché, pur non facendosi romantiche illusioni circa la capacità della letteratura di cambiare il mondo, Carver ammette che essa può farci «capire cosa ci vuole per essere davvero umani, per essere qualcosa di più grande di quello che in effetti siamo, qualcosa di meglio».

Ultimo Frammento
E hai ottenuto quello che
volevi da questa vita, nonostante tutto?
Sì.
E che cos’è che volevi?
Potermi dire amato, sentirmi
amato sulla terra.

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2 Risposte to “Un’introduzione a Raymond Carver”

  1. morena Says:

    Questo testo mi fa amare ancora di più Raymond Carver. Mi conferma che è il grande scrittore che ho sempre creduto. E me lo conferma mostrandosi aderente [coerente] a sé stesso.
    Bellissima introduzione per un libro che suppongo molto interessante e che vorrei avere. Lo metto nella mia lista. Grazie.

  2. tolmezzo Says:

    Come possono il precisionismo di Carver, e il suo portarci costantemente a bottega, convivere con la pesante opera di editing compiuto sui suoi lavori?
    Francesco Brollo

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