Non sparate sul Sud (e sul Risorgimento)

by

Questo articolo è apparso nella rivista pugliese La voce del Popolo.

di Alessandro Leogrande

Proprio nel momento in cui ci avviciniamo ai 150 anni dalla Spedizione dei Mille, tutti sparano sul Risorgimento. Il governo Berlusconi celebrerà l’anniversario dell’Unità d’Italia in tono minore e a patto che (cosa inaudita fino a pochi anni fa) si celebrino anche le ragioni del fronte anti-risorgimentale, i motivi che spinsero la Reazione ad assumere vesti ora clericali, ora oscurantiste, assolutiste, neoborboniche, brigantesche, papaline…
D’altra parte, come in tutti i momenti di crisi economica e politica, il paese pare essere profondamente diviso. Il divario tra Nord e Sud torna ad allargarsi, e il Sud viene sistematicamente visto come una palla al piede, per il quale – dalle colonne del Corriere della Sera – si invocano leggi speciali, quasi l’istituzione di un governatorato dall’alto. Niente di nuovo, diranno alcuni. Quando sale l’odio antisociale, e antiunitario, il Sud finisce sistematicamente per essere inteso come una enorme questione criminale, senza lasciare il minimo spazio ad altre osservazioni economiche, politiche, sociali, culturali. Viene fotografato un enorme deserto da cui scompaiono le aree virtuose, le oasi dissidenti, i centri di produzione, che pure esistono e tengono botta, come se i Savonarola di turno perdessero ogni interesse al dettaglio, alla differenza, alle infinite lotte interne al Mezzogiorno contro le camorre.
Niente di nuovo, diranno alcuni. E invece qualcosa di nuovo c’è. Perché mai come ora il paese appare slabbrato in piccole patrie non comunicanti tra loro, che riscoprono tutte a proprio modo l’amore regressivo per il campanile (e i propri dialetti) e esacerbano l’odio per ogni forma di interesse generale, di idea allargata di giustizia e di coesione sociale. Mai come ora il fronte anti-risorgimentale ha fatto breccia nel governo del paese, è rappresentato direttamente da una forza politica che occupa la macchina statale, facendo passare la disunità attraverso un’idea distorta di federalismo.

Mai come ora disprezzo per il Risorgimento e disprezzo per il Sud si tengono insieme. Anche quando paiono apparentemente contrapposti, sono due facce della stessa medaglia. C’è un leghismo antistatale e antimeridionale cui si oppongono forze politiche neoborboniche (ad esempio il Partito del Sud di Lombardo, che ha avuto in Cito, a Taranto, un potente alleato). Benché possano sembrare diversi, in realtà stanno segando lo stesso albero. E lo fanno con discorsi e lagne non molto dissimili tra loro.
Il meridionalismo storico, quello di Salvemini, Dorso, Gramsci, che a volte si diceva riformista, altre volte rivoluzionario, non è mai stato antiunitario. Ha sempre interpretato se stesso come una prosecuzione del Risorgimento migliore, quello democratico e radicale di Pisacane, Cattaneo e dei mazziniani di sinistra. Ha sempre pensato che i problemi del Sud potessero risolversi solo e soltanto all’interno di un’Italia liberata dai poteri delle consorterie, non in un suo frammento isolato. Ha sempre pensato che la condanna di Cavour e del conservatorismo sabaudo che ha guidato i primi decenni dell’Unità non si sarebbe mai e poi mai dovuta sposare con l’elogio del brigantaggio e di Franceschiello, perché erano semplicemente l’emblema di uno dei regimi più arretrati d’Europa.
Il meridionalismo che ha dato un contributo enorme al socialismo, all’antifascismo, alla Resistenza, al pensiero democratico italiano, non ha mai pensato che la soluzione del Sud venisse unicamente dalla varie Casse del Mezzogiorno, dall’apertura del rubinetto della spesa, dagli investimenti a pioggia. Il suo nucleo di pensiero originale ha sempre ruotato intorno a un assunto molto semplice. Risolvere i problemi del Sud significa liberare gli uomini e le donne del Sud dai lacci, soprusi, angherie, violenze, che bloccano la loro autonomia, che impediscono loro di incamminarsi verso i sentieri della giustizia e della libertà. Ma, cosa ancora più importante, questa liberazione sarà tale solo nel momento in cui prenderà le forme di un’autoliberazione, di una trasformazione interna, agita in prima persona, contro i propri mali, i cacicchi e i clan che li perpetrano, in sintonia con chi lotta per la propria liberazione in altre parti del paese.
Questa esigenza di liberazione da una condizione di servitù precede la stessa Unità d’Italia, affonda le proprie radici molto più indietro. I primi nemici del Sud sono coloro che all’interno del Sud perpetuano le condizioni del sottosviluppo, bloccando la mobilità sociale. Un tempo erano i signori del latifondo. In seguito, e fino ai giorni nostri, sono stati quelli che Carlo Levi chiamava i Luigini, cioè la piccola borghesia parassitaria, le burocrazie degli enti e delle amministrazioni, coloro che mediano con il Centro gestendo l’afflusso di risorse verso le periferie. Salvemini sapeva bene che era assurdo parlare di Mezzogiorno come un unico blocco monolitico. La sua società andava letta in filigrana, separando il grano dal loglio, separando chi perseguiva il mantenimento dello status quo da chi lottava per una sua rottura.
Oggi chi guarda al Sud dovrebbe essere in grado di operare una simile separazione. Dovrebbe sforzarsi di rinnovare questa lettura a ogni mutazione, ma senza perdere la capacità di cogliere le differenze, le lotte in atto, la linea del fronte. Chi sono oggi i Luigini? E chi sono oggi le camice rosse?
E, ancora, che cosa direbbe oggi Carlo Pisacane, colui che morì a Sapri prima del 1860 sperando che le masse meridionali si ribellassero dando il via alla rivoluzione italiana contro i tiranni esterni e interni, se per miracolo tornasse in vita e passasse un paio d’ore davanti alla televisione?
Vedrebbe un paese unificato sopra enormi differenze. Vedrebbe dei nuovi tiranni, con la loro corte al seguito. Ma soprattutto saprebbe cogliere immediatamente, meglio di tanti commentatori politici contemporanei, l’olezzo reazionario che proviene da tanti proclami della Lega. L’olezzo reazionario che proviene dai neoborbonici come Lombardo e i suoi seguaci che non spostano una solo virgola degli attuali assetti di potere nel Mezzogiorno. L’olezzo reazionario che proviene dalle pagine di chi invoca uno statuto speciale per il Sud, un governo fortissimo, una nuova Spedizione dei Mille, ma interpretata quasi come una task force dei marines da paracadutare dall’alto sull’Aspromonte…
Ha ragione Franco Cassano quando scrive che ogni riflessione sulla nuova questione meridionale non può prescindere dall’idea di autonomia. Autonomia dai diktat esterni, autonomia dai vecchi schemi mentali. Ma anche autonomia dal riproporsi di grumi di potere che lasciano che tutto cambi affinché nulla – in fondo – cambi per davvero.
I mali del Sud esistono, sono sotto i nostri occhi. Meno facile è capire che chi non vuole risolverli hai dei padri antichi. Sono quelli che spararono sui garibaldini e sui braccianti durante le occupazioni delle terre, sui sindacalisti e sui preti nelle mattanze di mafia. Sono i sottosegretari che flirtano con i boss. Sono quelli che traggono un enorme potere dal persistere del divario economico con il cuore dell’Europa, e che anche quando dicono di volerlo combattere, se ne tengono ben alla larga.

Tag: , , , , , , , , , ,

Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger cliccano Mi Piace per questo: