Siamo tutti, purtroppo, Massimo Tartaglia

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di Mattia Nani

Uno degli esiti peggiori degli ultimi anni di vita sociale in Italia è la progressiva sparizione del campo politico/pubblico a scapito di quello psicologico/privato. Massimo Tartaglia che ieri ha tirato il souvenir del Duomo in faccia a Berlusconi non ci ribadisce che questo.
In fondo non è con il Berlusconi in carne e ossa che ce l’aveva ma con il suo feticcio, in definitiva con l’immagine che Berlusconi ha impiantato dentro di lui, come dentro tutti gli italiani, un prius simbolico, un infinite bind da cui è impossibile – pare – uscire (non ce lo faceva notare Giulio Mozzi qualche tempo fa come ormai buona parte delle conversazioni pubbliche che hanno un soggetto sottinteso sottintendono appunto Berlusconi: “Hai sentito cosa ha detto oggi?”, “Hai visto quello che gli è successo?”).
L’evidenza di questa impossibile trasformazione del tessuto simbolico l’ha confermata un momento dopo l’accaduto il padre, che come tutti i padri di quest’Italia (vedi Celli e compagnia) si è subito dichiarato del tutto corresponsabile di quanto fa il figlio (42enne ma psicolabile). Padre che, in una genuina resa al potere simbolico berlusconiano, ha espresso – sempre in modo sublimemente sottinteso – la sua adesione totale alla prospettiva berlusconiana: “Votiamo Pd, ma non odiamo il premier”, che potrebbe essere il prossimo slogan dell’opposizione alle politiche, in perfetta linea con le sue basi fondative.
Massimo Tartaglia insieme a noi, alla generazione di coevi a Berlusconi, ha perso la possibilità di esperire il conflitto se non un modo proiettivo, fantasmatico, infantile – eccolo, spaventato: un bambino che tira i giocattoli. E se ha avuto per un attimo la possibilità, lui sì, di trasfigurare in nome di tutti, con il suo gesto, il senso della scena, quel rapporto con una Legge che è impossibile trasgredire, la Legge incarnata da Berlusconi (perché egli è appunto Es e Super-ego insieme), Massimo Tartaglia anche questa volta la sua possibilità se l’è giocata. Dopo aver detto delle cose non da bambino ma da adulto, non da folle ma da persona che tracciava le coordinate delle sue azioni (“L’ho tirato dopo averlo sentito parlare” – non dunque in un raptus qualunque, non contro un uomo qualunque, non in un luogo qualunque, ma esasperato da quello che aveva ascoltato nel comizio di Berlusconi), si è subito affrettato a ribadire che non aveva nulla di significativo il suo gesto, e ha mandato una lettera di scuse a Berlusconi, ammettendo che non è politica la conflittualità che ha espresso ma tutta psicotica: è tra il sé che vuole ferire Berlusconi e il sé che vuole essere un cittadino fedele.
Ora, una buona cura Ludovico gli farà passare questa piccola schizofrenia, come è già è accaduto alla capacità di dar forma alla rabbia estemporanea, finché alla fine sparirà qualsiasi desiderio di conflitto.
Con noi ha fatto effetto.

3 Risposte to “Siamo tutti, purtroppo, Massimo Tartaglia”

  1. Emanuele139 Says:

    Non posso fare altro che concordare in pieno.

  2. mogol_gr Says:

    Dalle primarie (americane) alla statuetta. Un anno esatto fa le primarie negli Stati Uniti (sei mesi di tortura) e poi elezioni , vertici, terremoti senza fine (non é che nel 2007 e prima c’é stata la normalità) con contorno di black bloc. Due considerazioni: tirar l’acqua al proprio mulino é terreno fertile per Berlusconi, meno male che l’ha beccato. Ancora una: cosa avrà
    mai da ridere sempre.

  3. federica sgaggio Says:

    La frase del padre è sembrata l’ammissione di una sconfitta anche a me. Non tanto per l’implicita affermazione che le colpe dei figli ricadono sui padri; ma proprio perché è del tutto interna alla logica berlusconiana, mista di finzione (il ring è posticcio, e i fili di delimitazione li ha simbolicamente tirati lui, escludendo ciò che non si può rappresentare), assenza di conflitto (il conflitto implica il riconoscimento dell’altro, ma in quel ring ci sono solo uguali, c’è solo gente che dice «sono col mio re», oppure «sono col Pd ma non odio il mio re»), estromissione del collettivo.

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