Quando eravamo punk

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Da Camille Claudel a Patti Smith, passando per Elisabeth Louise Vigée Le Brun, Sofia Coppola e Sophie Calle. Sculture, polaroid, ritratti, film e installazioni, punk e firmati da donne. Perché l’arte non è solo degli uomini, e il punk non è nato negli anni Settanta. L’articolo è apparso su Diario nel giugno del 2008.

di Tiziana Lo Porto

Fracassava sculture (le sue) come fossero chitarre elettriche. Viveva l’amore in modo estremo e spudoratamente irregolare, contendendosi tra l’adorato fratello e un amante di ventiquattro anni più adulto di lei che altri non era che il suo maestro di tutto, Auguste Rodin. Scolpiva fino allo sfinimento, devota all’arte più che a ogni altra cosa. E ogni sua opera era bella e intensa come fosse l’ultima. Camille Claudel aveva indiscutibilmente l’allure e la tempra di una generazione di musiciste che, contro tutto e tutti, poco meno di un secolo dopo avrebbero cambiato la storia della musica. Camille Claudel era molto punk, nonché idealmente sorella della musicista, poetessa, artista, musa Patti Smith. Le ritroviamo entrambe esposte in due mostre visitabili in questi giorni a Parigi: ottanta opere di Camille Claudel al Musée Rodin fino al 20 luglio, quarant’anni di arte di Patti Smith alla Fondation Cartier fino al 22 giugno. Poco meno di un secolo di scarto tra l’una e l’altra, dicevamo, malgrado qui e ora la distanza sia assolutamente irrilevante. E la storia da raccontare non sia quella delle due artiste, ma quella del come l’arte femminile, avanzando lentamente e senza troppo clamore, sia riuscita a occupare spazi tradizionalmente, e – diciamolo pure – un po’ ingiustamente, destinati ad artisti uomini. Se lo chiedeva più di mezzo secolo fa la pittrice, nonché sorella di Simone, Hélène de Beauvoir, passeggiando tra le solenni stanze del Louvre: ma dove sono le donne? Domanda onesta, che sarebbe rimasta a lungo senza risposta.

Le rispondiamo oggi, per istinto e condivisa inquietudine, constatando rincuorate che le sale di Parigi, in questa primavera del 2008, sono affollate di donne. Artiste donne, in primis. E accanto a Camille Claudel e Patti Smith ritroviamo così Sophie Calle con la sua imponente e bella installazione presentata all’ultima Biennale, Prenez soin de vous, allestita adesso dentro la prestigiosa Salle Labrouste della Bibliothèque Nationale de France. E ancora, Marie d’Orleans, principessa scultrice di inizio Ottocento vissuta tra Palermo e la Francia, autrice di magnifiche statue di Giovanna d’Arco, adesso esposta dentro il Louvre. Ed Elisabeth Louise Vigée Le Brun, vera protagonista della singolare mostra dedicata a Marie-Antoinette, ospitata fino al 30 giugno nelle sale del Grand Palais. Suoi i ritratti più belli, e gli unici espressamente amati dalla regina. Singolare mostra, dicevamo, che più che celebrare la poco amata regina, si diletta a descriverne, per immagini e parole, il cattivo e quanto mai irrisolto rapporto che quest’ultima aveva con la propria immagine. Ritratti su ritratti commissionati al gotha dell’arte di quell’epoca, dei quali pare che né la stessa Maria Antonietta né la madre Maria Teresa d’Asburgo sembravano mai esser contente. Di certo non bella, Maria Antonietta venne infine ritratta, per l’esattezza nel 1778, dalla Vigée Le Brun. E, leggenda vuole, che a cospetto del quadro (adesso affiche della mostra) madre e figlia finalmente sospirarono soddisfatte, e la Vigée Le Brun divenne, di lì a finché morte non le separò, la ritrattista ufficiale della regina. Spettegolata quanto basta da conquistarsi una nomea all’altezza di quella della sua protettrice, l’artista è sicuramente collocabile nella stessa area delle nostre Camille Claudel e Patti Smith, laddove l’irriverenza diventa il motivo dominante e l’essere donna non preclude proprio alcuna strada. Anzi. Non sarà poi un caso che il magistrale film biografico Marie-Antoinette realizzato un paio di anni fa da Sofia Coppola sia l’opera più punk realizzata in questo millennio. Chapeau per la giovane Coppola, dunque, che è riuscita a intuire che il punk non comincia e non finisce proprio da nessuna parte, ma semplicemente è.
Ci piace poi apparentare alle citate artiste le donne ritratte, perché è anche onesto ammettere che essere musa non è da meno dell’essere artista. Au contraire. E se, per quanto scarsamente brillante come affermazione, è lecito dire che dietro ogni grande uomo c’è sempre una grande donna, ci permettiamo di constatare che dietro ogni grande artista c’è quasi sempre una grande musa. Per la serie: senza Monna Lisa, chiunque lei fosse, Leonardo da Vinci avrebbe potuto ritrarre molte altre belle cose, ma nessuna Gioconda. E tra le meritevoli muse citiamo qui Kiki de Montparnasse, magnificamente immortalata da Man Ray e sempre in questi giorni in mostra a Parigi, alla galleria Pinacoteque di Place de la Madeleine. Perché, di fatto, lo scarto tra artista e musa, nell’istante in cui ci si ritrova a cospetto dell’opera, non è poi così grande. Lo aveva ben capito Sophie Calle, quando a inizio anni Novanta si era fatta musa per Paul Auster, che a sua immagine e somiglianza aveva costruito il personaggio di Maria nel Leviatano, e al tempo stesso era rimasta artista, vivendo per un anno come fosse realmente Maria, e dunque su istruzioni di Auster, trasformando così la vita di Maria in opera d’arte.
Superata questa distanza (tra artista e musa) Sophie Calle si è cimentata adesso in un’altra riuscita operazione di azzeramento, per certi versi ancor più poetico e vero, ovvero eliminare la distanza tra se stessa, donna malamente abbandonata dal suo amante con una lettera che chiude con un sentimentalmente sciatto «abbi cura di te», e ogni altra donna, o anche uomo perché no, abbandonata/o con più o meno le stesse discutibili modalità. Risultato dell’operazione è che si entra dentro la bella sala della Bibliothèque Nationale e si resta basiti nel guardare decine e decine di visitatori, di ogni età e aspetto, totalmente assorti nella lettura o nella visione o nell’ascolto delle opere commissionate da Sophie Calle a 107 persone (artisti e non) inviando loro la lettera ricevuta e chiedendo loro di interpretarla. «È anche triste ammetterlo», mi dice una ragazza dentro la sala motivando perché è lì da circa tre ore ad analizzare tutto ma proprio tutto con la meticolosità di un medico legale, «ma se sei stato lasciato anche una sola nella vita, a star qui dentro ti senti capito». Eh già, mal comune mezzo gaudio. E se di irriverenza, o attitudine punk, qui vogliamo parlare, ci limitiamo ad apprezzare l’eleganza e la divertita irriverenza con cui Sophie Calle attacca e ridicolizza in primis e con ogni mezzo necessario la maleducazione sentimentale, che, ahinoi, sin troppo infastidisce le gentili donzelle di questa assai poco galante età contemporanea.
Ma ritorniamo a Patti Smith, epilogo scelto del casuale, a modo suo situazionista, giro delle estemporanee esibizione parigine. Patti Smith è una che ce l’ha fatta. Lei nella vita voleva cantare sullo stesso palco di Bob Dylan e dei Rolling Stones. E c’è riuscita. Ma questo già lo sapevamo. Così come sapevamo par coeur le sue canzoni, o alcuni fatti della sua vita, l’amicizia con il fotografo Robert Mapplethorpe, per esempio, o il matrimonio col chitarrista degli MC5 Fred Sonic Smith, o ancora le intuizioni geniali. Come il predicare che è meglio mentire spudoratamente che mentire e basta, perché «se la bugia è esagerata, non solo puoi cavartela ma diventi anche un centro di attenzione». O il dire «ecco perché penso che Maria Maddalena fosse così fica. Era la prima groupie. Nel senso che era veramente pazza di Gesù e lo seguiva dappertutto, è un peccato che si sia pentita: avrebbe potuto scrivere un fantastico diario». Sapevamo questo e altro. Ne conoscevamo, soprattutto, il talento nel cantare, nel dire, nello scrivere, nell’urlare. Ma qui davanti a noi, nella sala sotterranea della Fondation Cartier, c’è anche dell’altro. Si tratta di una manciata di Polaroid, in bianco e nero e vecchio formato. Ritraggono prevalentemente statue, ovunque nel mondo, più o meno riconoscibili. Ritraggono pezzi di sé, il suo viso, gli anfibi, o la sua chitarra. Scatti per avere memoria, o semplicemente per il gusto di farli. Sono esposti dentro teche di legno e vetro, alle pareti della sala. E sono talmente belli da mozzare il fiato, riuscendo a racchiudere in un quadrato di una decina di centimetri tutta la potenza e la grazia di un paio d’ore di concerto. Anziane signore si aggirano, nel frattempo, in quello stesso spazio, incantate da parte loro dall’irriverenza delle performance esibite nei video proiettati in quelle stesse pareti. Sorridono, per nulla imbarazzate, e procedono nella visione, quasi ammirate che una donna, sola in mezzo a tanti uomini, abbia osato tanto. Ignorando, sans doute, che non è la prima né sarà l’ultima della lista. E che basterebbe che per un qualche miracolo dell’astrofisica più stelle si avvicinassero tra loro per farne una costellazione visibile anche a occhio nudo.

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