La città degli scrittori

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Quest’articolo è stato pubblicato su D – La Repubblica delle Donne. Le foto sono di Alessandro Imbriaco.

di Veronica Raimo

«E tu devi essere l’italiana», è la prima cosa che mi viene detta appena atterrata all’aeroporto di Cedar Rapids, mentre un ragazzo biondo americano in jeans e camicia a scacchi mi stringe la mano. Si chiama Joe, ci siamo scritti per un mese, è stato lui a farmi avere il visto per arrivare in Iowa. Dopo quasi 24 ore di volo, 3 scali, e un paio di bloody mary presi sull’aereo, non mi rendo ancora conto che «essere l’italiana» è la sintesi di quello che sarò per i prossimi tre mesi. Joe mi prende la valigia e stringe la mano a Hu, «il cinese», e a sua moglie Jo. Siamo gli ultimi scrittori a essere arrivati, fuori è già notte.

Nel furgone che ci porta dall’aeroporto a Iowa City scopro che Hu è uno dei sette migliori poeti cinesi, come ci tiene a precisare dopo i primi cinque minuti di conversazione, «e in Cina non siamo mica pochi», aggiunge cingendo sua moglie con un braccio, come per rendere anche lei orgogliosa del suo primato. Io, dato che non ho niente di altrettanto eclatante da dire, mi metto a osservare fuori dal finestrino le distese di granturco che brillano in mezzo al buio. Il paesaggio è proprio quello di Una storia vera di Lynch, una delle tante informazioni random che mi ero cercata su google prima di partire era che Alvin Straight col suo trattore aveva attraversato tutto l’Iowa. Dopo quasi un’ora arriviamo in città, c’è un’aria calda e dolciastra e un cielo stellato quasi irreale.

«Tu devi essere l’italiana», me lo dice anche John Fitzpatrick, un eccentrico signore di mezza età, proprietario della casa dove sarò alloggiata insieme a altri quattro scrittori. Poi mi porta nella mia stanza, una camera da letto ferma al 1800, e una biblioteca gigantesca piena di volumi antichi e orologi a pendolo, che saranno il mio incubo per le notti a venire. Hu abita nella stessa casa, ma al posto della stanza coi pendoli ha una sauna tutta per sé. Questo mi fa capire cosa significhi essere tra i sette migliori poeti cinesi. Dopo un giorno, quando gli scrittori si sono più o meno ripresi dai loro 20 diversi fusi orari, ci incontriamo tutti alla Shambaugh House, una casetta di legno col tetto a spiovente, sede dell’IWP. Abbiamo un cinque minuti a testa per presentarci, cercare di fare i simpatici e dire da dove veniamo, cosa facciamo e cosa scriviamo. Prima però si presenta lo staff dell’IWP: Chris, Hugh, Joe, Natasa, Kiki, Kelly, Kecia, Melissa, Peter e Mary. Ci spiegano che il programma è nato quaranta anni fa come costola del Writers’ Workshop di Iowa City, il più prestigioso master di scrittura creativa degli Stati Uniti, da dove sono passati gente come Carver, Roth, Vonnegut, Flannery O’Connor. In piena guerra fredda, tale Paul Engle, al tempo direttore del master e poi fondatore dell’IWP, ha avuto l’idea di far incontrare autori sovietici con autori statunitensi. Perché allora non spingere l’utopia ancora oltre? si era detto mister Engle. Così dal 1967, Iowa City ospita tutti gli anni una trentina di scrittori provenienti da ogni parte del mondo. Quest’anno i fortunati siamo noi.

Dalla Shambaugh House ci riversiamo in blocco al bar più vicino. Anat, israeliana, fa la strada insieme a me e mi rivela un segreto: «io non sono una scrittrice» confessa. «Sono una dadaista». Anat scrive in una lingua che non esiste ma è convinta che un giorno tutta l’umanità comunicherà in questa lingua. Al bar ci guardiamo tutti con un sorriso imbarazzato, come fosse il primo giorno di scuola e dovessimo decidere con chi sederci al banco o con chi iniziare il primo flirt. Io vorrei solo fumare una delle duecento Camel che ho comprato al duty free, e scopro che questo sarà il mio secondo incubo per tre mesi: Iowa City è una città smoking-free, praticamente è vietato fumare ovunque. In realtà Joe ci ha dato una mappa in cui ci sono segnati con un puntino i pochi angoli di strada dove accendersi una sigaretta non è reato. Mentre osservo quella mappa rimpiangendo i viali di Roma lastricati di mozziconi, Dina, una giovane scrittrice Kazaka mi chiede: «andiamo a fumare?» (credo fosse una scusa per liberarsi dall’assedio di Rogelio, scrittore cubano emigrato in Spagna, che usa la sua dissidenza politica come arma di rimorchio, visto che lei non fuma). Dina diventerà la mia compagna di avventure. È uno strano personaggio, a metà tra Borat e Sex and the City. Ha trent’anni e ne dimostra una ventina, è sposata, divorziata e ha una bambina di 8 anni. È venuta in America con l’idea di trovare un ricco magnate, trasferirsi insieme alla figlia e fare un mucchio di soldi. Sta scrivendo un romanzo a puntate per iPhone. Tra noi scrittori è una delle poche ad aver trovato un agente negli Stati Uniti.

La caccia a un agente americano sembra essere uno sport piuttosto diffuso tra gli scrittori del programma, nonché il principale argomento di conversazione. Il secondo sono i soldi, una specie di lamentela continua su quanto poco guadagni uno scrittore a ogni latitudine terrestre, tanto che i 30 dollari di diaria che ci passa il governo americano sono una specie di manna dal cielo. Il terzo è Borges, l’unico nome a mettere tutti d’accordo. Come dire Gandhi. Come dire Obama. Gli autori italiani non li conosce nessuno, qualcuno mi chiede se Pasolini sia ancora vivo. Quando sono chiamata a tenere una lezione sulla letteratura italiana contemporanea alla University of Iowa penso che quasi quasi potrei sfruttare la situazione. Visto che nessuno ne sa niente immagino di spacciarmi per uno dei sette migliori scrittori italiani. Ma poi perché 7? Magari 3! L’imbarazzo purtroppo ha la meglio sul mio piano diabolico. A turno, ogni lunedì mattina, tutti quanti gli ospiti dell’IWP sono tenuti a fare questa lezione sulla letteratura del proprio paese. Gli studenti prendono appunti con aria perplessa. Sbarrano gli occhi. Non hanno idea di come si scriva la metà dei nomi citati. Tra gli appuntamenti fissi del programma c’è anche quello alla libreria Prairie Lights la domenica alle cinque: reading di due scrittori dell’IWP e uno del writers’ workshop. In realtà i reading ci sono tutti i giorni. Alla Shambaugh House, all’università, nei bar, in riva al fiume, a teatro, a casa di qualcuno. La città è infestata di reading. Non c’è scampo. Ogni volta che ti invitano a uscire, mai che ti portassero a cena fuori – «ehi, tu devi essere l’italiana, che ne dici di andarci a sentire Micheal Cunningham stasera?» Ad Iowa City un abitante su due è un aspirante scrittore. Una specie di epidemia. Pompieri, farmacisti, riparatori di biciclette, tutta gente con un manoscritto ben custodito nel cassetto che non vede l’ora di parlartene. Se le cameriere nei bar di Los Angeles sognano di diventare attrici, le cameriere di Iowa City sognano di diventare Sylvia Plath. Quando a una festa si avvicina qualcuno con un cocktail in mano e l’aria vagamente interessata, la prima domanda che ti fa è se ti occupi di fiction, non fiction o poesia. L’idea che si possa passare da una cosa all’altra crea in un americano una certa vertigine.

Dopo un paio di settimane comincio a sentirmi dentro al Grande Fratello degli scrittori. La sera i vari personaggi del reality, l’italiana, la kazaka, Carlos l’argentino, Leonardo il venezuelano, Yorgos il cipriota, Tarek l’austriaco/sudanese, Jianni il greco, si ritrovano a bere al Foxhead, un bar scuro che inspiegabilmente puzza di fumo, da dove veniva sbattuto fuori Hunter S. Thompson quando la sua ubriacatura diventava molesta. La fauna del posto è strana, da un lato ci sono i giovani studenti del workshop (uno di loro tiene banco raccontando che Natalie Portman è da una vita che prova a entrare nel master come poetessa ma le sue poesie sono tremende), dall’altro lato, accasciati sul tavolo da biliardo, dei tizi di mezza età visibilmente provati dall’alcolismo. Il barista, che tra una birra e l’altra sta lavorando alla sua graphic novel, mi rivela che sono ex studenti. Vado a parlare con Jeff, uno di loro. Mi dice di essere il miglior scrittore americano di tutti i tempi. Mi dice che Philip Roth gli ha rubato un’idea. Mi dice che non si ricorda più quale. Mi dice che si è trasferito da Los Angeles a Iowa City quindici anni fa. Mi dice che ora fa il falegname. Mi dice che sta lavorando da tredici anni al suo primo romanzo. «Tu devi essere l’italiana?», mi chiede alla fine. Ho la visione di Jeff fra venti anni che farà la stessa domanda a qualcun’altra. Esco e mi acquatto dietro al locale per fumare una sigaretta di nascosto. La città è deserta. Solo scoiattoli che si rincorrono sotto ai pali della luce. Villette a due piani col patio davanti. Strade che si intersecano esclusivamente a angolo retto. Un silenzio inquietante intorno. Benvenuta a Iowa City, mi dico.

Dopo un mese e mezzo di Midwest estremo, l’IWP ha in programma per gli scrittori una trasferta di quattro giorni fuori dall’Iowa. Le destinazioni a scelta sono San Francisco, Miami e New Orleans. Io scelgo New Orleans per respirare un po’ di sana decadenza. Nel mio gruppo siamo in cinque, io, Carlos, Maya, russa, Laila, giordana, e Lee sudocoreano. Hugh ci fa da guida. In realtà ci porta in giro per un tour-nostalgia nei luoghi della sua giovinezza (l’appartamentino da bohémien, la libreria dove lavorava venti anni fa, il cafè dove andava a spiare la cameriera…). Da quanto dice, l’atmosfera della città non è più la stessa, e non solo per via di Katrina. Eppure a me sembra ancora un posto bellissimo. Racconto che da bambina ambientavo le mie storie a New Orleans senza averla mai vista. Hugh mi dice che quando ci abitava si sentiva esattamente come il personaggio di una storia. Nella foto di gruppo che ci scatta Carlos, appoggiati a un montagnola di zucche pronte per Halloween, abbiamo tutti l’aria felice. Il ritorno a Iowa City è un po’ duro, anche se come regalo lo staff dell’IWP affitta per noi scrittori tabagisti uno smoking-studio in cui lavorare, un grosso stanzone che confina con una sala prove per band hardcore locali.

Nel giro di qualche giorno lo smoking-studio diventa una bisca serale per partite a poker. Hugh e Joe sono i giocatori più accaniti, tra gli scrittori ci siamo io, Carlos, e Kristof, un ragazzo islandese-tedesco che deve aver introiettato piuttosto bene l’etica luterana del lavoro, visto che in due mesi è riuscito a scrivere 500 pagine. Al secondo posto per stacanovismo c’è Hu, che sforna quasi una poesia al giorno. Io sono in fondo alla classifica. Ma pare che anche il Nobel Orhan Pamuk, ospite dell’IWP nel 2006, al tempo non si sia dato troppo da fare. Me lo ripeto per il mese restante, ma ovviamente i sensi di colpa cominciano a farsi sentire. Quando mi ricapiterà di avere vitto e alloggio pagato e dover pensare solo a scrivere?

Il volo di rientro parte per tutti da New York, i benefattori dell’IWP ci hanno fatto come ultimo regalo tre giorni da passare nella Grande Mela per il lungo addio. L’ultimo ricordo è un karaoke-bar tra Broadway e la 42sima. Jainni canta My Way ed è più struggente di Sinatra. Io, Dina, Yorgos, Joe e Hugh lo guardiamo e sappiamo benissimo che dovremmo scoppiare a ridere, ma abbiamo tutti quanti gli occhi lucidi.

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5 Risposte to “La città degli scrittori”

  1. TT Says:

    Molto bello.

  2. silvia Says:

    veramente bello.

  3. sergiogarufi Says:

    strana come esperienza, proprio il grande fratello della letteratura. sempre brava veronica.

  4. big fish casino hack Says:

    big fish casino hack

    La città degli scrittori | minima & moralia

  5. Giacomo Says:

    Non mi sorprende (in realtà sí) che leggendo sarei incappato nel nome di Hunter S. Thompson: hai una scrittura particolarmente gustosa e che non sembra richiederti troppe parole per comunicare ciò che vuoi, proprio come quella del maestro del Gonzo… complimenti!

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