Aristofane, il Bagaglino e l’economia della bestemmia

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di Raffaele Alberto Ventura

Perché il Bagaglino è considerato uno spettacolo di destra, ovvero disdicevole? Daniele Luttazzi, che si crede Aristofane e pontifica di conseguenza, risponde con un bel luogo comune: perché la loro farsa non trasgredisce le regole. La comicità del Bagaglino, che si vuole non ideologica, è conservatrice, mentre il vero comico pratica lo scandalo e osa la bestemmia. Insomma mostra la merda, come direbbe Kundera, e la lancia sul pubblico. Aristofane scandalizza perché dice troppo, il Bagaglino rassicura perché dice troppo poco. La distinzione passa tra l’eccesso di rappresentazione (la bestemmia dunque) e il difetto di rappresentazione (eufemismo o eufemia). Ma fino a che punto Aristofane si spinge nella bestemmia? E dove si arresta, invece, il Bagaglino?

Lo confesso: riconosco alla scalcinata compagna di Pier Francesco Pingitore una sorta di fascino irreale, lento e inesorabile, simile all’estetica di Ciprì e Maresco ma senza alibi. Una comicità sfasata, che Oreste Lionello incarnava alla perfezione: riposi in quella stessa pace che emanava dalle sue senili interpretazioni. Prima di storcere il naso, o mentre lo fate, riconoscete almeno l’arditezza di questi saltimbanchi che tentano di produrre l’effetto comico a partire da un mix letale di assenza di umorismo e incapacità mimetica. Effetto che in qualche modo ottengono, basando le loro imitazioni sul gioco essenziale delle iconografie (fisiche, gestuali, verbali) piuttosto che sul realismo. Ogni figura è semplicemente l’infinita declinazione dei suoi attributi convenzionali: l’accento sardo, la gobba, “mi consenta”… Proprio come nelle farse medievali, e poi nel teatro rinascimentale, ogni professione (santo, re) si esauriva negli abiti e negli attributi, e la comicità nel gioco del riconoscimento. Certo, si ride anche e soprattutto della mediocrità di Pippo Franco e soci, della loro incapacità di fare ridere, ma questo non perché il nostro umorismo sia più raffinato del loro: piuttosto perché proprio così, nella sua disfunzione, funziona la comicità del Bagaglino. Ora che l’avventura pare terminata, dopo diversi anni sempre identici, ci mancheranno le prime file di politicanti faccendieri impegnati a sganasciarsi di fronte alla propria grottesca imitazione. Ci mancherà Clemente Mastella che sfonda la quarta parete per farsi prendere a torte in faccia, in un gesto poetico che eguaglia e supera Pirandello, Brecht e persino la Fura dels Baus.

Ma Aristofane, che c’entra? Ebbene, il fatto è che alcune situazioni del teatro di Aristofane (ma anche delle farse) si comprendono soltanto confrontandole con forme spurie di spettacolo, che vanno in scena lontano da quei luoghi troppo seri che sono i Veri Teatri. E cosa c’è di più spurio del Salone Margherita, con il suo parterre di cortigiani? Nelle farse medievali, come succede ancora oggi negli spettacoli di marionette per bambini, il pubblico si permette d’intervenire, interrompere, urlare, invadere la scena. Non mi sognerei mai di sostenere una coincidenza tra Aristofane e Pingitore, e tuttavia può darsi che la strana combinazione possa regalarci un punto di vista inconsueto. La dimensione meta-teatrale e meta-politica del Bagaglino mi ricorda una scena delle Rane di Aristofane in cui Dioniso, o meglio l’attore che lo interpreta, apostrofa il sacerdote del proprio culto, seduto in platea (v. 297). Iscritto nel testo, questo gesto in mancanza di un vero sacerdote di Dioniso seduto in platea non è oggi rappresentabile.

Ugualmente non rappresentabili restano le smorfie di divertimento del pubblico impossibile (ma inspiegabilmente reale) della farsa tragica del Bagaglino, quando si confrontano sul palco un Mastella reale e un Mastella simulato. Non è questa in un certo senso — la duplicazione del corpo di Mastella — una bestemmia, perlomeno rispetto ai tiepidi paradossi del Vero Teatro? Certo Aristofane va oltre, tirando in ballo le cose sacre. Come se Benedetto XVI, in sala per assistere a Jesus Christ Superstar, venisse apostrofato dal protagonista: “Hey pop, wanna dance some rock?”. Ma questo non accadrà, e chissà se è mai accaduto qualcosa di simile durante una rappresentazione sacra nel Medioevo. Contrariamente al pontefice, il sacerdote di Dioniso sembra ben disposto a far prendere in giro sé e la sua divinità, descritta come pigra pavida e pasticciona, nonché ad ascoltare una grande quantità di invocazioni; ma non per questo è disposto ad accettare qualsiasi cosa.

Possiamo considerare questo genere di paradossi, apparentemente offensivi o blasfemi, come trasgressioni alle convenzioni teatrali e sociali. Ovviamente è così che oggi amiamo immaginare Aristofane e tutti gli altri: come dei ribelli impenitenti in lotta contro il potere. Chaucer scriveva (Canterbury Tales, III, 1666-1708) che i frati sono come mosche che escono fuori dal culo del diavolo? Allora era un precursore dell’illuminismo contro il fascismo ecclesiastico! E Rabelais? Ateo! Con ogni evidenza però il gioco di Aristofane, e di tutti i presunti bestemmiatori, era tollerato e apprezzato. Era, insomma, rappresentabile. Addirittura, si può dire che fosse in qualche modo consustanziale al culto — proprio come le rassicuranti imitazioni del Bagaglino, che a noi paiono inoffensive e consustanziali al proverbiale “teatrino della politica”. La derisione degli dei in Aristofane (non ce ne voglia Luttazzi) non era molto più sovversiva di una torta in faccia a un politicante; non era né una critica, né un’aggressione, ma qualcosa di più simile a un atto giocoso di sottomissione. Forse c’è una componente sadomasochista persino nella libido serviendi. La vera bestemmia, là dove la città onora gli dei, è qualcosa di assai più serio d’una marachella: è un crimine. Sottomettersi significa conoscere i limiti, e Aristofane li conosce perfettamente. Ma qual è dunque questo limite, la soglia tra l’eccesso e il difetto?

Negli Uccelli, quando Evelpidès e Pisthétairos decidono di fondare una città con i loro amici piumati, devono anche offrire un grande sacrificio agli dei (v. 810 e sg.). Dopo aver scartato l’ipotesi Atena (che imbarazzo, una donna come divinità protettrice), i due protagonisti scelgono, per restare in tema, il gallo. Si apprestano dunque a officiare l’olocausto, chiamando un sacerdote per la processione, procurandosi una cesta, dell’acqua, e un ariete da immolare. Il prete inizia una preghiera delirante a tema uccellesco, e Pisthétairos lo accompagna con gioiose bestemmie-calembour, tipo: “Apollo con patate”. Quindi Pisthétairos decide di sbrigarsela da solo, scaccia il sacerdote e inizia le abluzioni rituali. Il coro lo accompagna con delle acclamazioni, e rivela il trucco: “La bestia che viene immolata davanti a noi non è altro che un batuffolo di pelo e di corna“. Dopo varie interruzioni (un poeta, un aruspice, un astronomo, un ispettore, un venditore di leggi) arriva il momento del sacrificio ma Pisthétairos annuncia: “Usciamo di scena per immolare agli dei questo ariete“. La suprema bestemmia — il rito ripetuto — non va in onda. Scherzate pure con gli dei, derideteli, tirategli le torte in faccia, perché tutto questo ci diverte, ma c’è ancora una cosa che non si può fare sulla scena: falsificare il rito, ovvero produrre una messa in scena del tutto indistinguibile dal rito vero. Questo davvero renderebbe vano l’intero culto. Come se un finto prete proclamasse di spezzare il vero corpo di Cristo. Come se il falso Mastella iniziasse a rivelare i presunti misfatti del vero Mastella – qui si passa dalla farsa al reato – o urlasse al suo pubblico, prima d’immolarli: “Pecoroni! Pecoroni! Pecoroni!”. D’un tratto, nel Salone Margherita non avrebbe riso più nessuno.

Invece tutti ridono, perché questa soglia non viene mai varcata. Le provocazioni di Aristofane, proprio come quelle del Bagaglino, non eccedono la capacità del pubblico di assorbirle e la pazienza dell’autorità di tollerarle. A meno, ovviamente, che il pubblico non sia internamente scisso, come accadeva ai tempi delle guerre di religione, quando le bestemmie erano ancora qualcosa di serio. La critica sociale che viene eventualmente formulata, lo è per conto del pubblico, o di una parte del pubblico, mai contro il pubblico — e qui s’intende pubblico nei due sensi di audience e di public. Perché lo spettacolo letteralmente non esiste senza un pubblico; etimologicamente, non esiste senza essere visto. Nella sua reticenza a rappresentare il sacrificio, Aristofane conferma che il suo teatro apparentemente blasfemo risponde anch’esso a logiche eufemistiche, a un’economia, a un senso della misura, al rispetto delle regole. Nel momento in cui s’impedisce un crimine, Aristofane svela il segreto del suo teatro. Ovvero il segreto di ogni teatro, d’essere il riflesso del pubblico e del suo ordine: ordine pubblico e ordine del discorso, ordine del dicibile e del rappresentabile.

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13 Risposte to “Aristofane, il Bagaglino e l’economia della bestemmia”

  1. azzurra Says:

    interessante. non so perché però mi torna in mente la questione della decadenza. quella in cui scriveva aristofane e quella in cui il bagaglino rappresenta. poi c’è la questione della novità, il nuovo dello sperimentale che sposta i limiti anche dell’estetica popolare; un luttazzi conia nuove modalità di linguaggio e di comicità, il bagaglino reitera ciò che è già tormentone.

  2. Fidelisk Kuster Says:

    La prima cosa che salta all’occhio è una grave dimenticanza: la manca il giudizio morale. Senza un giudizio morale non si può parlare di satira, ma di sberleffo.
    Aristofane e tutti gli altri citati (da Chaucer a Luttazzi) fanno ridere ed esprimo la loro opinione sul fatto.
    Luttazzi dice che chi fa satira esprime prima di tutto un giudizio su di sè, su quello che pensa e sulla sua cultura, poi sul mondo che lo circonda. Mi sapete dire dov’è il giudizio in una torna in faccia?

    Il Bagaglino esprime un’opinione, ma è reazionaria, qualunquista. Reazionario perché con il loro fare leggittimano lo status quo e qualunquista perché non danno spiegazione delle torte, quindi si può sempre trovare qualcuno che si meriti una torta. Perché Mastella si merita una torna in faccia? Non viene detto, non si parla dei suoi processi, dei suoi intrallazzi. Si prende una torta in faccia e il gesto fintamente catartico, lo assolve dalle sue colpe. Non funziona così. Questo è lo stesso genere di risata che prova un bambino quando vedere gli altri scivolare. Non c’è elaborazione critica, non c’è dissenso. Oggi Mastella domani qualcun’altro.

    Aristofane se la prende con i democratici del suo tempo perché hanno fatto la guerra, se la prende con gli dei ingiusti, viziati e pigri. Ristabilisce un ordine morale con il contrappeso della satira. Bacco viene deriso perché come divinità è pigra e oziosa (giudizio). I democratici ateniesi perché favorevoli alla guerra (giudizio). Dov’è il giudizio del Bagaglino sui politici?

    Quanto alla bassa capacità mimetica, direi che è dovuto alla povertà del materiale di lavoro più che ad una precisa scelta artistica. Quando Alberto Sordi fa la sua voce il falsetto (stupito, scioccato, arrabbiato a seconda del film) mostra lo scollamento tra il personaggio e la sua maschera. Possiamo dire lo stesso di Pippo Franco e soci?

  3. Luca Says:

    L’ultimo commento ha inquadrato perfettamente e con eleganza la questione.
    Io avrei meno elegantemente usato come termini di paragone la merda e la cioccolata.

  4. Cesare Says:

    che tristezza questo testo di Raffaele Alberto Ventura.

  5. Ellen Says:

    come non quotare Fidelik Kuster?

  6. RAV Says:

    Anche il Bagaglino “esprime prima di tutto un giudizio su di sè, su quello che pensa e sulla sua cultura, poi sul mondo che lo circonda”, come potrebbe non farlo? Altrimenti dovresti ammettere che si tratta di una rappresenza a-politica e non-ideologica, che è esattamente quello per cui il Bagaglino viene spacciato dalla destra.

    Invece di tutta evidenza il Bagaglino esprime la visione del mondo della parte politica di cui è organico, un mondo (ad esempio) nel quale manca totalmente ogni determinazione sociale ed economica, un mondo senza minacce e ingiustizie, un mondo in cui il rappresentante del popolo è simpatico e prende le torte in faccia invece di essere a capo di una piramide clientelare che paralizza il paese.

    Cosa vuol dire “non funziona così”? Invece funziona proprio così, lo vedi bene, a meno che tu usi il presente indicativo per descrivere il mondo ideale che hai in testa. Cosa vuol dire “non c’è dissenso”? Nella torta in faccia a Mastella ci potrebbe essere il dissenso nei confronti della giustizia che lo perseguita, e che vorrebbe privarci di un gioviale uomo di spettacolo. C’è l’idea che basti assurgere a simpatica icona, a maschera pubblica, per gestire la cosa pubblica. Non è una posizione politica questa? A me pare di si. Mi pare che ci siano degli interessi da difendere, dei messaggi da trasmettere, una visione della cultura, delle poste in gioco che sarebbe ingenuo non vedere. Il Bagaglino è politico come Aristofane o come qualsiasi cosa: ho solo voluto prendere due esempi estremi nella loro differenza, per riflettere su una cosa banale: la codifica dei limiti della farsa in relazione allo spazio degli interessi da difendere.

    Ovviamente potresti chiamare tutto questo “reazionario” se il termine avesse un senso: di certo rappresenta un’Italia che sembra appartenere al passato. Invece è l’Italia che governa e detta la sua legge, per cui io direi che è piuttosto profetico.

  7. Fidelis Kuster Says:

    Io non ho detto che il Bagaglino non esprime un’opinione anzi, ho scritto l’opposto ( Il Bagaglino esprime un’opinione, ma è reazionaria, qualunquista). Quello che manca nel Bagaglino, lo ripeto, è il giudizio morale.
    Imitare Berlusconi (Prodi o Andreotti), invitare Mastella e tirargli una torta in faccia non comportano di per sè un giudizio critico sul loro operato. Anzi, ridendo dei loro difetti fisici e caratteriali si è porta poi ad apprezzarli, perché da quei diventi scaturisce un’identificazione empatica tra il pubblico (che pure ha quei difetti fisici, caratteriali…) e i politici.
    Il giudizio morale, importante nella comicità e nella satira di tutti i tempi, sta nel puntare il dito e dire ad alta voce le colpe. Esempio: ridere della gobba di Andreotti e non accennare al suo rapporto con la mafia (documentato e quant’altro) è reazionario e qualunquista.

    Rispondendo alle altre domande, che tu, RAV, chiedi:

    1- Cosa vuol dire “non funziona così”?
    La frase precedente è: “Si prende una torta in faccia e il gesto fintamente catartico, lo assolve dalle sue colpe.” Affinchè avvenga una purificazione deve esserci un giudizio, un atto d’accusa. Un ottimo esempio è, secondo me, l’operazione che fa Luttazzi nella famosa vasca di Giuliano Ferrara (tra l’altro riprendendo Hicks e Reblais). Cosa fa Luttazzi? Punisce Ferrara (scena della vasca) imputandogli le sue colpe: essere favorevole alla guerra in Iraq. A questo mi riferivo.

    2- Cosa vuol dire “non c’è dissenso”?
    Intendo dire quando spiegato in precedenze. Poi aggiungi: “ci potrebbe essere il dissenso nei confronti della giustizia che lo perseguita”. Ora, secondo me la giustizia non perseguita Mastella, ma a parte questo, quella torta in faccia arriva qualche anno prima che scoppiassero quelle inchieste.

    3-“C’è l’idea che basti assurgere a simpatica icona, a maschera pubblica, per gestire la cosa pubblica. Non è una posizione politica questa?”
    Certo che è una posizione politica, come è una posizione politica comprare il pane alla Coop piuttosto che all’Esselunga. Ogni scelta è una scelta politica. Ovviamente sbeffeggiare una ‘simpatica icona, maschera pubblica’ invitandola in tv e tirandogli la torta in faccia non mostra la sua incompetenza politica, ma solo la sua “televisionabilità” (brutto termine, chiedo scusa, ma rende l’idea!).
    È una tautologia mediatica! Dicevo, mostra la sua televisionabilità e non la sua incompetenza politica. Quindi torniamo al punto iniziale: c’è un giudizio, ma di certo non una volontà punitiva. È un dissenso? No, è una legittimazione dell’esistente.
    Reazionario ha senso eccome. Ha senso oggi. Ovviamente non stiamo parlando di filomonarchici, ma di chi lascia che alcune conquiste sociali (posto fisso, aborto, divorzio, welfare state in senso lato) vengano messe in discussione e non se ne preoccupa, anzi, con il suo silenzio le acconsente e con i suoi sberleffi qualunquisti distrae l’attenzione.

    Spero di non essere stato prolisso, ma la chiarezza, si sa, richiede il suo tempo.

  8. azzurra Says:

    “il segreto di ogni teatro, d’essere il riflesso del pubblico e del suo ordine: ordine pubblico e ordine del discorso, ordine del dicibile e del rappresentabile.”
    il teatro è rappresentazione, semmai, mi pare, non di ordine ma di conflitti. Ma quando è rappresentazione di conflitti significa che il conflitto in questione è già normalizzato, istituzionalizzato, moralizzato. “quando un conflitto non è ancora normalizzato, dipende da qualcosa di più profondo, come il lampo che annuncia altro e viene da altro, l’emergere improvviso di una variazione creatrice, inaspettata, sub-rappresentativa” (G. D.)
    Ebbene io questa variazione creatrice nel Bagaglino non la colgo, per questo nel primo commento ho detto che il Bagaglino non sposta i limiti dell’estetica (a dire il vero, a fatica qualcosa di televisivo lo può). E anzi questo restare dentro un confine già visto, già accolto, “rappresentabile” lo rende pericoloso nel suo essere reazionario (o meglio, istituzionale), mediocre, fintamente innocuo. Questo per restare su un piano di sola analisi estetica, che sarebbe già sufficiente a storcere il naso. Se poi si considera l’aspetto etico… beh…

  9. cristiano de majo Says:

    certi commenti mettono in bocca all’autore parole che non ha detto.
    qui, mi pare, non si discute se il bagaglino sia bello o intelligente. nessuno lo ha detto.
    si discutono i suoi meccanismi e si mettono a confronto con qualcosa che pare lontanissimo, ma che nell’analisi/provocazione di ventura, sembra essere meno lontano di quanto sembra e cioé il teatro di aristofane, considerato da molti come esempio perfetto di satira che non guarda in faccia nessuno, cosa che secondo ventura non è.
    il discorso è tutto qui, forse bisognerebbe stare più sul punto.

  10. RAV Says:

    Fidelis Kuster, nessuno ha mai detto che il Bagaglino presenta “un giudizio critico” sull’operato dei personaggi che rappresenta, questo mi pare evidente. Tuttavia, a parte il fatto che è legittima *anche* una comicità della gobba di Andreotti che non tiri in ballo le sue vicende processuali (perché la gobba di Andreotti *è* una materia comica), a me pare che il Bagaglino, dietro il mascheramento a-politico, svolga la funzione critica della parte di cui è organica, proprio “assolvendo” la classe politica e “raschiando” via dal campo del politico tutto ciò che esula dal gioco delle parti. Come dicevo sopra, se ci tieni sono d’accordo per definire questo “reazionario”; ma se mi posso permettere, modellizzare il campo dei conflitti in una dialettica tra passato e futuro è straordinariamente limitante di fronte all’intricata colluttazione tra poteri che, fuori dal palco del Bagaglino, ha luogo.
    Ma come nota Cristiano, ci stiamo un po’ allontanando dal tema, che ovviamente è piuttosto una provocazione: a me serve per ricordarmi e ricordarci che i contropoteri sono sempre dei poteri, e viceversa, e che c’è sempre una pragmatica della provocazione, una teleologia e una retroazione, che determina un’economia e dei limiti. Solo Luttazzi può credere sul serio di non essere al soldo di nessuno.

  11. Fidelisk Kuster Says:

    1- Paragonare Bagaglino e Aristofane non può che essere una provocazione. Entrambi scherzano con le tradizioni del loro pubblico fino al limite della bestemmia. Entrambi, dici, sono organici alla cultura di cui fanno parte? Non lo so…Karl Krauss era organico alla cutura di cui faceva parte?

    2-Quanto alla gobba mi viene in mente una vignetta di Vauro: c’era una didascalia che diceva “Problemi con la mafia per Dell’Utri” e il disegno della sagoma-ombra di Andreotti con un fumetto: “È da anni che alzo le spalle”, o qualcosa di simile. Altro esempio, Luttazzi su Ferrara: “Non è grasso, è pieno di sè”. Chi vi ha insegnato a ridere dei difetti fisici? Essere grassi, avere la gobba, di per se non giustifica una presa in giro. Tuttavia c’è modo e modo di parlare dei difetti fisici…no?

    3-Il contropotere potrà pure essere una forma di potere. La satira in quanto tale, invece, è contraria ad ogni forma di potere. Se non lo è, allora non è satira. (Quindi paragonare Bagaglino e Aristofane è più sterile di un campo cosparso di sale.) La prova è la presa di posizione di Luttazzi contro quello che fa Beppe Grillo. Va bene la mobilitazione, dice, ma a quel punto non è più satira, ma un’altra forma di potere.

    4-Se Luttazzi fosse al soldo di qualcuno sarebbe in tv. Non c’è? Oh, che strano!

  12. RAV Says:

    1. Non ho parlato di essere organici a una cultura o a uno zeitgeist, ma a una parte della società, in un conflitto tra più parti che si svolge anche sul piano dell’egemonia culturale. Kraus, di cui ho letto solo i Detti, di certo rappresentava (=era organico a) una certa borghesia austriaca, che (azzardo) tentava di scuotere l’egemonia Kaiser-Königlich.

    2. C’è modo e modo. Ma la comicità spesso funziona in modo molto stupido: gobbe, ciccioni e gente che scivola. Poi ci sono i comici impegnati che rivestono l’espediente stupido con una spruzzata di ulteriore arguzia, tanto per assolvere il ridente dalla propria inevitabile stupidità.

    3/4. “La satira in quanto tale, invece, è contraria ad ogni forma di potere.” Questo è ESATTAMENTE il luogo comune che io contesto, e ho citato Luttazzi proprio perché si tratta del principale promotore di questa mitologia della satira. Luttazzi non sarà in TV ma come saprai — e non voglio mica fargliene una colpa — ha un certo successo editoriale e teatrale. Per nostra sfortuna, la TV italiana è drammaticamente sfasata rispetto alla realtà. In Italia c’è un movimento di poteri anti-berlusconiano (società civile, gruppi editoriali, gruppi industriali, partiti, ecc.) che pure non viene rappresentato in TV: prova che non ogni potere accede alla rappresentazione. (Ed è appunto un problema vistoso del nostro paese) Ma tornando a Luttazzi, quello che voglio dire è che è al soldo del suo pubblico, che gli chiede un certo tipo di spettacolo, e che legittimamente lui fornisce. E il suo pubblico chi è? Una certa borghesia, una certa classe di persone che si può permettere il teatro, che capisce le sue battute, che non se ne scandalizza, insomma un insieme piuttosto segmentato di piccoli agenti economici. Se la satira di Luttazzi fosse “contro ogni forma di potere”, e non (come io credo) la manifestazione organica del potere della classe che lo finanzia, sarebbe in grado di fare satira contro quel suo pubblico, ad esempio ricordando loro che il benessere di cui godono (di cui godiamo: come andare a teatro) dipende direttamente dall’esercizio sapiente e prolungato di una violenza nei confronti di altre classi, come gli schiavi immigrati che sorreggono l’intera nostra economia. Quando Luttazzi avrà ricordato al suo pubblico che il terziario è il più elaborato dei parassitismi, allora sarò pronto ad ammettere che lui è davvero contro ogni potere.

  13. paperinoramone Says:

    @ RAV

    Non riesco ad afferrare bene l’inizio dell’articolo: ma uno spettacolo diventa
    disdicevole perché di destra? uno spettacolo non dovrebbe essere di qualunque parte indipendentemente dalla sua qualità? Poi non sono sicuro che la risposta di Luttazzi
    vada bene per la tua domanda, se è tua la domanda. Per sintetizzare brutalmente: la merda che Luttazzi o chicchessia lancia al pubblico dovrebbe essere anche se non soprattutto la merda del pubblico stesso?

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