Essere altro

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Questo articolo, in forma ridotta, è uscito ieri 23 dicembre sul quotidiano Il manifesto

di Giorgio Vasta

In questi giorni di semiotiche febbrili concentrate su un unico fenomeno – Berlusconi colpito al volto da Massimo Tartaglia con un souvenir del Duomo di Milano – per ogni segno è stato individuato un simbolo e ogni simbolo è stato connesso a un altro simbolo per comporre, nell’insieme, il rebus di ciò che è accaduto, e l’eventuale soluzione del suo significato. In alcuni momenti la sensazione è stata quella di avere a che fare con un’ermeneutica impazzita, con l’ostinata ricerca di un’allegoria interna all’episodio, o per lo meno di una metafora esplorabile. Si tratta di tentativi di lettura comunque legittimi e indispensabili per provare a comprendere, dal particolare, qualcosa di più ampio. E se è del tutto naturale che in questi casi il nostro sguardo si focalizzi sul centro dell’immagine – il corpo di Berlusconi, il suo volto ferito – è ugualmente utile far lavorare anche la coda dell’occhio per andare in cerca di ciò che si colloca più in là, al margine, confuso e defilato, per quanto drammaticamente decisivo nel determinare ciò che è successo: il corpo di Massimo Tartaglia. Ed esattamente il momento in cui, nel brulichio della folla, Tartaglia solleva il braccio destro, lo carica facendolo oscillare un paio di volte nell’aria e poi scaglia contro Berlusconi il suo proiettile di pietra. Questa immagine – che ognuno di noi ha assorbito, in televisione o in rete, al ralenti o in un fermo immagine – ha attivato l’equivalente della coda dell’occhio nell’ambito del ricordo, una sorta di “coda della memoria”, facendomene venire in mente un’altra e generando così una rima, sia di struttura sia di senso. Un’alternativa pratica e politica.

Tempo fa, al termine di una puntata di Porta a Porta, Berlusconi si avvicina alla platea per stringere la mano al pubblico presente in studio. Pur in un contesto più asciutto e controllato e di certo meno caotico di quello di piazza Duomo a Milano, formalmente le due circostanze si somigliano e quasi si sovrappongono. In entrambi i casi siamo di fronte a una piccola ritualità, al contempo autentica e retorica – il momento nel quale il leader stringe la mano alla gente – raccoglie ringraziamenti, congratulazioni e sorrisi. È una scena che rafforza un contesto, quello della piena condivisione tra chi ha parlato e chi ha ascoltato.
Fin qui gli elementi in comune tra i due episodi. Perché quello che accade a questo punto al termine di Porta a Porta segna una differenza fondamentale.
Una donna – nelle immagini visibili su You Tube si vede una ragazza bionda seduta in prima fila su una poltroncina bianca – nel momento in cui Berlusconi le è davanti e le porge la mano non allunga speculare il suo braccio verso il presidente del consiglio, e invece solleva l’avambraccio e apre il palmo della mano destra a significare una specie di stop, un no grazie tranquillo e immodificabile. Di fronte al brevissimo spaesamento di Berlusconi la donna solleva anche l’altro avambraccio e, a ribadire il senso della postura, apre il palmo della mano sinistra. Berlusconi prende atto e prosegue.
Non dando la mano a Berlusconi questa donna chiarisce due cose: di non aderire alla persona e alla sua condotta politica, ma anche di non voler assecondare quel meccanismo inerziale secondo il quale in televisione (e non solo lì), in circostanze di questo genere, si porge la mano corrispondendo a un riflesso intrinseco al contesto. Come, nelle nursery degli ospedali, al pianto di un neonato segue, per contagio, il pianto degli altri bambini.
Apparentemente quella donna compie un’azione passiva perché quel sottrarsi imbarazzato può essere letto come una forma di rinuncia. In realtà – e sono consapevole di spostarmi adesso da un piano legittimo, la descrizione dei segni, a quello forse abusivo della lettura simbolica dei segni medesimi – quella donna compie una vera e propria scelta perché sottrarsi, eludere, de-ludere (nel senso di “interrompere” il gioco complice delle aspettative), vuol dire compiere un’azione “attiva”. Un’azione che seppure non risalta – nella ripresa televisiva questo civilissimo rifiuto dura un istante e tende a disperdersi nel flusso – nel momento in cui viene assunta nel suo pieno traumatico significato è di fatto un’azione politica. Perché, sottraendosi, quella donna si oppone concretamente, pacificamente, politicamente, al braccio di Tartaglia che si tende all’indietro e scaglia il souvenir del Duomo. Si oppone chiarendo che, nella disperazione presente, un’alternativa esiste e che del proprio dissenso è possibile fare qualcosa di non distruttivo.
Se nel momento in cui colpisce Berlusconi, Tartaglia, rinchiuso nella sua allucinazione, è convinto di avere riconosciuto il suo nemico (semplificando lo scenario e prescindendo dal fatto che oggi la cosa che chiamiamo nemico è culturale, è molecolare, fa parte dei legami, del commercio umano), la donna che non vuole salutare Berlusconi non dimostra semplicemente di non voler dare la mano a Berlusconi in quanto, immaginiamo, non se ne sente rappresentata, ma di non voler sottostare a una ritualità meccanica – i saluti a fine trasmissione – che lei ha la capacità, per nulla scontata, di decifrare e di non condividere. Non vuole riconoscere, con la sua mitissima protesta, né la persona né il contesto. Vuole scegliere di contraddire e di disattendere, criticamente, la regola silenziosa ma potente di un galateo automatico. E comprende che oggi contraddire il contesto – soprattutto quello di una rabbia regressiva e disarticolata che ci fa presumere di essere nel diritto di colpire – può essere una pratica di civiltà nella quale la rabbia si fa adulta manifestandosi nelle forme della consapevolezza e della cittadinanza critica. Il neonato sceglie di diventare grande interrompendo il contagio del pianto.
Nel mettere a confronto questi due diversi modi di “essere altro”, quello di Tartaglia e quello della donna che non dà la mano a Berlusconi – la mano che scaglia e quella che si sottrae – mi accorgo che risalta una differenza di genere: il maschio colpisce e la femmina non colpisce (eppure, così facendo, straordinariamente agisce: per sottrazione, costruisce). Senza esasperare questa differenza c’è però da augurarsi di essere tutti, nell’azione politica di questa Italia contemporanea, il più rapidamente possibile, femmine.

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2 Risposte to “Essere altro”

  1. ale Says:

    Concordo perfettamente con questa lettura. Un educato e semplice gesto di sottrazione, senza clamori, è (o meglio sarebbe) il più grande schiaffo al protagonismo chiassoso, protervo e invasivo di chi ha ridotto la cosa pubblica al proprio giardino di casa.

  2. Ivan. Says:

    Perfetto.

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