L’arte non è democratica, ma il talento può essere di tutti

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Un viaggio tra scrittori e biblioteche di Portland, Oregon. Un reportage di Tiziana Lo Porto pubblicato su XL di Repubblica nell’ottobre del 2008

di Tiziana Lo Porto

«A Portland chiunque vive come minimo tre vite». A dettare la regola è Katherine Dunn, autrice di quel Geek Love (recentemente ristampato in Italia come Carnival Love dalle edizioni Elliot) divenuto libro di culto per più di una generazione di scrittori. A ribadirlo è Chuck Palahniuk, autore di innumerevoli romanzi (Gang Bang l’ultimo uscito in Italia, per Mondadori), allievo dello scrittore Tom Spanbauer (quello del magistrale L’Uomo che si innamorò della luna, ancora Mondadori) e irriducibile ammiratore della Dunn. Dunn, Spanbauer e Palahniuk abitano a Portland, Oregon. Con loro molti altri scrittori. Alcuni lì ci sono nati, altri arrivano da città o paesi vicini, altri ancora approdano a Portland abbandonando la scoppiettante e un po’ mondana scena letteraria dell’East Coast per «sparire» nel più garbato e discreto West. Così che la Portland un tempo resa celebre per il suo magnifico roseto al punto da essere ribattezzata la «Città delle Rose», sia diventata oggi la «Città dei Libri». Ovvero, a volere dar retta alla regola delle tre vite, non c’è abitante di Portland che non sia scrittore, lettore, libraio, o anche solo commesso di libreria.

La gente di Portland ama leggere. Ne è testimonianza e baluardo l’edificio indiscutibilmente più celebre della città. Che non è un palazzo istituzionale, né un museo, né una delle meraviglie dell’architettura contemporanea. No, niente di tutto questo. «Se hai una mezz’ora da passare in città vai da Powell’s» mi dice Tom Spanbauer un pomeriggio d’estate, nel cortile di casa sua. Sono passata da lui per chiacchiere e caffè, e perché so che la sua dimora andrebbe già annoverata tra i luoghi che definiscono l’identità della città. È nello scantinato di casa che Spanbauer insegna a scrivere. La scuola (e anche il metodo) si chiama Dangerous Writing, ovvero ‘scrittura pericolosa’ o anche ‘scrivere pericolosamente’, e semplificando un po’ la faccenda consiste nello smontare frase per frase, parola per parola, suono per suono, la lingua in cui si scrive, per riuscire a tirare fuori i moti dell’anima. È grazie al «Dangerous Writing» che Palahniuk è diventato scrittore, trasformando in ottimi romanzi i suoi incubi peggiori («Se ho paura di una cosa, ci scrivo su un romanzo», spiega senza girarci troppo intorno lo stesso Palahniuk). Ed è sempre grazie al «Dangerous Writing» che Monica Drake ha scritto uno dei romanzi più belli e struggenti della nuova scena letteraria americana (Clown Girl, Neri Pozza). È insegnando a scrivere che Spanbauer regola i suoi conti con la scrittura, cercando di trasmettere ad altri talento, coraggio, disciplina e mestiere («L’arte non è democratica», dice, «ma il talento può essere di tutti»). Mi racconta di questo e di altro, poi, nella mia «mezz’ora da passare in città», decidiamo per Powell’s. Ascoltando Macy Gray in auto e continuando le chiacchiere, Spanbauer mi dà uno strappo verso quella che, a detta di molti (guide incluse), è «la libreria indipendente più famosa d’America».
Fondata nel 1971, Powell’s Bookstore è oggi una catena di librerie sparse in tutta la città (attualmente sono sei i punti vendita). Alcune generiche, altre specializzate (al 3747 di SE Hawthorne Blvd ce n’è una interamente dedicata a casa e giardino). La prima e più famosa si chiama appunto Powell’s City of Books e si trova al 1005 W Burnside, in un edificio apparentemente basso e contenuto, che poi però si estende per più di 6mila e 300 metri quadri. È su più piani, ospita 80mila visitatori al giorno e all’interno ha un’accogliente caffetteria, dove sfogliare comodamente volumi su volumi sorseggiando un eccellente caffè nero e piluccando ottimi muffins. Fornitissima la zona fumetti, adiacente la caffetteria e piena zeppa di albi nuovi e usati che ripercorrono la storia del fumetto americano costringendo appassionati e addetti ai lavori, se non ad acquistare, a trascorrere pomeriggi su pomeriggi a leggere, sfogliare, consultare. Se poi capita di essere lì di martedì, è consigliato attardarsi fino a sera, perché pare che in quella sera della settimana (come utilmente riporta Palahniuk nel suo Portland Souvenir, sempre Mondadori) «il fantasma di Walter Powell, fondatore della libreria, ancora oggi continui a passeggiare sul mezzanino davanti alla Rose Room, la sala dei libri rari». Più precisamente: «Per vederlo dovete cercare nei pressi della fontanella».
Uscendo fuori dalla libreria, tardo pomeriggio o sera che sia, si può poi decidere di risalire verso la zona Nortwest della città, che oltre a ospitare il roseto (da visitare obbligatoriamente e preferibilmente la mattina presto) abbonda in ristoranti accoglienti e belle gallerie d’arte. Qui abita Katherine Dunn (e qui ha scritto Geek Love, ricorda ancora Palahniuk nel suo libro su Portland), qui ci ha abitato lo stesso Palahniuk, e qui, al 539 della NW 21th, al SanSai Japanese Grill, si mangia il sushi più buono della città. Proseguendo invece verso sud (la zona Southwest di Portland) ci si può dirigere verso downtown, facendo prima tappa al 409 della Southest Thirteenth Avenue per visitare il Louie Louie Building, storico edificio che al secondo piano ospita lo studio di registrazione dove i Kingsmen registrarono suddetta canzone.
Prima dei dovuti quattro passi a downtown, che più che un superfluo shopping-chic richiederebbero una rapida sosta davanti al primo edificio postmoderno della storia dell’architettura (il Portland Public Service Building al 1120 della SW 5th Avenue), si potrà visitare l’insolitamente ordinata Chinatown e l’adiacente nuovissimo Pearl District. Quest’ultimo è il risultato di un’interessante opera di riqualificazione di un quartiere industriale, che ne ha fatto uno dei quartieri più eleganti e architettonicamente belli della città (dentro molti ristoranti, boutique, gallerie d’arte e qualche locale notturno). Più bizzarra la Chinatown di Portland, che malgrado gli appariscenti dragoni all’ingresso, sembra fatta esclusivamente di interni (ottimi ristoranti e divertenti negozi di souvenir) e qualche giardino. Deserte le strade intorno da mattina a sera. E niente mercatini di «cineserie» per turisti.
Oltrepassando poi il fiume Willamette si arriva infine nella zona hippie della città. Pieno zeppo di graffiti e ristoranti vegani e/o vegetariani, il Southeast di Portland ospita, tra le altre cose e in ordine sparso: Movie Madness, al 4320 di Southeast Belmont Street, videoteca con annesso museo dei film horror (tra gli oggetti in bella mostra il coltello usato in Psycho e quello che assassina Drew Barrymore in Scream); il Delta Cafè, al 4607 di Woodstock Boulevard, dove fermarsi anche solo per mangiare le frittelle (per la ricetta si veda sempre Portland Souvenir); il Duff’s Garage, al 1635 della SE 7th Avenue, dove ascoltare dal vivo la scena garage, surf e rockabilly della città, o sorseggiare una birra con l’assoluta percezione di essere anche voi spariti dentro il West.
Tenuto poi conto del continuo mutamento della città (ancora Palahniuk: «L’unico problema delle realtà ai margini è che prima o poi cominciano a sfilacciarsi»), a voi smarginare audacemente altrove.

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Una Risposta to “L’arte non è democratica, ma il talento può essere di tutti”

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