Appunti su Alice Munro: Zona Disagio

by

di Linnio Accorroni

Come dopo un viaggio inconcludente e pericoloso. Come dopo un incontro che ci lascia perplessi, che ci spalanca più interrogativi che risposte: ecco ciò che si prova, dopo la lettura di una qualsiasi delle storie di Alice Munro. Alla fine di quelle pagine ci si ritrova con una manciata di polvere nelle mani, si rimane delusi e spiazzati. Preda persino di una specie di malessere fisico, del disagio tipico di chi non riesce a spiegarsi perchè tutto, in quei perfetti ordigni narrativi costruiti con tanta lucida intelligenza, con mirabile perfidia, tutto appaia tanto nitido e coeso e, al contempo, tanto indecifrabile ed irriducibile. Perché tutto, in quelle storie, è così chiaro e luminoso, eppure tanto inesplicabile? Il paradosso che più spaventa il lettore: più leggiamo, meno sappiamo. Pensavamo di aver capito tutto di un personaggio, di essere arrivati a costruire una cartografia attendibile e pertinente della sua personalità e, invece, un battuta, un gesto, una inezia fa saltare tutto per aria, ci risospinge verso quella Zona Disagio che pare consustanziale alla lettura della Munro. Tutto ci sfugge e, in un attimo, ci manca, rendendo vano ogni tentativo di ristabilire l’armonia perduta: è come tentare di acchiappare il fumo con le mani. Ovvio poi che proprio questa inaccessibilità, questa impossibilità di comprensione piena e totale della storia e dei personaggi, rappresenta il nucleo su cui si fonda gran parte del fascino di queste storie. Ma è la rottura esplicita del patto non scritto fra scrittore e lettore.

Poi questi personaggi disturbano, inquietano, turbano, hanno sempre qualcosa che delude e spiazza, che sorprende e fa trasalire. Alcuni di essi vorremmo abbandonarli il prima possibile: sono cattivi compagni, sgradevoli e fastidiosi. Ad altri ci si affeziona e vorremmo piuttosto sapere che cosa ne sarà di loro una volta che abbiamo chiuso il libro. Vorremo proteggerli, aiutarli, consigliarli.

Chi è poi il personaggio principale della storia non lo si capisce mai o quasi. Il racconto può cominciare, focalizzando l’interesse del lettore per pagine e pagine su uno/a che pare il/la protagonista indiscutibile. Poi, per movimenti impercettibili, per lenti spostamenti della lente di osservazione, ci rendiamo conto che quello/a era semplicemente un personaggio marginale, un semplice ornamento decorativo. E mentre ci concentravamo sulla tappezzeria, la stanza si è spostata tutt’ intera, mobili e cose, quasi senza che noi ce ne accorgessimo. E questo può avvenire per 3, 4, 5 volte nello stesso racconto, costringendo a continue diffrazioni dell’attenzione, a continui cambi di prospettiva. Questo slittamento continuo della focalizzazione si realizza attraverso lenti, avvolgenti, ipnotici piani-sequenza che non prevedono stacchi, montaggio, fratture, ma che trasformano completamente la prospettiva di analisi e di interpretazione in cui si era collocato il lettore.

Se dio è nei dettagli, i racconti della Munro sono una proliferante cosmogonia politeista. A libro chiuso, sembra quasi che le storie ti inseguino ancora, che non diano tregua, che stiano lì a domandare il perchè della loro insolubile ambiguità, della loro imperscrutabile tangenza con la tua vita. Mentre ne cerchi altre di storie dell’universo del reale quasi come un contravveleno capace di rimuovere quelle cartacee, si ritorna col pensiero continuamente a quella che si era letta, pensando a quei finali stranianti, inconcludenti, aperti, inquietanti.

C’è come una disposizione sottilmente gnomica alla base della trama sapiente delle storie della Munro. Un’ attitudine beffardamente sentenziosa ad ammonirci che dobbiamo non fidarci della realtà, che dobbiamo diffidare dalle cose perché niente è mai ciò che sembra, che dietro la maschera di ogni personaggio si cela la presenza misteriosa ed insondabile di una disturbata divinità. Eppure molti dei suoi personaggi sono semplici anime grigie il cui orizzonte d’attesa esistenziale spesso non va al di là del bordo tagliente del rasaerba o della capienza rassicurante del congelatore. 


C’è questo personaggio di nome Robin che appare in un racconto di Alice Munro intitolato «Scherzi del destino», contenuto nella raccolta In fuga. È una ragazza semplice e banale, uguale a mille altre; frequenta un corso per infermiera. Un giorno, una sua amica riceve un paio di biglietti gratis per partecipare ad uno spettacolo teatrale. Ci vanno, insieme. Sarà l’ultima volta: «La ragazza dei biglietti si era sentita annoiata a morte – davano il Re Lear– perciò Robin non aveva detto niente su come si sentiva. Non ci sarebbe riuscita comunque: avrebbe preferito uscire dal teatro da sola, e non dover parlare con nessuno per 24 ore almeno. Decise allora che sarebbe tornata. E non in compagnia».
In queste poche righe, si delineano gli effetti di uno sconvolgimento che muta, in maniera radicale ed irreversibile, il corso di un’esistenza che non sarà più la stessa. Dopo quel Re Lear visto assolutamente per caso, Robin fa suo un dato di vitale importanza: quanto più è forte la potenza di un’emozione, tanto più quel sentimento, per essere preservato nella sua forza totalizzante, va imprigionato e rinchiuso. La solitudine diventa una necessità ineludibile per conservarne l’integrale, sconvolgente bellezza. Un’esperienza che va reiterata, certo, ma da sola, non in compagnia. Altrimenti tutto perderebbe di senso e forza. Eppure Robin non rinuncia del tutto a ciò che era stata prima, alla sua educazione da semianalfabeta: continua a non voler leggere i copioni prima della rappresentazione, non le interessa se quella che vedrà sarà una commedia o una tragedia. Vuole solo sedersi lì nelle matinée del sabato, in mezzo a perfetti sconosciuti: «Non le capitava mai di sentirsi a proprio agio quanto in quelle circostanze, circondata da estranei». A spettacolo finito, si va a prendere un panino in un posto economico prima di prendere il treno e tornarsene a casa. «Tutto lì. Eppure quelle poche ore le procuravano la certezza che l’esistenza a cui faceva ritorno, precaria ed insoddisfacente come appariva, fosse provvisoria e dunque tollerabile. E che ci fosse un chiarore dietro quella vita, dietro ogni cosa, simboleggiato dalla luce del sole che filtrava attraverso i finestrini del treno. Dalla luce e dalle ombre lunghe sui prati estivi: più o meno ciò che, nella sua testa, restava della rappresentazione appena conclusa».

Le storie della Munro sembrano far tesoro tutte di una famosa e controversa affermazione di Nabokov che, in una sua lezione all’Università di Cornell, nel 1955, aveva sagacemente affermato : «Il solo scopo della scrittura è di sviare il senso comune e mandarlo in frantumi con qualche particolare sinistro imbarazzante, portentoso e splendido, qualche neo o sciarada che non c’entra niente con il senso della storia, ma traccia, nell’aria di quelle parole, una scia che non si consuma, che non si decifra».

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2 Risposte to “Appunti su Alice Munro: Zona Disagio”

  1. Mauro Says:

    zu

  2. enza< Says:

    grazie.

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