Impegno in doppiopetto

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Questo articolo di Gianluigi Ricuperati è stato pubblicato qualche domenica fa sul Sole 24 Ore e racconta la persona e il lavoro di Frederick Seidel, poeta inedito in Italia considerato però un maestro nel suo paese. Data la recente apertura di minima&moralia alla poesia ve lo riproponiamo.

di Gianluigi Ricuperati

Signore, voglio sentire le tue mammelle. / Voglio far partire le cellule staminali. / La Casa Bianca è preparata / A farmi volare a velocità Mach 3 verso una località sicura segreta. Frederick Seidel ha 73 anni e abita in un appartamento dell’Upper West Side con vista da falco su Broadway, veste in doppiopetto italiano e possiede almeno cinque motociclette Ducati di cui una fatta apposta per lui. Ha pubblicato Final Solutions (lui, ebreo) nel 1963, sotto l’egida di Robert Lowell, il padre della confessional poetry che di lì a poco avrebbe intervistato per la Paris Review. Poi niente, per trent’anni circa: infine, uno dopo l’altro, volumi sempre più originali e potenti: è l’ennesimo caso di artista che trova la propria corda in tarda età, e quando la trova non sbaglia un colpo e d’incanto se ne accorgono tutti – anche il Paris Review, che lo intervista a sua volta sul penultimo numero. Nelle fotografie ha lo sguardo di chi si presenta all’ennesima cena in un ristorante stellato Michelin e vede, intorno, commensali, poi cannibali, poi ancora commensali, e infine ancora cannibali. Vede se stesso. Vede te e vede me. Io vorrei raccontare chi è Frederick Seidel; cos’hanno di unico ed esemplare i versi raccolti per la prima volta in Complete Poems 1959-2009, un volume antologico uscito in primavera da Farrar Straus & Giroux, raccogliendo recensioni entusiastiche da parte di critici, di poeti come Charles Simic e soprattutto una vasta ed eterodossa compagine di giovani narratori sparsi in giro per il mondo; vorrei raccontare perché all’improvviso mi è successo di riconoscere in un uomo nato nel 1936 un esempio d’impegno pressoché assoluto – sì, impegno: ho usato proprio quella parola, per uno che ha passato tutta la vita a collezionare amanti bellissime, beni di lusso, e tonnellate di sprezzatura. Passo la gran parte del mio tempo a non morire. / È a questo che serve vivere. / Mi arrampico su una moto. / Mi arrampico sulle nuvole e sulla pioggia. / Mi arrampico su una donna che amo. / Ripeto i miei temi.

In un testo del 2008 intitolato My Poetry, l’io che parla si siede a un tavolo di un ristorante di lusso, nell’angolo che tutti desiderano ma quasi nessuno ottiene. È solo. Sono al mio solito tavolo nel posto che preferisco, /Il tovagliolo al collo, a mangiare pietre e sporcizia, / inciampo dallo stupore per questo La Tache. So che è disgustoso ma sento / la mia antipode afroamericana con la mano protesa, fuori dalla finestra, mia clone, / che chiede l’elemosina sul marciapiede. Me la compro e me la porto a casa. Mangeremo sporcizia. / Pascoleremo nell’erba e sbatteremo gli occhi e flirteremo. Come ha fatto notare Dan Chiasson sulla New York Review of Books, proprio in riferimento a questi versi, nessun altro, negli Stati Uniti, avrebbe potuto osare tanto: me la compro, come se fosse uno schiavo. E schiavi compaiono anche in altri luoghi della sua opera – laddove si descrive l’hotel più costoso del mondo / è una nave spaziale che scaricherà gli Africani sulla luna. O in «Casa»: Fioriscono i barboni come rose / A ogni angolo di Broadway. / Sono immondo. / Mi lavano le loro lacrime. Oppure: Una donna della mia età nuda è un incubo totale. / Una donna nuda della mia età è un incubo. / Ma non importa. Uno lascia passare. Ma la poesia di Seidel non sarebbe interessante se fosse solo un catalogo di piccoli e grandi shock, di osservazioni crude e fastidiose. C’è sempre un momento in cui la brutalità si mette al servizio di un atto di produzione di conoscenza, anzi ne è la conditio. È lì che le poesie di Seidel mutano, cambiano passo. In questi frangenti i personaggi di Seidel elevano dei canti tribali, come le litanie di persone che lamentano l’essere diventate proprietà di qualcuno. Sussurrano ooga booga, come recita il suo titolo forse migliore: un urlo di orrore e seduzione infantile, uno scherzo, un richiamo nella foresta dei simboli e dei suoni. Ecco che gli scampoli di umanità di Seidel ballano e battono il tamburo, intonano qualcosa che è quasi insopportabile / dispiegano le ali per essere più belli e terribili (da Broadway Melody). Si tratta di un meta-movimento che torna spesso, nella lirica di Seidel, rendendola più affine al teatrale che al confessionale. Di pagina in pagina gonfia le ali di notazioni devastanti, e incide ritratti sempre più terribili e sempre più belli.

Frederick Seidel è l’erede di un piccolo impero del carbone di St. Louis, la città natale di T.S. Eliot. È un uomo independently wealthy (in inglese ciò che da noi è ricco di famiglia si traduce, alla lettera, autonomamente ricco?) Raccontando sulle pagine di Harper’s della sua passione per le moto da corsa – e le Ducati in particolare – ha concentrato tutta la propria attenzione sugli oggetti e i meccanismi, lasciando poche righe alla disamina del che non riesce ad accettare di esser caduto con l’adorata Agusta MV 750: «Per giorni, per mesi, avevo ripetuto nella mente i dettagli della scena, spiegando a me stesso cosa fosse accaduto, trovando delle scuse. Tutto, pur di evitare d’ammettere che ero stato un incompetente. Ma c’era qualcos’altro. C’è un modo di mimare la vicinanza della morte che conduce dritto al rischio di morire davvero. È un’imitazione così virtuosa del pericolo che porta un reale pericolo. Avevo preso la curva troppo veloce».

La nota fonetica dominante dei versi di Seidel è un battente da tip-tap angoscioso e ilare: affermazioni seguite da negazioni, e l’intensità sta nello spazio vuoto fra le seconde e le prime. Ed è funzionale al tipo di esistenza che insegue e trattiene, a tutto ciò che ne consegue e che quasi sempre sconviene: l’estremo lusso, l’estremo orrore, l’ignifuga, tremenda, continguità di classe che in Occidente mette poverissimi e ricchissimi sotto lo stesso cappello civile, spesso solo apparente. La maggior parte dei poeti (e degli scrittori) frequentano questi temi, ma quasi nessuno dal punto di vista del Privilegio Assoluto. Non lo immaginano neppure. Seidel illumina porzioni di mondo che nessuno racconta con tale densità.
È necessario che gli scrittori facciano emergere il proprio sè disgustoso e parlino di soldi; è necessario che gli scrittori penetrino il mondo con la consapevolezza di chi lo gestisce e la selvaggia inventive di chi lo abbandona. L’io poetico di Seidel si concentra sull’ingiustizia singolare, su quella che, simile ai barboni spunta come un foruncolo nell’arco della propria giornata. I versi di Seidel sono a tutti gli effetti montaggi ultrarapidi fatti con particelle da sondare a ralenti. Ecco perché la scuola di scrittura creativa di un narratore letterario, a qualunque latitudine, adesso, sono i Complete Poems 1959-2009

Frederick Seidel, Complete Poems, 1959-2009, Farrar Straus & Giroux 2009, New York,, 40 $

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