Archive for gennaio 2010

Il “classico” oggi

gennaio 29, 2010

Questo articolo è uscito ieri sul Corriere del Mezzogiorno

di Alessandro Leogrande

Gli Anni Zero si sono conclusi e siamo già entrati in un nuovo decennio. Passato un intermezzo congestionato da guerre e crisi mondiali, ci siamo ritrovati pienamente inseriti nel ventunesimo secolo. Il Novecento, con tutto il suo bagaglio culturale e politico, è ormai definitivamente percepito come un’era passata, con cui – certo – continuare a interagire criticamente, ma ormai nella distanza.
Siamo entrati dunque negli Anni Dieci (…). Gli Anni Dieci del secolo scorso sono stati anni tremendi (la Grande Guerra, la rivoluzione bolscevica, la pace di Versailles, il ’19…), ma anche anni culturalmente turbolenti. E i nostri Anni Dieci, come saranno?
A organizzare una prima mappatura del nuovo tempo ci pensa una monumentale opera della Treccani: XXI secolo. Sei volumi, 80-85 autori per tomo, 4.200 pagine. Il primo volume, Norme e idee, intende studiare «lo stato di incertezza e di crisi che sembra caratterizzare il mondo dei valori tradizionali, delle istituzioni e della società civile». Così si legge nella presentazione del piano dell’opera, che poi continua in tal modo: «Sotto l’impeto dirompente dei processi di globalizzazione e delle tecnologie sono messi in discussione i fondamenti del diritto, le strutture della società civile, il concetto stesso di persona».
Di questo primo volume segnaliamo un saggio in particolare, che appare oltremodo illuminante: Il “classico” oggi di Luciano Canfora.
Con la sua consueta lucidità, Canfora coglie un passaggio determinante del nuovo tempo, una costante sotto traccia che prova a disvelare: il ritorno dei modelli e degli archetipi classici lasciati in ombra nel ventesimo secolo. Dopo il declino delle «rivoluzioni culturali» degli anni sessanta e settanta, dopo il crollo delle ideologie che avevano retto il dibattito pubblico a lungo, e soprattutto dopo il collasso del socialismo reale, sono oggi potentemente ritornate alla ribalta «forme di pensiero, concetti e questioni che il ‘moderno’ conflitto novecentesco sembrava aver archiviato».
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L’inventario dell’amore

gennaio 28, 2010

Pubblicato sulla Domenica del Sole24Ore il 10 gennaio 2009.

di Gianluigi Ricuperati


L’amore inizia come un’esperienza di invenzione e finisce come un’esperienza di inventario. Il secondo libro di Leanne Shapton, trentasettenne autrice canadese e residente in America, si regge interamente su un’idea: raccontare la nascita, lo sviluppo e la dissoluzione di una storia d’amore come se i due protagonisti avessero deciso di mettere all’asta tutto ciò che di tangibile ha attraversato l’aria che univa e separava e definiva i loro corpi e i loro cuori: gli oggetti, le cartoline, le fotografie, le stampe di e-mail, le scritte sui tovaglioli, i piccoli doni e i soprammobili, gli abiti e i fermacarte: e ancora libri usati e amati, portafortuna e compact disc, videocassette e ritagli. Ma Important artifacts and personal properties from the collection of Lenore Doolan and Harold Morris, including books, street fashion and jewerly non è un romanzo che racconta di un’asta. È la fedele, inventaria riproduzione di un catalogo d’asta, di un’asta in cui nessun articolo vale più di cento dollari, che nessun collezionista frequenterebbe e nessun battitore consegnerebbe al tirannico ritmo del martelletto.

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Ma la natura dei pixel è antiecologista

gennaio 27, 2010

Questo articolo è apparso sul Riformista il 20 gennaio.

di Francesco Longo

Sui messaggi contenuti nel film Avatar di James Cameron si è molto discusso, e uno dei temi trattati è chiarissimo, molto meno lo è però la scelta operata per trasmetterlo. Avatar è stato letto da molteplici punti di vista, non sono mancate le interpretazioni politiche e geo-politiche, ideologiche, religiose, culturali. È stato detto, riassumendo tutte le possibili letture, che questo film è: antimilitarista, che critichi la tecnologia e le armi, e che inchiodi il modo di conquistare le risorse senza responsabilità. Non è così scontato intendere questa pellicola come un concentrato di anti-americanismo o di critica radicale all’Occidente (come anche è stato proposto), ma un tema è insomma certamente cristallino: la denuncia della distruzione della Natura. Pandora, infatti, il pianeta abitato dagli innocenti indigeni azzurri, sembra una sorta di Foresta Amazzonica minacciata dagli umani e dalle loro macchine devastatrici. Le possibili allegorie che si attivano nel film generano molti sensi e numerosi piani di lettura, è indubbio, però, che tra tutti questi sensi spicchi un richiamo alla difesa della Natura e che Avatar sia cioè un film dichiaratamente ecologista. James Cameron tuttavia crede possibile comunicare il valore di un ambientalismo panteista col più mastodontico sfoggio di tecnologia che si sia mai visto al cinema. La natura e l’ambiente incontaminato raccontati nel film sono infatti frutto di una sofisticatissima realizzazione informatica. Il Grande Elogio della Natura Incontaminata viene comunicato nel momento stesso in cui si stanno mostrando i Vertiginosi Miracoli della Tecnologia e del Progresso Informatico. Il valore della Natura, nel film, coincide col sogno delle possibilità virtuali, e tanto più ci piace e ci seduce questa Natura, quanto dobbiamo ammettere – con euforia – che questa è un enorme Eden artificiale. L’incanto è dato dai pixel, non dagli alberi. Pandora infatti, che vorrebbe forse essere l’emblema di una terra vergine, è in realtà il santuario della grafica computerizzata e il più raffinato dei mondi sintetici. Un videogame divino.
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Seminario sui luoghi comuni

gennaio 26, 2010

3. Idiosincrasie di un protagonista

di Francesco Pacifico

Pnin è il protagonista per eccellenza. Ha un romanzo che porta il suo nome, e l’autore, Vladimir Nabokov, è talmente sicuro di avere tra le mani un personaggio irresistibile, che con malizia tipicamente nabokoviana, nel descrivere alcune caratteristiche di Pnin, le definisce «tipicamente pniniane».
Pnin è un emigré russo che insegna in America. È tondeggiante, di buon carattere, apprensivo, metodico, pedante. I personaggi universali non esistono. Esistono solo dei miscugli improbabili fra il vostro compagno di banco e Čičikov delle Anime morte di Gogol. Tutti i grandi personaggi sono inattuali perché si arriva al loro cuore per vie traverse. Il «precario» non esiste. Lo «sfortunato» non esiste. In questo paragrafo di Nabokov compaiono insieme diverse cose: gli entusiasmi di Pnin, le sue fissazioni, ciò che aveva in comune con la gran parte dei russi (i «trucchetti insulsi»). E Nabokov usa un trucchetto insulso anche lui, da buon russo: prende le distanze da un luogo comune – il professore tedesco distratto, solo per approfittarne, per cominciare ad avvicinarsi al bersaglio. Come per un eccitante strabismo, le cose migliori non sono quelle forzatamente originali, che sono luoghi comuni rovesciati, ma sono quelle cose che stanno a un passo dai luoghi comuni e ne sfruttano l’aura senza farsi sopraffare.
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Sul pubblicare per Berlusconi

gennaio 25, 2010

In questi giorni si sta sviluppando in rete e sulla stampa un ampio dibattito sul rapporto tra intellettuali e potere editoriale. Il primo fronte polemico si è aperto sulla decisione di Paolo Nori di pubblicare alcuni suoi pezzi sul quotidiano Libero, criticata tra gli altri da Andrea Cortellessa (qui, nei commenti) e discussa, in presenza dell’autore e del critico, in un incontro pubblico che si è tenuto a Roma martedì 19 gennaio alla libreria Giufà. E di questo e di altro parla Tiziano Scarpa in un pezzo uscito sulla Stampa e ripreso qui. Su Nazione Indiana Helena Janeczek ha scritto, invece, un’appassionata difesa delle ragioni di chi lavora o ha deciso di pubblicare per il gruppo Mondadori pur non condividendo le idee e la politica culturale della proprietà. L’articolo che pubblichiamo qui di seguito, scritto da Vincenzo Ostuni, direttore editoriale di Ponte alle Grazie, risponde in qualche modo al pezzo della Janeczek ed è stato pubblicato sul Manifesto di ieri, domenica 24 gennaio 2009.


di Vincenzo Ostuni

Quando lo scorso novembre Saviano rivolse un appello a Berlusconi perché ritirasse la legge sul processo breve, a Luisa Capelli, editrice di Meltemi, e al sottoscritto saltò il ticchio di rilanciare, mettendo in campo il più perverso tabù della nostra società letteraria (o dei suoi frantumi). Fondammo un gruppo Facebook chiedendo allo scrittore di lasciare il suo editore qualora, com’era scontato, non avesse desistito. Per chi non lo sapesse, ricordiamo che la maggioranza del gruppo Mondadori (oltre al marchio eponimo, Einaudi, Piemme, Sperling & Kupfer, Frassinelli, Electa: circa il 30% del mercato librario) è di proprietà della Fininvest, ovvero Silvio e famiglia. In poche settimane abbiamo ricevuto 2200 adesioni e alcune critiche. Saviano in un’intervista ha dichiarato, in maniera forse indipendente dall’appello: «Sto riflettendo se continuare a pubblicare i miei libri con Mondadori». Da altri autori del gruppo quasi nessuna voce, ed è quest’ultimo aspetto a stupirci. Ma è davvero moralmente indifferente, per uno scrittore dell’ampio e disunito fronte nonberlusconiano, pubblicare i propri libri per B.? O almeno è un errore politico? Si tratta di una scivolatina, incoraggiata da migliori condizioni economiche (mica sempre), dalle maggiori prospettive di successo (ma non è affatto detto), dallo charme del bianco Einaudi (dove c’è ancora), o dall’indubbia (ma ineguagliabile?) professionalità dei suoi editor? O all’opposto, come sostiene ad esempio Wu Ming, pubblicare per B. ha un valore politico aggiunto, l’occasione di attizzare un focolaio di resistenza nel cuore delle cittadelle occupate, all’interno delle quali noialtri si «resisterà un minuto di più»?

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Immolazione a Roma

gennaio 25, 2010

Henze all’Auditorium

di Giordano Tedoldi

Riporto le personali impressioni (quot capita, tot sententiae – Formione, Terenzio) del concerto di ieri, alla prima di Immolazione (Opfergang) di Hans Werner Henze all’auditorium Parco della Musica di Roma (seguiva il Canto della Terra di Mahler ma per motivi musicali e extramusicali sono uscito all’intervallo). Il direttore Pappano ha fatto una breve introduzione, ha spiegato un paio di accordi ricorrenti al pianoforte concertante (modulazione fa diesis maggiore-do maggiore era uno, il leitmotiv dell’uomo disperato, molto consigliato in sala prove a postrock, postnewwave, postpunk band, fa diesis maggiore-do maggiore, provateci, fa un bell’effetto Paradiso Perduto; l’altro accordo trascelto, quello del cane, non lo ricordo), indicato la tuba wagneriana e un oboe basso come particolarità orchestrali (ah, l’oboista era palesemente in serata no, nelle note basse con l’oboe basso tutto ok, appena saliva lanciava stecche molto appropriate dato il contesto tardo-espressionista), definito l’organico come quello di un’orchestra da camera allargata, e ha parlato di partitura dai forti contrasti.
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Tolkien e la destra: una storia italiana

gennaio 23, 2010

Fin dagli anni Settanta è cominciato un processo di sistematica appopriazione dell’universo tolkieniano da parte dei movimenti e partiti di Destra; poiché in questi giorni si è riaperto il dibattito su questo autore e sul suo immaginario, pubblichiamo un estratto da L’anello che non tiene, di Lucio Del Corso e Paolo Pecere, testo da noi pubblicato qualche tempo fa. È una lunga argomentazione, ma avete tutto il weekend per leggerla.

Gianfranco de Turris, scrittore e giornalista Rai (nonché curatore delle opere di Julius Evola) spesso citato come autorità in materia di letteratura fantasy, ha accennato in più di un’occasione a un fenomeno che è, a ben vedere, tipicamente italiano: la relazione tra la letteratura fantasy e la destra, anche estrema. Ecco quello che dichiara in proposito in un’intervista relativamente recente:

«La narrativa di Tolkien e la “heroic fantasy” era per così dire più connaturale all’animus del ragazzo di Destra, al suo modo di vivere e di sentire, alla sua mitologia personale e collettiva. Nel mondo immaginario descritto in quei romanzi, negli eroi e nelle eroine, nei loro modi di essere e di vivere, si speculavano innumerevoli fantasie ideali sorte dall’humus ideale e politico in cui si erano formati personalmente e collettivamente. Non lo si può negare.
Ed ecco perché i Campi Hobbit si chiamarono così, ed ecco perché la Nuova Destra pose molta attenzione prima a Tolkien e poi alla “fantasy” più in generale.
Il “significato” di questo interesse nella Destra, che si è estrinsecato da un lato in una produzione narrativa ed in un approfondimento critico di questa narrativa, ma anche in alcuni tentativi comunitari da un altro, è per me importantissimo, anche se a qualcuno potrà sembrare eccessivo ed esagerato; nei momenti più tragici degli “anni di piombo”, nei momenti più deprimenti degli “anni di latta”, nei momenti più scoraggianti degli “anni di fango”, il ritrovarsi di parecchi giovani di Destra nella letteratura fantastica ha consentito loro di non perdersi, scoraggiarsi, deprimersi, riverberandosi in un mondo ideale, in un mito, che non trovavano più nella politica politicante, nell’attivismo del piccolo cabotaggio delle sezioni e delle federazioni. Invece di disperdersi, invece di annullarsi, invece di chiudersi in se stessi, sono sopravvissuti alla mediocrità, al conformismo, alla massificazione, al politicamente corretto».

Si tratta di dichiarazioni emblematiche, anche solo da un punto di vista linguistico, in cui viene ben sintetizzata la vicenda tolkieniana nella sua duplicità di fenomeno politico e critico-letterario.

Gli anni Settanta

Prima ancora di riflettere sulla natura del legame letteratura fantasy-destra, è opportuno cercare di delineare la storia delle vicende che sono alla base di questo apparentamento. La penetrazione di elementi, simboli, persino espressioni tolkieniane nel linguaggio politico delle destre italiane comincia attraverso la musica. Il 6 dicembre 1976, al Teatro delle Muse a Roma, si esibisce, di fronte a un pubblico tanto folto da non entrare nella sala destinata al concerto, la Compagnia dell’Anello, un gruppo destinato ad avere un certo seguito tra i membri più giovani del partito neofascista di Giorgio Almirante e attivo ancora oggi (anche se con una formazione diversa rispetto agli anni Settanta), al punto che una sua canzone, «Il domani appartiene a noi», è considerata oggi come «l’inno di Azione Giovani». The Fellowship of the Ring, in italiano La Compagnia dell’Anello, è il titolo della prima parte del Signore degli Anelli: la citazione è dunque evidente. Il complesso – in un primo momento con il nome di Gruppo Padovano di Protesta Nazionale – circolava sin dall’autunno del 1974, quando aveva cominciato la sua attività concertistica nei locali del Fronte della Gioventù di Padova. Al di là del nome assunto, tuttavia, di tolkieniano la band ha ben poco. Soprattutto nella sua prima fase, la produzione musicale della Compagnia si riduce essenzialmente a una serie di stornelli o ballate folk per voce e chitarra di contenuto politico, scritte soprattutto per fornire ai militanti più giovani un corpus di canzoni con cui sostituire o integrare i «classici» del fascismo (come «Faccetta nera», per intenderci): tra le prime canzoni composte dal gruppo figurano hit dal titolo eloquente quali «La foiba di San Giuliano», «Storia di una SS» o «La ballata del nero» (destinate a decenni di ininterrotta fruizione underground negli ambienti di destra), per i quali sarebbe difficile trovare punti d’aggancio con elfi, hobbit o Terre di Mezzo di sorta. L’ispirazione tolkieniana si riduce, dunque, a poco più di un pretesto, a un simbolo alternativo a quelli ereditati direttamente dal fascismo, su cui far leva per attirare nuovo consenso.
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Aldo Moro: essere padri, portare il fuoco

gennaio 22, 2010

di Ivan Carozzi

Ecco un libro su Moro, l’ennesimo, verrebbe da dire. In quanto è una vicenda, anche editoriale, che non si decide a lasciarci, come quei morti che nei film si ripresentano sulla soglia di casa – come spesso titola Dagospia: Moro per sempre. Un demone a cui può capitare d’infilare le dita dentro il guanto di pezza della cronaca e muoverla a piacimento, vedi l’affaire Marrazzo che con la scena di Moro condivide un’unità di luogo: il condominio di via Gradoli 96, lo stesso in cui abitarono i Br Mario Moretti e Barbara Balzerani. Due volte prigioniero, il saggio di Rocco Quaglia, psicologo e psicoterapeuta, pubblicato a settembre (Lindau, pp.210, 16 euro) è una piccola sorpresa e un libro che può incidentalmente fare da body scanner allo stato permanente di crisi e agitazione che stiamo attraversando. Tra le pagine di Quaglia, spesso liriche e accorate, non ci troviamo nel gamelan ipnotico dei misteri del caso Moro, ma veniamo posti in contemplazione della maschera umana di Moro, del suo carattere, per come appare nella serie di lettere che il Presidente scrisse nella prigione del popolo brigatista.

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I tortuosi movimenti di una terra occupata

gennaio 21, 2010

Quest’articolo è uscito il 6 gennaio sul Manifesto.

di Giuliano Battiston

Labirinto PALESTINA
Dallo scrittore Saree Makdisi all’urbanista Jeff Halper, un sentiero di lettura intorno a uno dei grovigli più complicati e crudeli della nostra contemporaneità: l’asimmetria sempre più radicale che caratterizza la «interazione» tra Israele e Gaza rappresenta, secondo la sociologa Saskia Sassen, un decisivo punto di rottura nella geometria del periodo attuale

In un saggio dedicato alle città come tecnologie di guerra (When the city itself becomes a technology of war, di prossima pubblicazione sulla rivista statunitense «Theory, Culture & Society») la sociologa Saskia Sassen, esaminando la crescente urbanizzazione delle guerre contemporanee, analizza anche il caso di Gaza. Chiedendosi se l’operazione «Piombo fuso», lanciata dall’esercito israeliano un anno fa, il 27 dicembre 2008, e proseguita fino al 18 gennaio 2009, e «la crescente asimmetria che caratterizza l’interazione Israele-Gaza» non possa segnare un passaggio paradigmatico, «un punto di rottura nella geometria del periodo attuale». Perché se è vero che a Gaza l’esercito israeliano ha potuto dispiegare in modo unilaterale e mettere in pratica strumenti, tattiche e strategie di guerra in contesti urbani, è altrettanto vero che Gaza ha reso visibili «i limiti del potere in condizioni di assoluta superiorità militare».

Una musica di sottofondo
Anche nei casi di una simile sproporzione di forze, e, anzi, proprio laddove l’asimmetria di forze è così radicale ed estrema, argomenta Saskia Sassen, «la forza militare può raggiungere un punto in cui è costretta a puntare all’ostruzionismo piuttosto che polverizzare il suo nemico». Un ostruzionismo che si esercita per esempio impedendo che i beni di prima necessità inviati dalle agenzie di aiuti internazionali raggiungano i destinatari. O con quel «labirinto di leggi, ordini militari, procedure di pianificazione, limitazioni alla libertà di spostamento, burocrazia kafkiana, insediamenti ed infrastrutture» di cui parla Jeff Halper in Ostacoli alla pace. Una riconstestualizzazione del conflitto israelo-palestinese uscito per le edizioni Una Città, 2009 (pp.168, euro 12).
Urbanista e antropologo, già docente presso l’Università di Haifa e di Ben Gurion, fondatore nel 1997 e poi coordinatore dell’Israeli Committee Against House Demolitions, Jeff Halper si dedica da anni – appunto – alla denuncia della demolizione delle case palestinesi, e, poco persuaso che la società israeliana possa ammettere che i propri diritti si fondino spesso sulla negazione di quelli altrui (su questo si veda l’intervista ad Halper in Muri, lacrime e za’tar, di Gianluca Solera, Nuova dimensione, pp.448, euro 18), valuta positivamente il movimento internazionale per il boicottaggio, il disinvestimento e le sanzioni contro Israele (Bds).
Un movimento che, specie dopo l’operazione «Piombo fuso» e la ribadita inefficacia degli strumenti del diritto internazionale di fronte all’impune arroganza del governo israeliano, ha trovato nuovi sostenitori. E di cui spiegano le ragioni, tracciando un paragone con il caso del Sudafrica e spiegando nei suoi tratti essenziali la struttura economica di Israele, Diana Carminati e Alfredo Tradardi in Boicottare Israele: una pratica non violenta (Derive Approdi, pp.132, euro 10). Un testo chiaro e didascalico, utile anche a quanti non ritengono legittimo o efficace il ricorso a questo strumento per risolvere il conflitto israelo-palestinese. O, meglio, per mettere fine all’occupazione israeliana dei territori palestinesi. Perché, come ricordava nel 2005 la giornalista israeliana Amira Hass in Domani andrà peggio (Fusi orari, 2005), e come ribadisce oggi Saree Makdisi in Palestina borderline. Storie di un’occupazione quotidiana (Isbn, pp.228, euro 29), una soluzione passa tra le altre cose da un lato per l’analisi dell’interazione tra lingua e politica, dal momento che, scrive Makdisi, «una semplice scelta lessicale esprime e, cosa più importante, genera effetti politici». E dall’altro per l’attenzione alla «musica di sottofondo dell’occupazione», visto che «la stragrande maggioranza degli scontri giornalieri fra israeliani e palestinesi avviene nei luoghi del quotidiano… dove una visione molto politica, dal linguaggio tecnico e asettico delle procedure amministrative e dei regolamenti burocratici, viene applicata negli uffici governativi, ai posti di blocco e ai checkpoint…».
Per questo, sostiene Saree Makdisi, che coniuga con grande efficacia annotazioni di vita quotidiana «aneddotiche» ma esemplari con solide letture politiche degli avvenimenti degli ultimi decenni (dal processo di Oslo alla Road Map – che «spostò la responsabilità della fine dell’occupazione dall’occupante all’occupato» -, fino al successo di Hamas), anziché rappresentare un caso unico, «Gaza è il prototipo di una forma di confinamento e isolamento che è stata applicata anche alle comunità palestinesi della Cisgiordania».
E su Gaza non poteva mancare di riflettere anche Paola Caridi, autrice nel 2007 di Arabi invisibili. Catalogo ragionato degli arabi che non conosciamo. Quelli che non fanno i terroristi (Feltrinelli). La giornalista di «Lettera22» lo fa brillantemente nel suo Hamas. Che cos’è e cosa vuole il movimento radicale palestinese (Feltrinelli, pp. 288, euro 15), in cui combina il metodo rigoroso imparato da Paolo Spriano negli anni di formazione come storica dei partiti politici con la disinvoltura di stile affinata con la pratica giornalistica. Da qui, la capacità di individuare il legame che unisce episodi apparentemente isolati degli ultimi anni – la vittoria alle elezioni politiche del 25 gennaio 2006, il colpo di mano del giugno 2007 con cui Hamas ha assunto il controllo della Striscia di Gaza, l’operazione «Piombo fuso» – a una storia lunga e articolata. Che comincia formalmente il 9 dicembre del 1987, quando viene fondato lo Harakat al Muqawwama al Islamiyya, Hamas. Ma che «risale a oltre sessant’anni fa, nel suo sviluppo locale, e che data dalla fine degli anni venti, nelle sue radici regionali».
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Un uomo solo

gennaio 20, 2010

di Linnio Accorroni

A dar retta a molta cronaca cinematografica dal lido di Venezia in occasione dell’ultima Biennale Cinema ed al Fazio gongolante dell’ultima puntata di Che tempo che fa questo Un uomo solo (uscito il 15 gennaio) dovrebbe essere davvero un mix di eleganza e raffinatezza, almeno quanto lo era ieri sera nello studio televisivo il suo regista, quel Tom Ford che, da stilista glamour e talentuoso, ha saputo metamorfosarsi nel regista raffinato e ispiratissimo di questa pellicola. Sull’onda delle entusiastiche recensioni dal lido veneziano (Colin Firth il protagonista del film ha vinto anche il Premio Volpi quale miglior attore) quest’estate mi sono riletto, nella vecchia edizione Guanda (oggi è in circolazione una nuova edizioni targata Adelphi) il libro di Christopher Isherwood (1904-1986) da cui è stato tratto, con svariate licenze narrative, il film. Pier Vittorio Tondelli, che era un grande estimatore dell’opera omnia di Isherwood, nutriva soprattutto per questo romanzo una predilezione particolare, le cui tematiche fondamentali – il tema della morte del compagno e l’ impossibilità della rielaborazione del lutto – riaffiorano in maniera evidente anche nel suo Camere separate. Ma Un uomo solo era un libro anche adorato da Grazia Cherchi, critica di rango e di nerbo, tutt’altro che facile agli elogi, ma che nel suo Scompartimento per lettori e taciturni (Feltrinelli, 1997) celebra quest’opera alla stregua di un prezioso capolavoro tout-cort. A single man è del 1964, scritto quando Isherwood aveva 60 anni. È la descrizione, trasparentemente autobiografica, di una giornata del professor George Falconer nel dicembre del 1961 a Los Angeles: sullo sfondo c’è l’incubo della crisi internazionale legata alla Baia dei Porci, un evento che, fatalmente, in quei giorni, trasforma Cuba nel luogo più temuto e disprezzato dall’immaginario, fortemente suggestionabile e plasmabile, della upper class. Ma Castro è solo l’altra faccia della paura e dell’odio verso ogni forma di diversità, verso lo spettro di ogni alterità la cui estraneità – politico, sessuale, razziale, economica – sembra poter minacciare la quiete pacifica dell’alta borghesia californiana anni ‘60, una quiete confortevole e algida, costruita a colpi di drink, barbecue, prati da golf, televisione e supermarket. George è il protagonista incontrastato di questo racconto: professore d’inglese trapiantato in un college della California, sconvolto dalla recente morte per incidente automobilistico del suo giovane compagno Jim. D.F. Wallace diceva che le opere più belle si riconoscono perché sono capaci di far suonare dentro di noi quella sorta di squillo da jackpot di slotmachine.
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