Ahmand e i suoi fratelli indiani ridotti a schiavi per trenta euro al mese

by

Vi riproponiamo un’inchiesta di Alessandro Leogrande uscita sull’Unità; sembra incredibile che queste cose accadano nel nostro paese e per mano di nostri connazionali brava gente. Leggete dunque per credere.

di Alessandro Leogrande

Il grave sfruttamento lavorativo lambisce sempre più marcatamente il lavoro migrante in Italia, come denuncia l’associazione «On the Road» (una delle organizzazioni del Cnca, il Coordinamento nazionale comunità di accoglienza) che tra Marche, Abruzzo e Molise ha seguito i casi di 37 uomini e 4 donne cui è stata concessa la protezione sociale garantita dall’art. 18 del Testo unico sull’immigrazione.

Oggi, come segnalato dal capo della squadra mobile di Roma Vittorio Rizzi, i programmi di protezione sociale che hanno permesso di liberare migliaia di vittime di tratta a fine sessuale o lavorativa, sono in vertiginoso calo. Eppure storie come quelle intercettate ogni giorno da decine di associazioni simili a «On the Road» suggeriscono che quei programmi andrebbero capillarmente estesi. Includendo, appunto, una vasta gamma di casi che vanno dall’ ipersfruttamento delle braccia alla riduzione in schiavitù vera e propria.
Per capire di cosa stiamo parlando, raccontiamo una storia accaduta a Carsoli, un paesino in provincia di L’Aquila. Nell’aprile del 2007 Ahmad e altri 15 operai indiani iniziano a lavorare presso una ditta di gessi e stucchi. Vengono dalle province di Calcutta, Kanpur e da altre regioni dell’India. Non conoscono una sola parola d’italiano. Ahmad, che ha 25 anni e per tutta la vita ha fatto il contadino, è stato contattato nel suo villaggio da un intermediario che gli ha promesso un lavoro da mille euro al mese in Europa. Così, fa una colletta tra i conoscenti, ipoteca il terreno della sua famiglia e dà al «caporale» 6.000 euro per coprire le spese del viaggio, il rilascio del visto e la ricerca del «posto di lavoro». Formalmente tutti e 16 vengono assunti comelavoratori distaccati da un ditta con sede a Dubai, che si scoprirà essere intestata a un parente del loro datore di lavoro. Ma nel paese arabo non metteranno mai piede.

Ahmad e gli altri 15 sono portati direttamente a Carsoli dall’intermediario, e lì le condizioni di lavoro sono lontane anni-luce da quelle promesse prima del viaggio. Sono costretti a lavorare 10 ore al giorno, compresi il sabato e quasi sempre anche la domenica, costantemente sotto la sorveglianza del loro intermediario, che diventa il loro «caposquadra» e di un altro caporale rumeno che si aggiunge al loro controllo. I contatti con i pochi italiani che lavorano nella stessa azienda sono praticamente ridotti a zero. Sulla porta del «loro» bagno c’è scritto: «Divieto di ingresso per gli indiani». Per tutto il giorno gli indiani sembrano essere concentrati in un sotto-mondo lavorativo. Sotto – mondo che si protrae anche oltre l’orario di lavoro. Vivono tutti in due stanze, all’interno della stessa fabbrica – 13 nella più grande, 3 nella più piccola – e non hanno diritto alle chiavi dal cancello esterno. Possono uscire dal ghetto- fabbrica-dormitorio solo la domenica pomeriggio, e di norma sotto la sorveglianza del caposquadra. Non possono fare la spesa: ogni due settimane è il padrone a rifornirli di riso e lenticchie, quando vanno a male sono costretti a mangiare il cibo avariato. In tali condizioni, i mille euro al mese restano un miraggio. Ahmad e gli altri percepiscono meno che briciole. 30 euro a testa per il mese di aprile, 97 a maggio, 150 a luglio… Come monito per tutti, i cinque tra loro che protestano vengono immediatamente rispediti in India.

Ahmad è l’unico che conosce l’inglese. Così un giorno trova il coraggio di scrivere una lettera di denuncia alla Cisl. Il sindacato avvisa la polizia che a sua volta «chiama On the Road». Michela Manente, legale dell’associazione, riesce finalmente una domenica pomeriggio a incontrare gli indiani, eludendo la sorveglianza. Parte la denuncia, e il loro incubo finisce. A due anni di distanza, dopo aver usufruito del programma di protezione, ora lavorano tutti al Nord regolarmente. Più accidentata è stata invece la via giudiziaria. La Procura antimafia di L’Aquila non ha ravvisato nelle denunce degli indiani il reato di riduzione in schiavitù, assegnando il fascicolo alla Procura di Avezzano che ha invece individuato i possibili reati di falso ideologico, violenza privata ed estorsione. Nel dicembre del 2008 c’è stato l’incidente probatorio, ma a un anno di distanza non c’è ancora ombra del rinvio a giudizio. Parallelamente è stata avviata un’azione civile per ottenere il risarcimento dei danni. Di casi come questi gli operatori di «On the Road» ne intercettano parecchi: pakistani, egiziani, cinesi, rumeni, marocchini. Se da una parte, con il nuovo governo, sembrano restringersi le possibilità di accedere alla protezione sociale, dall’altra manca ancora una legge che definisca il reato di grave sfruttamento lavorativo. Così, tutte quelle volte in cui, come per gli indiani, la Dda decide di non interpretare in maniera estensiva la riduzione in schiavitù, e quella particolare di «soggezione continuativa» di cui parla il nostro codice penale, i processi rischiano di sgonfiarsi.

Annunci

Tag: , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: