aNobii: la rivoluzione viene dai lettori?

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Questo pezzo è uscito sul Fatto Quotidiano il 3 gennaio.

di Nicola Lagioia

«I Miserabili: titanico e geniale polpettone della letteratura moderna. Mostra i segni del tempo ma il Tempo non avrebbe proceduto sugli umani come ha fatto se il suo autore («un pazzo che si credeva Victor Hugo», lo definì Cocteau) non lo avesse scritto».
Questo sofisticato giudizio su uno dei romanzi più importanti del XIX secolo non è opera di uno scrittore, né di un critico, e nemmeno di un giornalista culturale. Si tratta di una delle tante recensioni che vi compariranno sullo schermo del computer alla voce I Miserabili collegandovi ad aNobii, il maggior social network letterario presente sulla piazza. Con un catalogo di quindici milioni di titoli e un’utenza che viaggia verso il milione di unità, questa sorta di Cafè le Procope del web 2.0 ha creato in poco tempo la più vasta e febbrile comunità di lettori che si sia mai data appuntamento in un luogo. Fondata a Hong Kong nell’agosto del 2005, la comunità telematica che prende il nome dal tarlo della carta si è espansa rapidamente, dischiudendo ai fanatici della lettura scenari che solo la Rete può rendere reali: riuscire a entrare in contatto nello spazio di un clic con chi ama (o odia, o semplicemente possiede) il libro che ci interessa, scambiare idee con lui o lei, esplorare – puro voyeurismo a fin di bene – la sua libreria seguendo commenti e voti dati a ogni volume (da una a quattro stellette), quindi magari trarre ispirazione per il prossimo libro da acquistare, leggere e segnalare a propria volta on line.
A chi scrive è ad esempio capitata la seguente avventura: considerando un mezzo bluff Nicolai Lilin, l’autore di Educazione siberiana, storia autobiografica di un giovane che cresce tra i criminali della Transnistria prima di trasferirsi nel cuneese come tatuatore e saltuario frequentatore di casa Pound a Roma, ho cercato il suo libro su aNobii sperando in molte stroncature. Ho trovato al contrario parecchi giudizi positivi, ma tra le stroncature ce n’era una che mi ha subito conquistato. Il titolo che precedeva la puntigliosa demolizione dell’opera di Lilin, a firma EnzoB («Sono un uomo di mondo, ho fatto il militare a Cuneo – Nicolai Lilin: educato male»), era una presa in giro che sintetizzava molto bene la velleità del libro. Ho pensato che questo EnzoB doveva essere un mezzo genio, e mi sono lanciato nell’esplorazione della sua libreria. Vi ho trovato la stroncatura di un clone di Millennium («Stieg Larsson è morto, fatevene una ragione»), un elogio sperticato del bellissimo Suttree di Cormac McCarthy, fino a quando (dopo altre stellette e commenti che facevano guadagnare sempre più a EnzoB la mia fiducia) ho pescato la recensione del libro che da mesi sapevo inconsapevolmente di voler leggere: Il fabbricante di eco di Richard Powers. E poiché la recensione di EnzoB superava – per passione e competenza – tutti i pezzi su carta che avevo letto sull’ultimo Powers, a un certo punto ho spento il computer e sono andato finalmente a comprare il romanzo. Grazie aNobii, e grazie EnzoB.

La cosa più sorprendente di aNobii (le cui 600 recensioni più popolari sono state raccolte da poco su volume per Rizzoli) non è tuttavia la qualità degli interventi, ma il fatto che la maggior parte di questi provenga dall’Italia. Tra gli oltre cinquantacinque paesi che compongono la comunità virtuale, il nostro è il più rappresentato. Madame Bovary, che per esempio su anobii-Francia conta appena 30 lettori, è finita nelle librerie di ben 6800 anobiiani d’Italia. E Pastorale americana? Mentre i connazionali di Roth che lo hanno inserito nella bacheca virtuale sono 39, i lettori di casa nostra ammontano provvisoriamente a 3063. Per non parlare dei best seller (La solitudine dei numeri primi, recensita e discussa da oltre diecimila utenti) e del fatto che sono italiani i gruppi di lettura più vitali, e le più attive costellazioni di forum che fanno capo al social network. È vero che altri social network letterari – come il meno sofisticato LibraryThing – in un paese come gli Stati Uniti sono più usati di aNobii, ma gli anobiiani della penisola hanno numeri e vitalità in grado di gareggiare ad armi pari con gli States, e di surclassare i lettori di ogni altro paese. Il che ha del miracoloso, tenuto conto che l’Italia non brilla per numero di lettori, ha una popolazione pari a un quinto di quella degli Stati Uniti, e soprattutto tra le nazioni del primo mondo è molto indietro in fatto d’informatica. A che imputare questo successo?
Mi sono immerso tra le pagine del social network alla ricerca di una spiegazione, fino a quando di spiegazioni me ne sono venute in mente addirittura due. Uno: in un paese come il nostro, che ha visto negli ultimi anni la cultura sempre più oggetto di disprezzo (vedi le sorti della ricerca, o le esternazioni dei vari Brunetta), trovare un luogo in cui poter condividere questa passione è quanto meno rivitalizzante. Due: i lettori italiani si fidano sempre meno dei loro tradizionali mediatori culturali. Ho assistito a molti dibattiti in cui i soloni delle nostre lettere rimestavano fino alla morte Adorno, Horkheimer e Andy Warhol per giustificare storicamente concetti quali la «morte della critica militante». Mai uno però che provasse a fare meaculpa sollevando il velo sulla natura di tante recensioni professionali: pezzi scritti spesso in batteria, prevedibili, mancanti di passione o in trasparenza servili o astiosi o stiticamente entusiasti quando non inutilmente cervellotici, il cui vero destinatario non è mai il lettore ma altri addetti ai lavori («e allora perché non ricorrere alle mail collettive invece che a un quotidiano nazionale?» mi sono spesso domandato).
I commentatori italiani di aNobii, al contrario – troppo numerosi per non rompere il recinto di intellettuali, scrittori e aspiranti tali in cui spesso sono chiusi anche i lit blog – sono lettori accaniti e disinteressati, e mostrano di avere attraversato l’intera esperienza di un libro: hanno speso soldi per acquistarlo, e tempo per leggerlo, lo hanno davvero amato o detestato, e spesso con competenza e senza inutili puzze sotto al naso restituiscono una passione e un’intelligenza che risultano contagiose. Motivo per cui preferiscono consigliarsi i libri tra di loro piuttosto che aspettare l’ennesima recensione capace di accostarsi a un libro come a un topo morto. Forse, per una volta, i soloni di cui sopra potrebbero mettersi in discussione davanti a un’esperienza come questa. A meno che non preferiscano morire comodamente sotto il crollo delle torri d’avorio e di risentimento dentro cui si addormentano ogni sera.

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22 Risposte to “aNobii: la rivoluzione viene dai lettori?”

  1. phoebe Says:

    Adoro leggere ed adoro Anobii. 🙂

  2. Mimi Says:

    EnzoB è grandioso.

  3. elisuia Says:

    È strano, perché anche io, proprio oggi, ho pensato la stessa cosa: per curiosità cercavo recensioni su un libro che reputavo mediocre, leggendo solo lodi e lodi. Non è rivoluzione, ma in un certo senso è libertà: sono nessuno e posso dire quello che voglio.

  4. Isabella Mattazzi Says:

    Mah, che in aNobii si nasconda tutto questo popolo di critici geniali e misconosciuti mi fa un po’ pensare al solito discorso, cavallo di battaglia di tutti i velleitari della letteratura sconfitti dal sistema: “da qualche parte in questo mondo c’è un Mozart che tiene nascoste le sue partiture migliori nei cassetti più riposti di una farmacia-salumeria-tabaccheria di provincia”. Ora, io al farmacista genio credo assai poco, così come credo assai poco ad aNobii come strumento di reale utilità per la critica letteraria. Per un signor enzob dalle trovate spiritose (e se per questo ce ne sono a millanta anche senza andare su anobii, io ho un amico avvocato ad esempio che fa poesie bellissime…) si trova una marea, ma veramente una marea di commenti più o meno declinati sul genere “è bello, non è bello, mi piace, non mi piace la storia, questo personaggio sì che è figo” variamente posti e infiocchettati a seconda del tipo di velleità stilistiche dell’utente. Ora, questo va benissimo per la diffusione della cultura in generale; c’è tutto un popolo di lettori (insegnanti, bibliotecari, sindacalisti…) che compongono di fatto il bacino di utenza più importante dell’editoria italiana e che sicuramente potrebbero avere bisogno (per sentirsi più o meno vivi e vitali) di scambi di questo tipo con altri utenti. Il problema è non scambiare questa forma di dilettantismo letterario per una possibile via per salvare la critica oggi. Non è un caso infatti che la maggioranza (direi praticamente tutti) di chi “lavora” con la cultura non segua per nulla aNobii, e non è per snobismo, ma semplicemente perché innanzitutto rappresenta una perdita di tempo impossibile da mettere in bilancio (nel momento in cui devi scrivere due saggi, un libro, hai tre traduzioni da fare e un articolo da mandare per il giorno dopo ad un giornale, il tempo libero che ti resta da dedicare alla rete lo impieghi in cose e luoghi dove sai più o meno per certo di trovare un buon polso della situazione culturale italiana) e poi perché realmente non offre nulla di nuovo, nulla che possa far avanzare il dibattito critico di un millimetro. Chissenefrega che “I Miserabili” siano stati definiti dal Signor Enzob :”titanico e geniale polpettone della letteratura moderna”. Mi dice qualcosa di nuovo che già non sapevo ? è un’apertura inaspettata verso un percorso di echi e di rimandi che non mi si era mai aperto prima d’ora con questa chiarezza? è “critica” questa?
    Che la critica poi sui giornali, in università, nelle case editrici sia troppo spesso vittima delle consorterie e dei giochi di potere, del parlarsi addosso, delle polemiche gratuite è un dato assolutamente vero e triste; ma per favore, per salvarla da tutto questo, non usiamo il signor enzob o qualche farmacista mozartiano della provincia lombarda.

  5. Mauro Says:

    …anche se il pezzo, in realtà, dice un’altra cosa. E cioè: visto che i lettori (i lettori che spendono i soldi per i libri, e leggono per passione e non per professione) percepiscono la natura stantìa e marchettara di certa critica, preferiscono consigliarsi tra di loro i libri da comprare su un sito anziché leggere una recensione per esempio su “Alias”. Il che mi sembra innegabile (e cioè che la critica sia ormai quasi inascoltata).

    Ovvio che anobii non sostituisce la critica. Colma però un vuoto (quello del lettore non professionista che deve andare a comprarsi un libro e non vuole prendersi un bidone e sprecare i soldi).

  6. Isabella Mattazzi Says:

    Mauro, io nel pezzo di Lagioia ho letto invece un attacco più o meno dichiarato a chi critico lo è di mestiere e lavora nei giornali o nei luoghi deputati a commentare delle opere letterarie. Ti assicuro che questo non fa assolutamente bene (tanto quanto le polemichette gratuite, le lisciate e controlisciate sui giornali…) allo stato già così sinistrato della critica. Dare l’illusione di una rivoluzione letteraria “dal basso” è pura demagogia, dare la dignità di critici (nel senso di persone deputate a restituire il polso della situaione editoriale italiana) a chi non ha gli strumenti per farlo (perché non è il suo mestiere; sarebbe come chiedere a un elettricista di andare a lavorare in un ristorante solo perché si diletta di cucina a casa la sera con sua moglie). Tanto chi fa le marchette continuerà a farle, e chi non le fa continuerà a non farle.

  7. Isabella Mattazzi Says:

    scusate, mi ero persa un pezzo…

    Mauro, io nel pezzo di Lagioia ho letto invece un attacco più o meno dichiarato a chi critico lo è di mestiere e lavora nei giornali o nei luoghi deputati a commentare delle opere letterarie. Ti assicuro che questo non fa assolutamente bene (tanto quanto le polemichette gratuite, le lisciate e controlisciate sui giornali…) allo stato già così sinistrato della critica. Dare l’illusione di una rivoluzione letteraria “dal basso” è pura demagogia, dare la dignità di critici (nel senso di persone deputate a restituire il polso della situazione editoriale italiana) a chi non ha gli strumenti per farlo (perché non è il suo mestiere; sarebbe come chiedere a un elettricista di andare a lavorare in un ristorante solo perché si diletta di cucina a casa la sera con sua moglie) non costituisce assolutamente, a mio avviso una valida soluzione al problema. Tanto chi fa le marchette continuerà a farle, e chi non le fa continuerà a non farle.

  8. Mauro Says:

    …o al contrario uno scossone ai critici per dirgli: “ribellatevi e tornate a essere liberi! basta con le marchette. basta con lo scarso etusiasmo e la mancanza di passione, prendete – voi che avete più strumenti – esempio dalla passione altrui, e tornate a fare in modo vitale il vostro ruolo!”
    Insomma, si bistrattano tanto gli attori, drammaturghi, scrittori, editori e così via. E per una volta mi sembra giusto dare uno scossone a chi, ormai proprio per professione esistenziale, non è più disposto a mettersi in discussione.
    Nelle interviste, nei pezzi:ho sentito e letto di un sacco di artisti che si mettevano in discussione, si chiedevano se avevano sbagliato, tornavano sui propri passi o difendevano anche prevedibilmente con orgoglio il proprio operato.
    Niente di questo da un critico. Un motivo ci sarà… Svegliatevi: non è sperando nel rinnovo del contratto all’università o nell’elogio del caposervizio che avrete speranza di tornare in vita. Tornate in vita e basta!

  9. igor traboni Says:

    Magari basterebbero dei critici che non si limitassero a recensire i libri solo dopo aver dato un’occhiata alla quarta di copertina, o aver letto altri commenti da internet. E lo dico da ultimo dei recensori…

  10. Laura Says:

    Anobii mi piace, anche se le vecchie recensioni mantengono per me u valore.
    Anobii mi aiuta per dare la spallata decisiva quando non so se leggere o meno un libro.
    Mi è capitato di recente con un libro straordinario, ‘Una parte del tutto’ di Steve Toltz.
    Un libro entusiasmante, passato in sordina, aparte, a onor del vero un arecensione su ‘Tuttolibri’.
    Ho letto le recesnioni su Anobbi, che mi hanno convinta, e cosi’ ho letto questo libro meraviglioso, che mi pare sia stato poco filato, pur essendo un Einaudi Stile Libero.

  11. chik67 Says:

    Non chiamiamo “critica” le recensioni; sono cose diverse. La qualità delle recensioni che compaiono sui giornali, ahimé, non è tanto più alta di quella di Anobii, se prendiamo come campione tutti i giornali (leggete le recensioni sui quotidiani di provincia, sui giornali femminili o di gossip, sulle pagine culturali dei settimanali se ne avete il fegato).
    La critica si fa altrove ed è un lavoro serio.
    Anobii, se lo si vuol percepire come movimento “rivoluzionario dal basso” punta un dito verso (contro) il mondo mediocre delle recensioni, non verso il lavoro dei critici.

  12. Luca Ghezzani Says:

    Buon giorno a tutti gli amici, vicini e lontani.
    Vorrei intervenire a gamba tesa e da dietro con due domande secche:
    se il w.w.w. è il luogo non luogo della condivisione delle idee, delle informazioni, si può dire che esso rappresenta e veicola la democratizzazione del sapere, delle conoscenze, delle idee?
    Se così, è davvero un male non avere punti di riferimenti riconosciuti come tali solo da sè stessi?

  13. carlo mazza galanti Says:

    Buongiorno. Seguo la pista aperta da Luca Ghezzani.
    Secondo me il problema dei “mediatori”, della crisi della critica, e insomma della letteratura è del tutto secondario di fronte alle questioni che un sito come aNobii, insieme a mille altri, solleva. La letteratura è solo una, e probabilmente neanche la più importante, delle realtà che sono state assorbite e centrifugate da internet e dal fenomeno del social network. Tutto, davvero tutto, è diventato in internet un pretesto (non trovo parola migliore) per qualcos’altro che andrebbe osservato con attenzione senza lasciarsi ingannare dai contenuti manifesti e cercando di capire quello che sta sotto. Il modello è sempre lo stesso. Fare gruppi, cercare somiglianze di gusto, esprimere il proprio parere in ogni ambito, raccogliere informazioni su qualsiasi minuzia, dare un voto a qualsiasi cosa, miniaturizzare il suffragio fino a renderlo un impalpabile chiacchiericcio, costruire reti su reti sempre più capillari, community su community ossessivamente dettagliate, specializzare le relazioni fino a istituire parentele (virtuali) basate sulla minima sfumatura, mantenere un continuo, insonne “contatto” con gli altri.
    A me viene da pensare, e con molta diffidenza, a queste cose quando mi trovo davanti a un sito con aNobii (che pure resta interessante sotto molti aspetti), non allo stato della critica, che è un problema, ma che non credo dipenda direttamente da internet né che da internet possa venire risolto.

  14. Eva Says:

    No. Internet non è una soluzione al problema, ma rappresenta spesso un modo di colmare le lacune lasciate da un sistema culturale (e non mi riferisco al solo lavoro dei critici) a volte troppo attorcigliato su se stesso e incapace di uscire dai suoi schemi. Non si tratta “di dare la dignità di critici” a chi non ha strumenti per farlo (ma chi lo stabilisce, poi?); si tratta piuttosto di invitare il mondo della critica a farsi un esame di coscienza e a chiedersi perché il lettore preferisca affidarsi al giudizio del suo “vicino di casa” piuttosto che ai consigli di qualche “esperto del settore”. La critica ha il dovere di interrogarsi sulle origini di questo fenomeno e di impegnarsi a porvi rimedio. Questo non significa affatto banalizzare il proprio ruolo, ma ricercare nuove forme per rivitalizzarlo e renderlo fruibile a tutti, e non ai pochi, soliti noti. Non è il ruolo della critica ad essere sotto accusa, ma il modo in cui essa viene spesso interpretata e realizzata ( ha ragione Lagioia quando dice che ci sono recensioni capaci “di accostarsi ad un libro come a un topo morto”).
    Il rischio è grosso: snobbato dalla critica (troppo spesso autoreferenziale) e incapace di comprenderne i meccanismi, il pubblico è lasciato a se stesso, con tutti i pro e i contro della situazione.
    Un cordiale saluto a tutti,
    Eva

  15. Luca Ghezzani Says:

    [Quote]
    Il modello è sempre lo stesso. Fare gruppi, cercare somiglianze di gusto, esprimere il proprio parere in ogni ambito, raccogliere informazioni su qualsiasi minuzia, dare un voto a qualsiasi cosa…
    costruire reti su reti sempre più capillari, community su community ossessivamente dettagliate…
    [Quote\]
    Il modello è l’associazionismo, la base della democrazia, così detta partecipativa: il formarsi di un gruppo, più o meno omogeneo, consente una dialettica interna, soprattutto tra giovani, che fonda la partecipazione attiva ad una collettività. Dalla dialettica interna ad una collettività emerge sempre una posizione comune che si potrà confrontare dialetticamente con altre posizioni…e così via.
    La catalogazione, la schematizzazione sono elementi imprescindibili della struttura della conoscenza scientifica: un tentativo del tutto umano di mettere ordine alla caoticità dell’esistente, di contrastare l’entropia dell’universo.
    Non mi sento di condannare questi due fenomeni in modo aprioristico.

    [Quote]
    si tratta piuttosto di invitare il mondo della critica a farsi un esame di coscienza e a chiedersi perché il lettore preferisca affidarsi al giudizio del suo “vicino di casa” piuttosto che ai consigli di qualche “esperto del settore”. La critica ha il dovere di interrogarsi sulle origini di questo fenomeno e di impegnarsi a porvi rimedio.
    [Quote\]
    Credo che si possa ben dire che ogni “prodotto culturale” sia di per sé una sovrastruttura: sia esso un racconto, un romanzo, una foto, un film, una poesia, una canzone…una recensione è anch’essa un “prodotto culturale”.

    Ne derivano non meno di due conseguenze: l’elaborazione formale e contenutistica di ogni prodotto culturale rispecchia le categorie mentali di chi lo “produce” e di chi lo “consuma”; i “prodotti culturali” sono in competizione tra loro sul terreno delle libertà individuali; non è detto che chi scrive “di pancia” abbia più ragione o sia migliore o più eticamente accettabile di chi scrive essendo dotato di più intellettualismo; il w.w.w. rappresenta l’ennesimo strappo nel cielo di cartapesta del teatrino della vita.

  16. Eva Says:

    “non è detto che chi scrive “di pancia” abbia più ragione o sia migliore o più eticamente accettabile di chi scrive essendo dotato di più intellettualismo”. Concordo perfettamente, ma trovo vero anche il contrario.

  17. silvia costantino Says:

    Risposta veloce, stringata e molto cretina al dibattito di cui sopra:
    io studio lettere, da grande voglio fare la critica letteraria, ho conseguito la triennale con Luperini e adoro anobii. Come la mettiamo? 🙂

    Bellissimo pezzo.

  18. Eva Says:

    Per Silvia Costantino.
    Non volevo offendere l’intelligenza di coloro che intervengono, ripetendo quanto già esplicitato nel mio post di ieri.
    Quanto al Suo “commento”, penso che nei Suoi studi dovrebbero averLe già insegnato ad argomentare in modo sufficiente ogni sua affermazione; dato che in questo caso non è avvenuto, devo immaginare che si tratti di un insegnamento previsto solo nella specialistica che si appresta ad iniziare. In ogni caso, mancandomi ogni punto di riferimento, non potrò darmi neanche la pena di risponderLe.
    Le faccio comunque i miei migliori auguri per un radioso futuro di critica: ha tutte le carte in regola per realizzarlo.
    Sempre molto cordialmente,
    Eva

  19. Luca Ghezzani Says:

    [Quote]
    ma trovo vero anche il contrario.
    [Quote\]
    …chiedo venia: ho dimenticato di aggiungere”…e viceversa”!

  20. silvia costantino Says:

    Gentile Eva,
    Le chiedo scusa, sto per irritarLa un’altra volta specificando che no, non mi stavo affatto rivolgendo a Lei nello specifico (anche perché sono d’accordo con Lei, quindi nel caso Le avessi voluto rispondere avrei usato solo un ancora più apodittico “concordo”), e dunque non vedo il senso della sua decisamente nervosa risposta.
    Detto questo, passerò all’argomentazione, anche se, come da premessa, il mio commento/intervento voleva soltanto essere qualcosa di “veloce, stringato e molto cretino”.
    1)la laurea in lettere moderne, associata al nome del prof, stava a significare che tendo a vivere principalmente in un ambiente accademico dove già la letteratura contemporanea pubblicata dai big si affaccia a stento, per non parlare di quella che esce con i piccoli, per tacere del tutto di forme di comunicazione come Anobii.
    2) “adoro Anobii”: no, c’è qualcosa che non torna! Con tutte le premesse di cui sopra, dovrei avere almeno un paio di dubbi al riguardo. è troppo idiosincratico, è troppo un calderone, le stelline per votare – recentemente sono diventate cinque, evviva! -, posso dare un voto uguale a Tolstoij e a Eugenides e nessuno si scandalizza…
    Ecco, volevo dire questo.
    Anobii, e tutte le piattaforme di questo tipo, non potranno mai soppiantare, a mio parere, un vero lavoro critico. Ma, d’altra parte, ha ragione Genna quando dice che è un mondo utile, anche per i critici stessi (e io NON mi metto in questa categoria, cara Eva, proprio perché so bene di avere ancora molto da imparare): per scoprire le tendenze, per trovare nuove, e belle, letture, e per rifiatare un po’ dall’abisso di disperazione in cui getta la convinzione diffusa che “gli italiani non leggono”.
    A volte, con Anobii, mi chiedo quanto questo sia vero.

    Spero di essere stata un po’ più esauriente.
    Cordialmente,
    Silvia C.

  21. Eva Says:

    Esaurientissima. E sì, risposta molto nervosa da parte mia, ne convengo. Non che non mi si possa dare direttamente della “cretina” , ma gradirei almeno sapere perché: la mia irritazione era dovuta a questo. In questo caso me lo dico da sola, visto che ho clamorosamente frainteso il suo messaggio (e comunque il fatto che sia breve non è necessariamente indice di stupidità).
    Quanto al resto, credo di concordare con lei su tutto. Ha ragione quando parla di un mondo accademico in cui la letteratura contemporanea si affaccia a stento (mi è capitato di trovare un corso di letteratura contemporanea, dove “contemporaneo” era Pascoli, e questo perché si continua a perpetuare schemi ormai insufficienti) ed ha ragione quando esprime le sue perplessità su aNobii e dichiara che tutte le piattaforme di questo tipo non potranno mai soppiantare un vero lavoro critico. Rimane il problema di come evitare che il pubblico continui a disertare sistematicamente le sedi più tradizionali del discorso critico a favore di sistemi a volte anche appassionanti, a volte anche molto raffinati e tecnicamente validi, ma comunque esposti ad un grosso rischio. E il rischio in questione è proprio il diffondersi di un’idea della cultura (e non solo della critica) come di un qualcosa di inutile, quando non dannoso (perché non funzionale alla “Produttività”). E il discutibile, ma innegabile, successo dei vari Brunetta ne è la spia.
    Rinnovo i miei auguri perché realizzi le sue aspirazioni: in un Paese in cui è costantemente minata la credibilità dell’Intellettuale, una scelta come la sua è sicuramente coraggiosa.
    Eva

  22. massimiliano Says:

    Credo che si sia perso di vista quello che, a mio avviso, è uno dei nodi centrali del pezzo di Lagioia.
    Al di là della sterile contrapposizione critici “professionisti”/dilettanti anobiani, Lagioia porta alla luce un dato sorprendente: perchè arrivano dall’Italia il maggior numero di commenti su Anobii, perchè un romanzo come Madame Bovary figura in 30 librerie dell’Anobii francese mentre in quello italiano si trova in 6800 librerie virtuali? Qualcosa significheranno queste differenze abissali..
    Inoltre vorrei capire meglio quanto dice Isabella Mattazzi, che mi sembra abbastanza presuntuoso, lei dice questo:

    “Dare l’illusione di una rivoluzione letteraria “dal basso” è pura demagogia, dare la dignità di critici (nel senso di persone deputate a restituire il polso della situazione editoriale italiana) a chi non ha gli strumenti per farlo (perché non è il suo mestiere; sarebbe come chiedere a un elettricista di andare a lavorare in un ristorante solo perché si diletta di cucina a casa la sera con sua moglie) non costituisce assolutamente, a mio avviso una valida soluzione al problema…”

    Ecco, io non capisco dove stia la demagogia nel dire che un lettore comune possa apprezzare maggiormente il giudizio articolato di un lettore come se stesso piuttosto che leggersi le recensioni di qualche critico su Tuttolibri?
    E poi chi sarebbero coloro che restituiscono il “polso dell’editoria italiana”? Quei critici che snobbano una piccola casa editrice per un qualche conoscente o amico? E gli esempi sono diversi..Ora nessuno vuole dare ad Anobii e ai suoi recensori estemporanei la palma di critici ufficiali delle patrie lettere però bisognerebbe mettere da parte un certo atteggiamento elitario e magari dare una letta a questi cosiddetti recensori della domenica.
    P.S. Invito tutti a leggersi alcune delle recensioni del suddetto Enzo B (che oltretutto scrive anche su una rivista online di successo…) e poi dirmi cosa ne pensa..

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