I libri da leggere a vent’anni

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di Carlo Mazza Galanti

Non credo, come ogni tanto qualcuno sostiene, che i libri che hanno più segnato il nostro modo di pensare e di sentire li abbiamo letti prima dei vent’anni. Credo che a vent’anni una persona sia ancora decisamente potenziale, e quindi suscettibile di essere bene o male indirizzata. Ecco perché, nonostante qualche dubbio, il titolo di questa bibliografia selettiva compilata da Nicola Villa e Giulio Vannucci per le Edizioni dell’asino mi sembra tutto sommato giusto.
Qualche dubbio però, perché l’adolescenza nelle società intensamente consumistiche e de-responsabilizzanti come quella in cui viviamo è diventata una stagione interminabile, una dimensione culturale ormai indipendente dalla biologia e dalle tappe che una volta scandivano le diverse fasi della vita. Una debordante, incontenibile ondata di insicurezza e manipolabilità governa l’esistenza di persone sempre più numerose e sempre più avanti negli anni, costrette a mantenersi potenziali (cioè prive di identità) a tempo indeterminato e disponibili a sempre nuove e sempre più effimere esperienze, o meglio pseudo-esperienze.
Se l’invenzione della donna o quella dei figli è stata raccontata e spiegata da storici e studiosi scrupolosi e perspicaci, quella dei giovani è cosa più recente e visibile ma allo stesso tempo più ambigua, controversa e capillare. Credo che bisognerebbe ormai isolare chiaramente il significato della parola giovane da specifiche connotazioni anagrafiche (fenomeno che d’altronde è già in corso nella lingua parlata, dove per distinguere i due concetti spesso si aggiunge ironicamente un seconda “g”) per riferirla ad una dimensione sostanzialmente e generalmente antropologica, qualcosa che forse sfugge persino alle definizione degli istituti di ricerca di mercato e alle griglie dei sondaggisti tanto è diffusa e incontrollata: ggiovane è il concorrente 20enne o 40enne del reality del momento (e tutti quelli di ugualmente varia età che li guardano e che si riconoscono), ggiovane è il mondo televisivo e pubblicitario in generale, ggiovane è chi si iscrive al corso di capoeira e poi a quello di tango e poi a quelli di panificazione, ggiovane è l’ottimismo del premier in bandana, ggiovani sono i gadgets tecnologici che riempiono il presente delle persone, ggiovani sono le alleanze, i legami, gli impegni umani incapaci di serietà e di solidità, e forse ggiovani sono anche i bambini che come gli adulti si muovono mimetizzati nell’anarchia del web, delle nuove tecnologie della comunicazione e del divertimento, precocemente consumatori, esposti e massificati. Tutto insomma tende ad essere oscenamente, incontrollabilmente e sinistramente ggiovane.

Ma giustamente il libro di Villa e Vannucci non si rivolge a questo tipo di gioventù. Anche se la responsabilità della pubblicazione è di due autori ventenni, si tratta di un libro creato in nome di una vocazione seriamente e genuinamente pedagogica, di una vocazione chiaramente adulta. Un vocazione che i due autori hanno in qualche modo preso in delega, e che visto lo stato attuale di diffuso ed egemonico giovanilismo è forse più necessaria di qualsiasi altro intervento di tipo sociale e culturale. Al di là e in conseguenza dell’invasione dei modelli consumistico/giovanilistici, in Italia si è diffuso ormai da tempo uno straordinario peculiare e impenetrabile menefreghismo nei confronti della pedagogia, dell’educazione, della formazione (surrogate dalla formazione permanente, dagli stages e da altri succedanei tecnico-aziendali), insomma del futuro dei giovani (anagrafici). Ugualmente immersa nella montante paccottiglia mediatica e nel bulimico banchetto consumistico come l’Italia, la Francia, dove ho vissuto abbastanza a lungo, mi pare che conservi ancora un residuo di preoccupazione per il destino delle persone più giovani, un principio che da noi è così assente che neanche ci rendiamo conto della sua mancanza, almeno fino a quando non ci spostiamo in un paese più civile. Il fatto banale e indiscutibile che le persone più titolate e potenti abbiano, tra le loro priorità, quella di occuparsi del futuro delle persone che ancora non dispongono degli strumenti necessari ad imporsi e riuscire nel loro campo, è qualcosa che sfugge quasi completamente agli orizzonti professionali ed esistenziali dei nostri universitari, politici, datori di lavoro, ecc. La maturazione, l’apprendistato, la crescita in Italia sono un miracolo artificiale: come la frutta viene gonfiata con il gas nelle stive delle navi, così la gente avanza nella società in maniera viziosa e discontinua, adulando e intrallazzando, o casualmente.
La mancanza di cura nei confronti dei giovani è una malattia endemica almeno quanto (e probabilmente tra le due cose c’è un rapporto ben preciso) la adolescenzializzazione dell’essere umano. Una società che «mira a rimpicciolire gli adulti e a mutarli di nuovo in bambini» (rubo questa frase alla sinossi di Ferdydurke, il capolavoro di Gombrowicz inserito giustamente nella bibliografia del libro dedicata ai testi letterari) logicamente non ha poi nessun interesse a occuparsi della sorte e della crescita dei suoi eterni e compiacenti ragazzi.
Villa e Vannucci sono dei ventenni, e credo che nessun ventenne potrebbe oggi vantare un conoscenza così vasta e comprensiva quale quella suggerita dal libro. Uno dei principi di questo testo, credo, è il seguente: siccome gli adulti non sono più in grado o disposti a occuparsi dei giovani, allora i giovani devono darsi da fare da soli, autogestirsi, trovare da sé gli strumenti necessari. Ma dietro i nomi dei due giovani autori si indovina facilmente il profilo di Goffredo Fofi e della rivista Lo Straniero. Forse questa presenza non è stata abbastanza chiaramente denunciata (la lista conclusiva dei partecipanti mi pare tuttavia eloquente), se Villa e Vannucci sono stati trattati con una certa freddezza a Fahrenheit da Loredana Lipperini, la quale pretendeva da parte loro una maggiore padronanza del materiale trattato nel libro, una maggiore autorialità e assunzione di responsabilità rispetto alla presentazione introduttiva di una «guida alla lettura pensata da giovani per giovani». Insieme ai duetitolari hanno realizzato questo libro numerosi meno-giovani o non-più-giovani, alcuni dei quali, come Alessandro Leogrande e Nicola Lagioia, anche redattori di questo blog.
Una simile dimensione collettiva, lungi dallo sminuire il valore del libro, mi pare al contrario aumentarlo e prolungare il principio dell’autogestione dei giovani in quello, complementare e necessario, della ricerca di un gruppo solido di riferimento, di figure autorevoli e soprattutto di una continuità intergenerazionale non basata sull’omologante comunanza dei consumi ma su un confronto creativo tra diverse stagioni della vita: insomma tutto ciò che manca dolorosamente alla nostra società frammentata, parcellizzata e dissipante.
L’idea e la realizzazione del libro è in questo senso del tutto fofiana e la mappatura dello scibile che questa raccolta di bibliografie propone è ugualmente attribuibile all’influenza del direttore dello Straniero: l’immagine di un sapere umanisticamente enciclopedico e interdisciplinare, attento alle minoranze, ai problemi sociali, a questioni, come dicono gli autori nell’introduzione, «prima ancora etiche e culturali che politiche», tutto questo fa certamente parte di un modo di fare e pensare che Fofi è impegnato a diffondere ormai da qualche decennio attraverso numerose iniziative e con un’attenzione costante rivolta ai giovani e all’attività pedagogica. Indipendentemente dalle singole scelte e dalle numerose inevitabili esclusioni, credo insomma che questo libro, soprattutto la sua impostazione generale e ancor più l’idea che una simile operazione culturale rappresenta, possa tornare utile a tutti: ai giovani, ai non-più-giovani e ai milioni di ggiovani impotenti e smarriti davanti al miscuglio di illusioni a buon mercato e delusioni sostanziali nel quale sono (siamo) costretti a riconoscersi. E magari, nel suo piccolo, a favorire un risveglio pedagogico a livello di coscienza collettiva senza il quale il giovanilismo consumistico e televisivo che abbiamo sotto gli occhi non potrà che peggiorare ulteriormente.

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