Seminario sui luoghi comuni

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1. Il viale per lo struscio

di Francesco Pacifico

Comincio oggi una rubrica sulla scrittura, come continuazione in pubblico di una attività privata: interrogare i grandi della letteratura, andare da loro a chiedere «cos’è un protagonista? cos’è un viale? cos’è una comparsa? cos’è un albergo?»

I grandi scrittori di altre epoche ci consegnano un patrimonio il cui valore va perfino al di là delle loro intenzioni: hanno indovinato l’ordine in cui riferire ciò che vedevano, il criterio per selezionare le loro esperienze, ma ci danno, senza volerlo, molto di più: col passare dei decenni i dettagli dell’esperienza cambiano radicalmente, e ciò che leggiamo – pastrano, fiacre, la dote, corsetto – diventa spesso inutilizzabile. Cosa possiamo mettere al posto di pastrano, fiacre, la dote, corsetto? Cosa c’è da dire, adesso, qui, al posto di quel che ha detto Gogol’ a Pietroburgo nell’Ottocento, Gadda in Brianza sotto il fascismo, Arbasino su autostrade appena aperte, in decappottabile? E queste sostituzioni inevitabili non trasformano per intero il paesaggio di un paragrafo, esigendo e suscitando ritmi e sentimenti diversi? Cos’è una ragazza il cui ragazzo non vuole sposarsi, oggi, rispetto alla Roma degli anni Sessanta o alla Pietroburgo di metà Ottocento?

Ogni martedì posterò un brano, e chi vuole potrà rifare la propria versione, sostituendo, stravolgendo, rubando ai ricchi per dare ai poveri, cioè noi: prendere questi brani e riscriverli da capo, tentando di sostituire ciò che valeva per lo scrittore che riporto con ciò che vale per chi legge. La Prospettiva Nevskij con Piazza San Babila, una pensione in Brianza con un ostello di Praga o un agriturismo in Umbria o un albergo di suore a Roma.
Parto con il mio incipit preferito, quello del racconto di Gogol’ «La Prospettiva Nevskij».
Guardate quanti particolari ci ha messo, quanto tempo ha perso – e ho citato solo una parte dei lunghi paragrafi con cui Gogol ci porta nella storia.
Dicevo prima: bisogna sostituire le cose che non esistono più con quelle che le hanno sostituite. È difficile pensare che oggi un viale contenga la stessa quantità di eventi di questa Prospettiva Nevskij. Le signore, i gagà, gli istitutori, i ministeriali e le vecchie in pellicciotto probabilmente oggi frequentano ognuno una sua zona della città. Però se uno va a via del Corso, a Roma, dalle parti di piazza Colonna, magari può trovare gli autisti dei sottosegretari e le cartomanti della Galleria Alberto Sordi e qualche americana in infradito e cominciare da lì.

Da I racconti di Pietroburgo
di Nikolaj Gogol’

Non c’è niente di meglio della Prospettiva Nevskij, almeno a Pietroburgo, dove essa è tutto. Di che cosa non brilla questa strada, meraviglia della nostra capitale! So con certezza che non uno dei suoi pallidi e impiegatizi abitanti cambierebbe la Prospettiva Nevskij con tutti i beni della terra. Non solamente chi ha venticinque anni d’età, magnifici baffi e un soprabito dal taglio perfetto, ma anche chi si vede già spuntare sul mento i peli bianchi e ha la testa liscia come un piatto d’argento, va in estasi davanti alla Prospettiva Nevskij. E le signore! Oh, per le signore la Prospettiva Nevskij è qualcosa di ancora più piacevole. E per chi del resto non è piacevole? Non appena imbocchi la Prospettiva Nevskij, non senti altro che odore di passeggio. Anche se hai un affare importante e improrogabile da sbrigare, ecco che, dopo aver messo piede qui, te ne dimentichi subito. Questo è l’unico luogo dove la gente non si fa vedere perchè spinta dal bisogno e dall’interesse che coinvolgono l’intera Pietroburgo.
(…)
Quale veloce fantasmagoria si svolge qui nel corso d’una giornata! Quanti mutamenti in sole ventiquattr’ore! Cominceremo dal primissimo mattino, quando tutta Pietroburgo odora di panini ancor caldi, appena sfornati, ed è invasa da vecchie in abiti e pellicciotti laceri che compiono le loro incursioni nelle chiese e contro i passanti pietosi. Allora la Prospettiva Nevskij è vuota: i solidi proprietari dei negozi e i loro commessi dormono ancora nelle loro camicie di tela d’Olanda oppure insaponano le loro nobili guance e bevono il caffè; i mendicanti si radunano davanti alle porte delle pasticcerie, dove un garzone sonnolento, che il giorno prima svolazzava come una mosca servendo la cioccolata, adesso esce furtivo, senza cravatta, con una scopa in mano, e butta loro dei pasticcini raffermi e altri avanzi di cibo. Per le vie si trascina gente povera; talvolta passano anche dei contadini russi che s’affrettano al lavoro con stivali così inzaccherati di fango che nemmeno il Canale Ekaterìnskij, pur celebre per la sua pulizia, riuscirebbe a lavare. A quest’ora di solito non sta bene che le signore escano di casa, perché il popolo russo ama esprimersi con termini così violenti che di certo non si odono nemmeno a teatro. Ogni tanto, se la Prospettiva Nevskij si trova sul suo tragitto alla volta dell’ufficio ministeriale, si vedrà passare un funzionario sonnacchioso con la borsa sotto il braccio. Si può dire senz’altro che a quest’ora, ossia fino alle dodici, la Prospettiva Nevskij per nessuno rappresenta uno scopo ma serve soltanto come mezzo: a poco a poco essa si riempie di persone che hanno le loro occupazioni, le loro preoccupazioni, i loro fastidi, ma non pensano per nulla alla strada. Il contadino russo parla di grivnje, ovvero di monete di rame da sette centesimi; vecchi e vecchie agitano le braccia o parlano da soli, talvolta con gesti abbastanza bizzarri, ma nessuno li ascolta e neppure ride, esclusi forse i ragazzini in camiciotti variopinti che corrono come saette per la Prospettiva Nevskij con bottiglie vuote o stivali da consegnare. A quest’ora, qualunque cosa vi mettiate indosso, abbiate pure in testa un berretto in luogo d’un cappello, o sporga troppo il vostro colletto rispetto alla cravatta, nessuno lo noterebbe.
Alle dodici sulla Prospettiva Nevskij arrivano gli istitutori di tutte le nazionalità con i loro pupilli dai colletti di batista. I Jones inglesi e i Coques francesi vanno a braccetto con i discepoli affidati alla loro paterna tutela e, con rispettabile gravità, spiegano che le insegne sopra i negozi sono fatte allo scopo di sapere che cosa si trova nei negozi stessi. Le governanti, pallide miss e rosee slave, camminano maestose dietro le loro sottili e irrequiete fanciulle alle quali ordinano di tirar giù una spalla o di tenersi più dritte; insomma, a quest’ora la Prospettiva Nevskij è una Prospettiva pedagogica. Ma, quanto più ci si avvicina alle due, tanto più diminuisce il numero degli istitutori, dei pedagoghi e dei bambini, finché ad essi subentrano i loro cari genitori che camminano sottobraccio alle loro variopinte, multicolori e isteriche consorti. A poco a poco si uniscono alla compagnia tutti quelli che hanno terminato le loro importanti occupazioni domestiche, e cioè hanno chiacchierato con il dottore a proposito del tempo e di un piccolo foruncolo comparso sul naso, si sono informati della salute dei cavalli e dei figli che peraltro rivelano grandi doti, hanno letto un affisso e un importante articolo sul giornale a proposito di chi arriva o di chi parte, e, infine, hanno bevuto una tazza di caffè o di tè; ad essi si aggiungono anche quelli cui una sorte invidiabile ha dato il titolo di funzionari con incarichi speciali. Vengono poi quelli che prestano servizio al Ministero degli Esteri e si distinguono per la nobiltà delle loro occupazioni e abitudini. Dio, quali magnifici impieghi e incarichi esistono! Come elevano e deliziano l’anima! Ma, ahimè! io non presto servizio al Ministero degli Esteri e sono quindi privato del piacere di vedere il fine tratto dei superiori nei miei confronti. Tutto ciò che incontrate sulla Prospettiva Nevskij, tutto è pervaso di distinzione: uomini dai lunghi soprabiti con le mani sprofondate nelle tasche; signore in redingotes di raso, rosse, bianche e celeste chiaro, e cappellini. Qui incontrerete basettoni davvero unici, fatti scendere sotto la cravatta, con arte straordinaria e stupefacente, basettoni di velluto, di raso, neri come lo zibellino o come il carbone; e però, ahimè! appartenenti soltanto al Ministero degli Esteri…

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4 Risposte to “Seminario sui luoghi comuni”

  1. anna Says:

    bellissima idea…….aspetto il prossimo!!!!!

  2. Eva Says:

    Ma che idea gli è venuta a quello di buttarci per strada a studiare “tipi umani” a gennaio? Dice che Gogol era russo. E grazie che quello ci stava a gennaio in mezzo alla strada. Cioè, alla “prospettiva” (bhò, si vede che in Russia le strade le chiamano come al libro di storia dell’arte. Saranno degli artisti, ‘sti russi. L’hai vista la matrioska che c’ho a casa? E’ bella, è bella. Però mia madre l’ha comprata al cinese sotto a casa). Una volta ho letto un racconto troppo malato, “La gallina nera” si chiamava. Guarda Amo’, quello m’è rimasto stampato qua, perché iniziava con una frase troppo malata: “Era una giornata bellissima e insolitamente mite, non più di tre o quattro gradi sotto zero”. Hai capito Amo’?!? Insolitamente mite a meno quattro! Mo’ e tu ci pensi a meno quattro come stiamo qua? Che poi ‘sta storia me la sono ricordata perché pure quella l’ha scritta un russo. No, seh, il nome non me lo ricordo Amo’. E come faccio? Mi ricordo che il coso là, il “protagonista” si chiamava Aglioscia. Sì, c’hai ragione, pure a me mi fa ridere. Ma che vuoi, i russi so’ tutti un po’ malati. E che? Non li vedi quando vengono qua e se ne stanno co’ quelle magliettine a maniche corte che io mi metto da sotto al maglione per non avere freddo? E le femmine? Le hai mai sentite? Tutte Gallina si chiamano! Che malati.
    Che poi a me le galline stanno pure simpatiche. Hai presente quando ti piantano quegli occhietti a spillo in faccia e poi scuotono la testa che sembra che gli fai pure pena? Che poi è ovvio, mica una gallina può avere pietà di te. Però magari c’hanno pietà quando stai a meno quattro e non c’hai le piume che c’hanno loro. Amo’ a proposito ce l’hai addosso il giubbotto della Blauer che t’ho regalato a Natale? Proprio mo’ ne ho vista una che andava in giro con uno pari pari a quello che t’ho regalato io. Però Amo’, addosso a te è tutta un’altra cosa. E c’aveva anche i capelli biondi come a te, si vede che andate allo stesso parrucchiere. Però si vede pure che deve cambiare estetista: c’avrebbe bisogno di quei massaggi belli rassodanti che ti fai il martedì e il venerdì, che a me solo a pensarci mi pare di vederti da sotto a quel blauerino. Amo’ e la cinghia di Luìs Vuitton ce l’hai, eh? Te l’ho detto che ho fatto mezz’ora con l’ombrello in mano fuori a Luìs Vuitton, alla vigilia, per comprarla? Mo’! E che c’avevano quel giorno tutti quanti? Pareva che tutti a Luìs Vuitton dovevano andare! E poi ‘sta coatta si fa ancora le lampade. Hai sentito, Amo’? Le lampade! Mo’ sono dieci anni che non se le fa più nessuno! E la cozza che c’aveva accanto? Mo’, Amo’ era troppo malato pure lui: teneva i capelli dritti dritti con tutte le cose là…sopra alle punte…eh. le mesh. Pure la gelatina c’aveva Amo’! E’ che qua so’ rimasti indietro. Mo’ va il tipo “emo”, quello bianco bianco con gli occhi che sembra che hanno visto i topini da vicino. Ma no i topini che c’ha tua nonna sotto a casa, Amo’! Quelli che vanno a rubbare!
    Amo’ che cazzo gli scrivo a questo sul compito? Qua non vedo niente. Insomma, pare che ‘sta prospettiva era proprio una figata: c’era gente di tutti i tipi: c’erano i ricchi, ma ci stavano pure i poveri, solo che li trovavi la mattina presto a dire parolacce e per questo le donne non potevano girare la mattina presto (te l’ho detto Amo’, i russi so’ malati. E che non lo so io, che pure le donne le dicono le parolacce?); però c’era pure l’odore del pane la mattina, e c’erano le bebysitter straniere a mezzogiorno e pare pure che ci stavano gli impiegati degli esteri. No, non gli extracomunitari, Amo’! Gli “esteri” quelli del ministero. E poi le babysitter mica erano extracomunitarie come mo’! Nooo, seee! Inglesi o francesi erano! Ci pensi Amo’? Se mi davano una bebysitter inglese magari al compito in classe lo prendevo pure, il sette! Che ci scrivo sul compito in inglese? “Vùcumbrà”? Eh, lo sapevo Amò, che ti facevo ridere.
    Senti Amo’. Qua mi sto a fare due palle così! Io ci tenevo a fare bella figura, che il quadrimestre mo’ finisce, però non è colpa mia se il prof dà ‘sti compiti malati! Mi sono pure portato “penna e quaderno” dietro, pensa tu! Che poi a me mi bastava il telefonino! Ci stavo dieci minuti, mi facevo un filmato, e poi se ero fortunato, mi capitava pure di beccare la vecchia che cade dal marciapiede rotto! Sai, quello davanti ad Accaedemme. Mo’ ‘so due anni, e ancora non l’hanno aggiustato! Dritto dritto su youtube finiva! Che poi, magari riesco pure a diventare reporter per “Vivilatuacittà”! Ci pensi Amo’? Divento famoso!
    Ma qui non cade nessuno. E poi, tutta ‘sta gente che vedeva Gogol qui non c’è: doveva darlo a Natale il compito. Allora la gente nella via la trovavi. Ma sarà che in Russia è diverso, qui mica ci sono tutte quelle cose strane che dice Gogol! Qui si segue la moda, mica come i russi, che so’ poveri e c’hanno le magliettine del mercato in inverno! Le borse di Luìs Vuitton per fortuna ce le hanno tutte qui (Amo’, mia cugina se l’è fatta comprare dal ragazzo a Milano: dice che lì fanno lo sconto del dieci percento! ‘Sti stronzi taccagni di qui invece dice che non li fanno gli sconti, dice che non è scìc, però Amo’, se vuoi a Natale l’anno prossimo glielo dico al ragazzo di mia cugina di comprare una borsetta pure a te, eh?). E poi l’odore del pane! Che cazzata! Mica ci può stare il pane, dove stanno i negozi! Ci sta quello delle caldarroste, ma mo’ è presto, non è ancora arrivato. Però penso che a lui non lo scrivo: c’ha sempre da lamentarsi. Dice che lo hanno fregato gli altri, che quest’anno gli so’ toccate le castagne calabresi, invece di quelle di Livigno. (Amo’, tu lo sai dove sta Livigno? Manco io) e quindi non fa più gli affari di una volta. Che poi sai chi sono gli altri? Dice quelli della Motta, della Bauli, quelli lì. Mo’, che c’entrano col panettone le castagne? Quello è malato, senti a me.
    Gli extracomunitari, dici? Eh, pure io c’avevo pensato: quelli so’ tanti e so’ vari. Ma qui non stanno venendo più: dice che arriva la polizia e li manda via, o cominciano a rompere per i documenti, e allora non ci vengono più qui, al giardinetto. Manco le badanti vengono: fa freddo e i vecchi sulle sedie a rotelle non possono uscire, altrimenti poi finisce che non tornano.
    Senti Amo’, qua fa freddo pure a me, mica so’ russo, eh. Io mo’ me ne vado a casa e facesse venire sua madre e sua sorella a fare ‘sto compito. Vestite da matrioske devono venire.
    Ti ho fatto ridere di nuovo, eh, Amo’?

  3. Idiosincrasie di un protagonista « minima & moralia Says:

    […] Vladimir Nabokov… e non a caso oggi si parla di protagonisti. Seguite i link per leggere la prima e la seconda puntata, nel caso ve le foste […]

  4. le leggi della fisica « minima & moralia Says:

    […] le leggi della fisica By francesco pacifico Francesco Pacifico dice tutto nelle sue introduzioni, quindi noi possiamo solo consigliarvi, se vi siete persi le puntate precedenti della sua rubrica, di andarvele a leggere: Idiosincrasie di un protagonista Compassione per la comparsa Seminario sui luoghi comuni […]

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