Suttree

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Questo articolo è uscito sul Riformista il 7 gennaio.

di Nicola Lagioia

Tra i recenti e prevedibili exploit letterari ai botteghini delle librerie – targati, in ordine decrescente di copie vendute: Fabio Volo, Dan Brown, Niccolò Ammaniti, Alessandro Baricco – c’è un romanzo che nessuno, dopo averlo letto, avrebbe mai potuto immaginare tra i piani medio-alti delle classifiche, e che invece rappresenta la più bella notizia con cui la repubblica dei lettori può tagliare speranzosa il nastro che divide l’anno vecchio da questo inizio di 2010. Il suo autore è Cormac McCarthy e il romanzo in questione si intitola Suttree. Il quale (prima ancora dell’impennata natalizia) già veleggiava sulla stupefacente cresta delle 2000/2500 copie polverizzate ogni settimana.
Stupefacente perché a questo libro manca tutto ciò che (come hanno provato a insegnarci non solo i sedicenti esperti di marketing, ma anche le cassandre della critica militante) un’opera letteraria dovrebbe avere per sfondare a suon di tirature gli steccati degli addetti ai lavori e consegnarsi ai puri e semplici lettori: non è cioè scopertamente divertente come il libro di Ammaniti o pruriginoso come quello di Baricco, non punta ogni risorsa su plot e documentazione come Il simbolo perduto e non nutre il profondo disprezzo per ogni forma di intelligenza messa per iscritto grazie a cui Fabio Volo è la gioia finanziaria del suo editore. Tutt’altro. Suttree è il più letterario dei libri in circolazione, uno di quei testi nei quali, al pari di ciò che vibra tra le pagine di giganti come Proust o Faulkner, succede tutto anche quando (e capita spesso) non succede proprio niente di speciale: nei momenti di pausa tra avvenimento e avvenimento si rivela vale a dire l’uomo, l’enigma del suo destino, la tragicommedia del suo essere nel mondo.

Pubblicato negli Stati Uniti nel 1979, e considerato da molti il capolavoro di McCarthy, Suttree (Einaudi, pp.560, euro 23) giunge in Italia con trent’anni di ritardo. Per trovare un cronosisma della stessa entità nella nostra storia editoriale bisogna risalire al 1999, quando Rizzoli diede alle stampe L’arcobaleno della gravità di Thomas Pynchon, pubblicato la prima volta da Viking Press nel 1973. Così come il capolavoro pynchoniano consegnò ai lettori italiani la bussola impazzita del postmoderno, Sutree potrebbe fare qualcosa di simile con un genere letterario che forse è ancora senza nome, ma che ha l’incredibile capacità di suonare nella mente del lettore come un messaggio proveniente dal futuro proprio in ragione di un’apparente arcaicità. Fu David Foster Wallace a darne una definizione simile quando disse: «Cormac McCarthy… non so come faccia, di fatto usa l’inglese del 1600, voglio dire, scrive in anglosassone, con tanto di pronomi antichi e tutto, e ne viene fuori una cosa bellissima, per niente manierata o gratuita».
Di fatto possiamo intendere Suttree come una versione rovesciata e nerissima di Huckleberry Finn, approdato con la sua canoa alla fine del XX secolo dopo aver risalito il Congo di Joseph Conrad, pernottato nel ventre di balena di Giona e Melville, e perso la testa nell’Interzona di William Burroughs. Si tratta vale a dire della storia di Cornelius Suttree, uomo di notevole cultura che dopo aver abbandonato una famiglia di condizioni agiate, si trasferisce in una fatiscente casa galleggiante nei pressi di Knoxville, si mantiene pescando pesci gatto sul fiume Tennessee, e trascorre l’esistenza frequentando personaggi che più marginali non potrebbero essere, tra ubriaconi, ladri, prostitute, rottami umani e canaglie colme di vizio e di innocenza, come il poco più che adolescente Gene Harrogate, vero deuteragonista della storia, il quale compare la prima volta a braghe calate, illuminato dai fari della polizia in un campo di angurie mentre usa uno dei grossi frutti come partner sessuale.
Le 560 pagine che compongono il romanzo ci trascinano in un viaggio picaresco che trova nel Tennessee il suo piccolo recinto topografico e nell’intera storia degli Stati Uniti (sentimentale, identitaria, culturale) il proprio vero, stupefacente, vertiginoso terreno d’esplorazione. Una sorta di picaresco verticale, insomma, un lungo itinerario notturno che vede il corpo fisico di Cornelius Suttree passare di avventura in avventura mentre il suo spirito attraversa come in trance l’insensatezza della violenza etnica e razziale che va dalle stragi dei nativi al riscatto di Rosa Parks e Toni Morrison, il senso di colpa e i tentativi di redenzione che costellano la cultura religiosa del delta del Mississippi e i romanzi di Faulkner, l’ossessione di attribuire un nome e una forma al Male che ritroviamo nelle psicopatologie di Richard Nixon o di G.W. Bush e, in forma totalmente rovesciata, negli oceani di Melville, e nella fantascienza del presente di William Burroughs, oppure tra i mostri sotterranei della Providence di Lovecraft. Il tutto, con un linguaggio che sempre David Foster Wallace definiva: «la prosa più densa e lapidaria che puoi immaginare». Ovvero: il massimo della complessità, senza un vocabolo di troppo. Il fatto che un testo così profondo e antiretorico stia facendo numeri di tutto rispetto con un popolo che condivide la stessa cultura televisiva di Roberto Calderloli e Checco Zalone è un segnale importante.
D’accordo, si dirà, Cormac McCarthy è uscito dalla sua trentennale oscurità per aver vinto il National Book Award già nel 1992 grazie al pur complesso Cavalli selvaggi (amici della domenica, prendete nota: a questo servono i premi) e ha fatto breccia in un pubblico più vasto quando la Paramount ha deciso di tradurre per il cinema Non è un paese per vecchi (Aurelio De Laurentiis, ricorda, avere molti soldi in un paese civile non ha come unico sbocco il primo piano del culo della Yéspica). Si tratta insomma di uno scrittore piuttosto noto. Ma nessun libro come Suttree continua a vendere a diverse settimane dall’uscita se non c’è gente che lo sa leggere, interpretare, e infine amare, come dimostrano tra l’altro le discussioni e gli apprezzamenti che si stanno scatenando in un social network letterario frequentatissimo (oltre centomila iscritti solo in Italia) come aNobii. Insomma, in un paese per vecchi dove l’analfabetismo di ritorno rende ardua persino la decifrazione di un cartellone elettorale, l’esistenza (o la rinascita?) di un’élite nemmeno troppo risicata in grado di confrontarsi consapevolmente con opere d’ingegno come il libro di McCarthy fa ben sperare, persino in campi diversi da quello strettamente letterario.

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3 Risposte to “Suttree”

  1. Hal Incandenza Says:

    l’ho preso ma è sul comodino da un po’, in attesa, sia io che lui.
    la definizione di D.F.W. è (e questo mi sorprende poco) assolutamente azzeccata.

  2. Laura Says:

    …e Mc Carthy non è neanche andata da Fazio!
    Devo riprovare, ammetto che abituata ad autori ‘metropolitani’, quali Ellis, Roth, De Lillo, ecc.., mi risulta difficile entrare in sintonia.
    Però se Suttree ricorda in qualche modo Huck Finn, la cosa mi interessa molto; perchè , si’, ci sono dei richiami dell’arcacicità, di questo son convinta.

  3. joanna burden Says:

    auspico un mondo in cui ogni singolo lettore di McCarthy prenda in mano un libro di Faulkner.

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