Seminario sui luoghi comuni

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2. Compassione per la comparsa

di Francesco Pacifico

Visto che siete presi a catalogare i tipi umani che girano per il corso e con gran zelo rimanete accampati in piazza da una settimana con penna e quaderno, oppongo al primo brano un secondo brano molto meno impegnativo (meno lungo): la breve impietosa descrizione di una donna che è ormai «l’ombra matta dei vecchi tempi» e che se ha perso lo smalto, è deperita, sta invecchiando, prova comunque sempre a mettere in piedi la baracconata dell’affascinare, con inevitabili modesti risultati. Il racconto è «I blue jeans non si addicono al signor Prufrock», di Alberto Arbasino, contenuto in Le piccole Vacanze.
Con molto più smalto della Clara, Arbasino riesce a far sembrare condanna e assoluzione la stessa identica cosa, a essere crudele e allo stesso tempo pietoso, a suscitare la tanto agognata empatia senza darlo a vedere; anzi, direi, lo fa in una maniera tale che se qualcuno glielo andrà a dire lui potrà negare di averlo fatto.
Nella sua versione dandy delle scoperte del Budda, l’orizzonte livellante di vecchiaia, malattia e morte si riassume in questa perfezione da cantautore: «… invecchia anche lei, o forse non sta bene».
Adesso, secondo il nostro piano, dovreste prendere una persona che non vi piace e applicarle questo trattamento. O, più perversamente, prendere una che vi piace, e cercare in lei i segni del passare del tempo, i segni dello smalto perduto. (Dopo non glielo andate a dire)
Notare che i tocchi sono pochissimi: due aggettivi semplici come «magra» e «deperita», una storiella raccontata male, la semplicità di un gelo creato fra amici. Il centro del paragrafo mi pare appunto questa consegna da parte del gruppo alle autorità del successo: la poveretta rimane sola, e la sensazione è così forte e nota per quasi chiunque, che non servirebbe aggiungere una montagna di dettagli. Si conclude con il tradimento ideale da parte del protagonista: «…ma io ho fatto finta di non capire. Faceva meglio a stare a casa».

Da Piccole Vacanze
di
Alberto Arbasino

(al bar…)

È venuta una volta la Clara, che magra, oggi ancora più deperita di prima, invecchia anche lei, o forse non sta bene. A corto d’argomenti, è l’ombra della matta dei tempi belli, anche se cerca disperatamente di tener su il morale a sé e agli altri. Ma fa compassione. Non ha trovato di meglio che raccontarci la storiella di un cassiere di banca, che dovendo contare un pacco di soldi a una bellissima bionda le fa: «sessantasei, sessantasette, sessantotto, almeno, settanta…» ma ha ammesso subito che è debole, visto che si rideva poco. Mi guardava spesso, in macchina ha tentato di venirmi vicina, ma io ho finto di non capire. Faceva meglio a stare a casa.

Leggi la precedente puntata di Seminario sui luoghi comuni
1. Il viale per lo struscio

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3 Risposte to “Seminario sui luoghi comuni”

  1. Idiosincrasie di un protagonista « minima & moralia Says:

    […] Nabokov… e non a caso oggi si parla di protagonisti. Seguite i link per leggere la prima e la seconda puntata, nel caso ve le foste […]

  2. Eva Says:

    Maria ha sempre saputo quando trattenersi e stringere i denti in attesa di tempi migliori e quando invece era arrivato il momento di lasciarsi andare a qualche capriccio piccolo-borghese. Il matrimonio e il divorzio l’avevano incontrata così. Ora si adagiava sui frutti di un mantenimento particolarmente ben riuscito (l’avvocato di Marco non era neanche troppo scarso a letto) e una rapida carriera negli uffici della Novartis. Figli non ce n’erano stati, ma il Caso non aveva colpe. Non le sarebbe stato certo difficile rientrare nella taglia perduta entro pochi mesi dal parto, ma accompagnare un marmocchio a scuola, preoccuparsi di dargli un pasto almeno una volta al giorno (bene o male, al pranzo ci pensa la scuola) e trascinarlo ora alle lezioni di hip-hop, ora a quelle di karate, avrebbe finito col farle perdere di vista il tempo della crema da giorno e quello della lezione di yoga. E lei non era tipo da perdere di vista gli appuntamenti con la vita. Aveva il dono del successo: era nella precisione con cui l’eye-liner carezzava la radice delle ciglia, lunghe e ricurve, secondo i precetti di Don Diego Della Palma, o nella decisione di quel rosso che, ora più cupo di un tempo sulle sue labbra, accendeva il pallore del volto. Ma quell’ombra particolarmente marcata sulle guance non la ricordava. Né il leggerissimo tremore con cui accompagnava la sigaretta alle labbra. Né quel tic che, a tratti, interrompeva la narrazione parallela delle sue mani. Troppo frequentemente, la sua mano destra strisciava, infantilmente furtiva, sotto la punta del naso. Quindi il racconto ricominciava lì dove si era interrotto ( Maria non era tipo da lasciare le cose in sospeso, ricordò). Si tolse la soddisfazione di osservarne la rossa deformazione, nel riflesso del suo calice di primitivo. Guardò gli altri ridere intorno a lei, apparentemente ignari, poi, il calice finalmente vuoto, abbandonò la retrospettiva.

  3. le leggi della fisica « minima & moralia Says:

    […] le puntate precedenti della sua rubrica, di andarvele a leggere: Idiosincrasie di un protagonista Compassione per la comparsa Seminario sui luoghi […]

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